Storiacce di darkroom

Quando le mani che ti toccano non vogliono il tuo corpo ma il tuo portafogli, il preservativo da solo non basta. Ma che cosa si prova a derubare qualcuno al buio?

«Dichiaro sotto la mia responsabilità penale e civile che in data odierna alle ore 23:30 mentre mi trovavo nel locale XXX situato in via YYY smarrivo il mio portafoglio al cui interno vi erano i seguenti documenti:

carta d’identità, patente, libretto e assicurazione del motorino, codice fiscale, tessera sanitaria e bancomat, che subito provvedevo a bloccare tramite numero verde». Segue luogo, data e firma.

Credo di aver subito più furti in darkroom che in tutti gli altri posti messi insieme. Una cosa di pochi minuti prima è già un avvenimento di un’altra epoca, il ritratto di un periodo della tua vita e lo spaccato di una nazione. Non più e non solo ‘Io, lui, l’altro’ (ossia io, il ladro, il poliziotto), perché il burocratese non perdona, anche se dietro la denuncia c’è tutta la tua paura e rabbia e la rogna di dover rifare i documenti.

Credo di aver subito più furti in darkroom che in tutti gli altri posti messi insieme. Ci può stare, direi: una perversa compensazione del divertimento. Ma sono cose che si dicono a mente molto fredda, magari dopo aver ritrovato i documenti grazie a un ignoto benefattore o a un ladro magnanimo, categoria diffusa in un Paese dove si ruba a mani basse ma senza infierire, dove si tengono contanti e cellulare ma si restituiscono portafogli e Sim. Tanto che un mio coinquilino ebbe la lucidità di gridarlo al ragazzo che stava fuggendo con il suo telefono (che peraltro non sarebbe mai riuscito a piazzare) e che si fermò, togliendo la batteria e lanciandogli la scheda. Ladro sì, ma non cattivo.

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In un furto, si sa, il derubato vive molteplici emozioni. Altrettante ne vivrà però il ladro, visto che anche lui è un essere umano (lo dico sempre a mente molto fredda): tensione, poi soddisfazione o magari un pizzico di delusione se incappa in chi (come me) gira sempre con pochi soldi. Per questo, dopo l’ennesima disavventura, seguita da puntuale denuncia, non smisi di chiedermi cosa si provasse a stare dall’altra parte, entrare in dark e mettere le mani addosso a qualcuno, non per il piacere di toccarlo ma per svuotargli le tasche. Dunque, essendo un poco di buono, finii per provare. D’istinto.

una sera mi avvicinai alla stanza buia e scostai la tenda, scoprendo un folto gruppetto Senza chiedermi se fosse lecito o pericoloso, una sera mi avvicinai alla stanza buia e scostai la tenda, scoprendo un folto gruppetto che gravitava intorno a un bellissimo diciottenne. Visto che nessuno si dedicava ancora al suo emisfero inferiore, fui lesto a inginocchiarmi e a intraprendere l’opera: lavoro abituale ma con la variante di una frugatina nelle tasche dei jeans abbassati. Trovato il portafogli e introdotte le dita, sfilai una banconota a caso, la infilai dentro il calzino destro (luogo dove lo stesso coinquilino di cui sopra assai giudiziosamente consiglia di tenere i documenti quando si entra in certi posti) e uscii, lasciando ad altri la cura del giovane.

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Entrai quindi in bagno, sfilai la banconota dal calzino e mi accorsi che erano cinquanta dollari: nonostante l’Euro forte, comunque una bella cifra. Che il ragazzo fosse ricco – visto che di cartamoneta ne avevo sentita parecchia al tatto – o solo incosciente non seppi stabilirlo, ma la trovai una cifra eccessiva, visto che lui non mi aveva fatto niente di male. Anzi. Ma cosa avrei potuto fare? Restituirgliela? Ma come? In quel caso sì che avrei rischiato. Cercarlo e offrirgli da bere? Insomma…

Il caso volle che in breve si sganciasse dal gruppetto e riemergesse dalle tenebre. Mi gettai addosso a lui e cominciai a palparlo furiosamente, trovando per fortuna (mia ma anche sua) terreno fertile. Pasticciando allegramente, dopo avergli messo le mani un po’ dappertutto e allentato di nuovo i pantaloni, finsi di vedere qualcosa cadere dalle sue tasche, mi inchinai, raccolsi la banconota da terra – così gli feci credere – e gliela porsi. Ammonendolo paternamente a stare più attento.

Una buona azione? Il minimo che potessi fare dopo una pessima? Uno scrupolo facile facile, considerata l’età del ragazzo, la sua avvenenza e la sproporzione del gesto? Lascio alla consueta generosità dei lettori il compito di trovare le parole più adatte. A mia discolpa ricordo che ero un pluriderubato frustrato e che comunque alla fine nessuno perse nulla e io tornai a casa come ne ero uscito. Senza dover sostare al comando di polizia.

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Flavio Mazzini, trentacinquenne giornalista, è autore di Quanti padri di famiglia (Castelvecchi, 2005), reportage sulla prostituzione maschile vista "dall’interno", e di E adesso chi lo dice a mamma? (Castelvecchi, 2006), sul coming out e sull’universo familiare di gay, lesbiche e trans.

Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.

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di Flavio Mazzini