UN RACCONTO INEDITO

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Francesca Mazzucato regala ai lettori di Gay.it un racconto inedito sulla doppia vita di un marito e padre alla ricerca di attimi di inebriante sensualità nelle dark dei...

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Il solito giovedì, libera uscita. Sera nebbiosa e fredda, l’inverno dentro le ossa.Forse più pungente nel mio corpo che fuori, fra i palazzi addormentati in una soffice oscurità. Appena visibile l’insegna luminosa sopra una farmacia, una croce verde chiaro che si accende a intermittenza. Io, col solito senso di colpa, pesante come un macigno, dopo avere inventato la solita scusa per mia moglie, ingobbito da tutte le bugie ormai settimanali, che sole mi permettono di sopravvivere, girovago per i luoghi maledetti dove giovani uomini si vendono per poco. Omosessuale da sempre, mai dichiarato, mai riconosciuto,infedele. Notti accanto a un corpo di donna, carne esigente carica di tutta la forza della terra, carne invadente e misteriosa, fatta di anfratti, territorio mai capito ed esplorato solo saltuariamente, e con paura. Un oltraggio, per lei e per me. Perpetrato da anni sognando corpi di uomini uguali al mio, sognando toraci pelosi, membri maschili e concedendomi soltanto fugaci contatti sulle sedie rosse e sdrucite di un cinema porno di periferia.

Poi con gli anni, finalmente, una sera per me, mai più messa in discussione. E allora i contatti sono diventati rapporti completi consumati nelle dark room dei locali, o in macchina, cercando sui colli luoghi appartati, oscurità accoglienti e anfratti di strade sterrate dove sentirmi al sicuro. Passivo. Finalmente fedele alla mia carne, al mio desiderio di essere anche femmina, o di possedere un corpo che non mi spaventa. Perché mi ci posso specchiare. Perché è come me.

Cancellare tutta la settimana. Cercare di non fare esistere i giorni. Lunghe passeggiate per tacitare l’inquietudine e il cuore, a volte, che batte come impazzito.

Vivere davvero un solo giorno.

Era di nuovo giovedì dopo una settimana trascinata con stanchezza fra il lavoro in azienda e gli impegni famigliari. La mia insospettabile doppia vita. Dopo un giro per il parcheggio mi fermai al solito gay pub. Pensavo di bere qualcosa osservando le persone e poi di entrare nella dark room per offrirmi a qualche membro senza volto capace di soddisfarmi senza aggiungere la vergogna di guardarmi negli occhi. Ma entrò lui. Vederlo fu come un turbine, l’esuberanza del suo corpo mi prese alla gola. Cercai di fare finta di niente, continuai a bere un negroni secco che ad ogni sorso mi nauseava. Conati di vomito, lunghe boccate di fumo e poi gli occhi fissi sul suo corpo, senza decenza. Era giovanissimo, capelli neri, occhi scuri, quel profumo mediterraneo capace di inebriarmi, di farmi perdere la testa da sempre, lo emanava ad ogni passo, i suoi pori erano un pericoloso ventilatore afrodisiaco e il suo sguardo aggiungeva al tutto una studiata malizia. Conscio del suo fascino, del suo bel culo magro stretto dai jeans, si avvicinò al bancone del pub gay e scambiò due parole con il barista ridendo senza sguaiatezza ma con una certa grazia studiata, ma non eccessiva.

Io bevvi ancora una lunga sorsata per darmi un tono, sentivo l’indecenza del mio desiderio, violento, quasi brutale e volevo ricacciarlo nelle viscere nascoste, dove l’avevo sempre lasciato, anzi seppellito. Mai un sentimento, mai nulla capace di mettere a repentaglio il mio faticoso equilibrio, solo amplessi. Solo persone da non rivedere mai più, o magari da pagare.

E invece mi guardò anche lui.

Io quarantenne con un inizio di stempiatura, con quell’aria perennemente a disagio che mi faceva apparire scostante.

Si avvicinò.

Mi chiese di offrirgli da bere.

Non dissi niente.

Ordinai un altro negroni e la testa cominciò a girarmi, tutto attorno cominciò a girare. Facce sul soffitto, odori, corpi muscolosi, luci stroboscopiche, tutto si mischiava in una sola sensazione fulminante come una scossa improvvisa, e psichedelica come una droga ingurgitata in fretta.

Lui beveva e guardava altrove, salutava tutti, qualcuno si avvicinava e lo baciava o gli sussurrava qualcosa in un orecchio.

Era una vera puttana e si divertiva a ostentarlo, a mostrarmelo.

Poi si girò e mi chiese come mi chiamavo.

Io dissi Rodolfo, il primo nome che mi venne in mente. Ancora codardo. Come sempre.

Lui fece una risata e poi mi portò dentro la dark room.

Ricordo solo le sue mani su di me, il suo membro nella mia bocca, quel sapore che apparteneva alla mia memoria, a qualcosa sperimentato da bambino e poi solo immaginato. Il sapore della sua carne era un sogno, una sensazione onirica e nello stesso tempo molto fisica e pensai che in quel momento il tempo, poteva, forse, fermarsi.

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