UNA NOTTE ALL’ ANGIPORTO

Genova, Livorno o Marsiglia, magari Barcellona. La ricerca di un amore, fra regine e ombre senza nome.

Zona dell’angiporto di una città portuale qualsiasi. Lampi estivi nel cielo, o nuvole spesse che si muovono appena. Potrebbe essere Genova, Marsiglia, Barcellona, un altrove fatto di mare e di amore in svendita che cerca la notte per poi fuggire via. Hanno tutti lo stesso odore, gli angiporti: schiuma di mare, residui di picnic, rifiuti, carburante, preservativi usati rimasti sugli scogli dopo amplessi clandestini di uomini avvinghiati e bagnati dall’onda che poi tornano nei loro letti scaldati da niente, pizzette secche, liquori da poco. E certi colori appena sfocati e insegne di piccoli bar aperti non stop che ti fanno pensare sempre la stessa cosa: qualcuno, la vita lo premia, mentre altri vengono fottuti regolarmente. Qui, negli angiporti, non si sa bene chi siano i perdenti, bisogna venire a vedere, bisogna sapere cosa cercare. E forse pensare che vincere o perdere, non è un problema. Sopravvivere, cercare un amore anche tossico, malato, da buttare. Devi avere coraggio se decidi di avventurarti fra questi capannoni, vicino al pezzo di mare che non attira turisti e bagnanti. Lontano dalle strade conosciute, lontano dalle geografie abituali e rassicuranti. In periferia, e la periferia di una città portuale è una striscia di frontiera visibile solo a chi sa guardare. Altrimenti si notano solo file di navi da riparare, docks, capannoni, caffè dalle luci fioche con tavoli sciatti e pavimenti sporchi. Altrimenti si vedono trans sfacciate che esibiscono tette impossibili e membri malamente nascosti da pantaloni leopardati attillati e chiassosi, vieni bello, vieni a passare istanti di paradiso. Sono tutte facce e luci e corpi esposti da guardare con scandalo, sgomento o curiosità, istantanee rapide come uno spot, dolcemente malinconiche come il trailer di un vecchio film, immagini su cui buttare uno occhio distratto, passando in macchina verso altri luoghi di conforto che non sono frontiere e che aspettano chi della notte conosce solo la normale ebbrezza.

Ma all’angiporto ci sono segreti e delizie, si incontrano ragazzi che sono ombre tra le ombre e per potersi riconoscere devono affinare i loro sensi tattili, distinguere i corpi, le patte, i sessi, i piercing ai capezzoli, gli anelli infilati nei sessi vogliosi, nell’oscurità illuminata solo dalla fioca insegna del bar Marine, nell’oscurità inferno- paradiso popolata di ombre più nere, a volte, della notte stessa. E’ come una galleria avida di martiri. Incontri segreti di contrabbandieri, uomini viziosi, gesti umilianti o abbracci. Qualche puttana sfiorita, molte straniere pallide dai capelli tagliati male, appiccicati alla fronte, gli occhi annegati in dolori che non sanno raccontare. Al bar Marine va ogni notte quella che tutti chiamano Teresita, una vecchia trans che non batte più, ma che non manca mai, puntuale, perfetta, truccata. Siede sempre nello stesso tavolo, guarda, conversa, mangia, scoppia in risate fragorose, a volte canta con la sua voce roca: " A Kolyma/qui est un enfer blanc/ Tout près du camp/ un jour de brouillard/ J’ai vu un mégot / avec du rouge à lèvres/ et j’ai couru pour le ramasser…"

Ti suggeriamo anche  Hugh Hefner: il fondatore di Playboy alleato della comunità LGBT?

