UN INCONTRO NELLA NOTTE

A Menlilmontant. Lui si chiama Chris. E ci racconta cosa significa essere gay oggi fra gli ebrei ortodossi

Solo di notte dice di potermi vedere. Altrimenti non se ne fa niente. Lo aspetto a lungo, una eterna attesa nella notte parigina, nella notte umida, fra ombre furtive di passanti e desideri sospesi. Lo aspetto in un piccolo bar, LE TRIANO, pareti in legno, soffitto sbrecciato, quattro tavolini, due colonne pretenziose all’entrata. Un sole dipinto su una finestra come un miraggio nell’oscurità. Di fronte un palazzo grigio, davanzali austeri in ferro battuto, scorci di interni rassicuranti, tavole apparecchiate e intimità interrotte da bagliori televisivi. Aspettarlo è già romanzo, è già entrare dentro una storia. Mi dice di chiamarlo Chris.

E’ un ragazzo ebreo, di una comunità gay ortodossa. Non tanto alto, occhiali rotondi dalla montatura argentata, un accenno di barba. Io sono con il mio compagno che in questa notte di Menilmontant, luccicante e promettente, puzzolente di fritto e di disperazione, ha già cominciato a bere troppo, la testa appoggiata sul tavolo, insegue discorsi sconnessi. Ubriaco da sempre. Prolungati momenti di anestesia per sfuggire ad un dolore antico. Eppure Chris, anche lui voleva incontrarlo . L’abbiamo conosciuto in una chat su internet e ci ha incuriosito come poteva essere ebreo, osservante, e gay. L’omosessualità, da sempre, è perseguitata e condannata dalle grandi religioni monoteiste. Per questo l’incontro, per sapere e per capire. E forse per altro. Non si sa, in questa notte di Menilmontant dal superbo panorama discendente, notte insidiosa, col cielo grigio e pesante, tutto può succedere. Non si nasconde, Chris. Mi cita il Levitico 10:13:" Due uomini che giacciono assieme come farebbero con una donna commettono abominio …" E ancora il Shulchan Aruch, un codice della Legge Ebraica risalente al XVI secolo:"E’ proibito alle donne strofinarsi assieme in posizione di coito…la corte è autorizzata a comminare le frustrate per questa trasgressione"

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Resto interdetta, in silenzio, e tutto, all’interno del TRIANO appare più cupo, come i farfugliamenti alcolici del mio compagno che vagano chissà dove. Ma Chris mi racconta che, a partire dalla fine degli anni 90 ci sono state molte aperture nella comunità ebraica sul tema dell’omosessualità. I gay ortodossi sono usciti dall’isolamento per organizzarsi.

Hanno fondato il Gay and Lesbian Yeshiva/Day School Alumni Association, The Orthodykes,(le orto –lesbiche) e molte altre associazioni operanti nelle varie capitali dove sono più forti le comunità. E addirittura è stato aperto il primo Centro Gay e lesbico a Gerusalemme.

Gli chiedo se è difficile, pensando al travaglio del suo popolo, alla dannazione di quella striscia di territorio, dove, proprio ora, si stanno vivendo giorni cupi, fra i continui attentati alla sicurezza da parte dei kamikaze, le risposte violente che aumentano l’odio, la paura, costante, ogni giorno. Mi dice che è molto difficile, molto difficile tutto. E’ difficile alzarsi al mattino e pensare ai rischi della sua gente, e anche alle sopraffazioni dell’esercito della sua terra. E che è difficile riconoscersi, accettare i propri desideri. Lui ha vissuto una crisi esistenziale cercando di rimanere fedele ai principi della Toràh. Ma conoscere altri ebrei come lui è stato importante. Tra l’altro le interpretazioni del Talmud e della Toràh riguardanti l’omosessualità sono divergenti. Ha trovato uno "Chaverim", (compagno di studio, amico) al quale si è sentito molto vicino, la sua prima storia importante. Chris studia a Parigi da qualche anno, la sua famiglia è a Tel Aviv. I suoi ancora non sanno. Ha deciso di aspettare, di darsi del tempo per accettarsi completamente, vivere serenamente, non sentirsi un malato, o un peccatore come vengono considerati i gay da certe comunità ultraortodosse hassidiche. Questo è importante per Chris, sa che la conseguenza del dichiararsi gay con la famiglia potrebbe essere l’espulsione, la yeshivà, e l’allontanamento dalle sinagoghe. O anche l’essere costretto a un matrimonio combinato:" E io forse sono bisessuale, non lo so" Mi dice, ansioso, ma devo esplorare, capire, decidere da solo." Non vuole rinunciare alla sua fede, alla sua identità, in nessun senso.

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E’ coraggioso Chris, adatto a questa umida notte parigina, bello il suo volto che splende con lo sfondo del legno delle pareti, di alcuni quadri old style e di un grande specchio che riflette le bottiglie di brandy rovesciate e l’algerino che lentissimamente ne fa scendere gocce che riempiono bicchieri e asciugano dolori variabili, come quello del mio compagno, che barcollando ne domanda ancora.

Chris continua a raccontare:" In una Yeshivà(l’Accademia Rabbinica) di Gerusalemme di recente è stata tenuta una cerimonia di compianto ed espiazione per peccatori vari, adulteri, onanisti, lesbiche,con preghiere e cubetti di ghiaccio strofinati sulle braccia"

Rabbrividisco. Lo sento sulla pelle, quel ghiaccio.

Perché non lasciare che ognuno viva la parte più privata ed intima come crede, perché non immaginare porte, che non devono essere oltrepassate?

Muore la notte di Menilmontant, diventa lugubre il cielo come lugubri sono gli echi di violenza che arrivano dalla terra di Chris, come lugubri sono i venti di guerra, le umiliazioni di popoli che potrebbero essere vicini e fratelli. Come lugubre è l’idea che essere persone omosessuali sia una malattia o un peccato.

Aiuto il mio compagno ad alzarsi, saluto Chris con un bacio, e so che non lo rivedrò. So che tornerà ad immergersi nella sua realtà così traballante e friabile, che cercherà un anonimato capace di proteggerlo e di permettergli di studiare, di vivere e di esplorare, di conoscersi. Di capirsi e di capire. Buona fortuna, Chris.

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di Francesca Mazzucato