“Dio mi ha creata, io mi sono plasmata”

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Invitandoci a non avere paura di ascoltare quello che sentiamo dentro, Silvia ha saputo raccontare ad un Paese addormentato la Storia di noi tutti.

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In uno dei tanti spassosi pomeriggi pisani, a qualcuno della redazione di Gay.it è saltato in mente di far scrivere al sottoscritto qualcosa sul Grande Fratello. A nulla è valso confessare di non averne nozione dai tempi in cui (per una subdola manovra della Gialappa’s) sapevo tutto di Pietro Taricone, Marina La Rosa e altri ormai caduti nell’oblio ma all’epoca celebri col nome di battesimo, seguito da “del Grande Fratello” (maiuscolo, come tutti i cognomi).

Ricordo che già allora c’era nella ‘Casa’ un omosessuale (non dichiarato), primo – pare – di una lunga lista di gay (non dichiarati). Ricordo pure che anni dopo corse voce della presenza di una trans, ovviamente infondata. Stavolta invece la diversità sessuale ha fatto palesemente irruzione e milioni di persone hanno potuto ascoltare il racconto di Silvia e dei suoi genitori, la storia della sua scoperta, il coming out, la difficile accettazione da parte del padre, le foto che ne mostravano i cambiamenti fisici nel tempo.

Un momento sinceramente toccante – sarcasmo a parte – perché riguardava qualcosa di più del singolo caso: non cartoline da spedire, incontri a sorpresa e lacrime a ruscelli, ma la Storia di migliaia di altre storie, di persone che vivono una realtà più grande di loro ma che devono affrontare, in nome dell’amore e della famiglia (quella reale, non quella ideale di Benedetto XVI).

Avevo già notato lo splendido volto di Silvia sul nostro sito, ma mi sono sentito fortunato a ‘sbirciare’ dentro la sua vita, perché ho pensato che quella che milioni di persone in quel momento stavano ascoltando era anche la mia vita, la vita di tutti noi. Una vera rivoluzione per il deserto di situazioni preconfezionate della Tv dell’era di Maria. Quasi si riusciva a non sospettare che l’elemento ‘trans’ potesse essere stato voluto semplicemente come ‘stranezza’ da esibire.

In un certo senso questa edizione potrebbe restare alla storia. Non per quello che succederà tra i reclusi (dei quali a me non frega niente, sembrandomi sempre persone che difficilmente frequenterei nella vita di tutti i giorni e che quindi trovo inutile guardare in televisione), ma per il modo in cui hanno reagito alla ‘scoperta’ della diversità in mezzo a loro: sorpresa, delusione, eccitazione, pentimento. Arriva una bella ragazza e si scopre che non è nata donna (all’anagrafe). Che fare?

Un ragazzo la corteggia, poi, saputa la verità, si ingrifa ancora di più, poi non capisce più nulla e la nomina tra i possibili esclusi. Alla domanda se la ‘nomina’ abbia a che vedere con la sua vicenda personale, si dichiara confuso e arrossisce vistosamente. Peccato che il pubblico, abituato al preconfezionato, non abbia saputo cogliere la violenza della novità.

Perché per il resto non ci si è allontanati dalla solita baracconaggine, chiacchiere inutili e pubblicità. La stessa ‘Casa’ non mi ricordava per nulla i tempi del ‘Guerriero’ Taricone: come in una fase avanzata del Monopoli erano spuntati ambienti di tutti i generi e prezzi, divani dappertutto e mille colori come nei cartoni, forse per distogliere dalla mediocrità degli argomenti trattati – quella sì, costante.

In studio, Alfonso Signorini analizzava fin nei dettagli con serietà luterana il niente più assoluto, invitando addirittura il pubblico a “mettersi la mano sul cuore”, espressione che non sentivo da anni e che mai avrei creduto potesse essere utilizzata (in giorni di crisi di Governo) per un televoto da diecimila euro in palio.

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Se non ho capito male, oltretutto i tre candidati all’eliminazione erano tutti fratelli della prima famiglia volontariamente autoreclusasi in blocco (una “famiglia sana”, l’ha definita Signorini). In un’altra stanza – con somma invidia di mia madre, che da anni si limita a spostare i mobili del salotto, non potendosene permettere di nuovi! – i genitori meditavano su quale figlio sarebbe stato meglio ‘perdere’. Un grottesco e becero sadismo smorzato però dal candore di Mamma Carmela.

La signora, palesemente in contrasto (insieme al marito) con l’immagine fighetto-giovanile dei reclusi, parlava infatti con la Marcuzzi, guardando non verso la telecamera, ma in alto. Una mancanza di malizia televisiva dovuta probabilmente al fatto che da lì proveniva la voce della conduttrice, orfana dell’immagine dei suoi aggiustamenti del viso e dei vistosi cedimenti del collo. Una nota sociologica – lo sguardo di mamma Carmela, non la contrastata situazione plastica della Marcuzzi – che a Signorini inaspettatamente è sfuggita.

A Signorini è mancata anche la voglia di commentare alcune parole di Silvia: “Dio mi ha creata, io mi sono plasmata”. Una vera coltellata che non invita a stravolgerci per adeguarci a una moda, ma ci insegna che tutto, perfino il nostro corpo, deve conformarsi a ciò che abbiamo in testa e che siamo realmente. Non un modello esterno, ma un’idea che è dentro di noi e che è più importante di tutto. Una voce interiore che dobbiamo avere il coraggio di ascoltare, anche a costo di mille sofferenze.

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