"Quello che ho visto in questo luogo potrebbe riempire le pagine di dieci romanzi" dice sempre, scolando la sua sambuca, e poi una seconda e a volte una terza, quando qualcuno si siede al suo tavolo, tira fuori due sigarette, fa un cenno al cameriere e la stuzzica per farla parlare. Teresita è la regina dell’angiporto, nessuno la disturba, i contrabbandieri spesso le allungano una stecca di sigarette, lei strizza l’occhio, prende tutto, a volte fa sparire vecchi panini da una bacheca di legno e li infila in una grande borsa che sembra quella di Mary Poppins e contiene trucchi, parrucche, incarti di prosciutto, preservativi che vende o regala a seconda dei giorni, cose strane e magiche. Al bar Marine ci va anche Marco a cercare un uomo conosciuto una sera in cui era disperato, disperato perché la sua vita non gli somigliava per niente, disperato perché si sentiva fuori posto dentro al suo corpo e ovunque, con tutti, ogni mattina, al lavoro, con gli amici etero e virili, risvegliandosi accanto a una moglie che non amava, in una casa che non conosceva. Marco viene, beve qualcosa, a volte si siede vicino a Teresita, altre volte resta solo, si guarda intorno e poi appoggia la testa su uno dei luridi tavolini, vuota un bicchiere di vino sperando di vedere la sagoma di un uomo incontrato una notte come tante, una notte di poco tempo prima. Lo aveva fatto fremere di piacere, per la prima volta lo aveva fatto sentire al posto giusto, regalandogli un amore rapido, destinato a scomparire con la luce dell’alba, un amore fatto di una lingua capace, di una mano delicata e di un pene dolce come le immagini del paradiso . Marco arriva con la metro dove chiude gli occhi come tanti altri, chiude gli occhi e sogna che sia la volta buona, si nasconde nelle maniche del cappotto e si lascia trasportare dal movimento uguale del treno e da un non- sonno protetto da odori, da rumori improvvisi e da auricolari di giovani con la cresta che ascoltano alieni gruppi chiassosi sparati al massimo che urlano nelle orecchie di questi zombie viventi, esclusi dal mondo dei consumi e da quella normalità che Marco sente così stretta"rescue me…rescue me", salvami, salvami, e anche lui vorrebbe unirsi a quel grido mentre il vagone procede ondeggiando verso il suo luogo di riparo notturno, verso quell’angiporto a cui pensa costantemente. Saluta Nando il barista, quello che non sa mai nulla, quello che fa solo cenni con la testa e allunga bicchieri di carta, si siede vicino alla vetrata sporca con la scritta "sandwich" semicancellata e guarda le barche dei contrabbandieri che attraccano a fari spenti, vede uomini che si accoppiano con movimenti bruschi, fra gesti umilianti e odori forti. In ognuno lo vede, in ogni fisionomia appena distinguibile dalle onde nere e dagli scogli grigi e imponenti. Dilata le pupille e tutti attorno sono incuranti del pianto che bagna i suoi zigomi e del suo bruciare di un amore forte e ansioso di baci, di quel contatto e di quell’odore rimastogli addosso. Qualche volta, verso mattina si lascia andare. Quando capisce che una nuova notte è trascorsa e lui non è tornato e probabilmente non tornerà e allora si rammarica di non avergli chiesto niente nella foga e nell’emozione, per potere almeno dare un nome al suo sogno. Si concede a qualcuno, si lascia fare. Rotola nella sabbia e, alla fine, insudiciato e martirizzato, in riva al mare, dopo l’orgasmo, si sente limpido e tutto appare fluido, trasparente e chiaro, pensa che l’indomani tornerà ad aspettare, pensa che è disposto ad attenderlo in eterno, uomo-penelope davanti agli scogli che hanno consumato troppo in fretta la sua ipotesi di felicità. Pensa a questo e gli pare di vedere la luna ancora più splendente, di sentire profumi squisiti portati dallo sciabordio delle onde, e si sente sereno, pieno di speranza mentre Nando abbassa la serranda del bar e gli fa uno stanco cenno di saluto. Pazzo di felicità, come ubriaco, uguale all’immagine che porta dentro, pieno fino all’orlo dei suoi desideri, intonato alla sinfonia del suo corpo, lontano dalle stonate parodie del suo quotidiano.Una felicità pronta a dissolversi come la schiuma del mare al pensiero di dover tornare in quella casa che continua a sembrargli di un altro, di un uomo che non è lui e che forse non lo è mai stato. Al pensiero di dover continuare la commedia. Solo per poco, pensa, lasciando l’angiporto accarezzato dalla luce arancione del primo mattino, mentre si intravedono, in lontananza, i traghetti in arrivo dalla Corsica e dalla Sardegna. Solo per poco.

Ti suggeriamo anche  Philip Boots, Mister Rubber Italia 2015, ci apre le porte della realtà rubber in Italia

di Francesca Mazzucato