EVERETT AMANTE ETERO

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Rupert torna al cinema in 'Un giorno per sbaglio', un giallo in cui è un antipatico snob legato alla moglie di un procuratore. Bella ambientazione ma storia avvincente...

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Era da un po’ di tempo che non vedevamo Rupert Everett al cinema, anche perché nelle ‘Cronache di Narnia’ ha prestato solo la voce (era la Volpe), inevitabilmente persa col doppiaggio, come accadrà in ‘Shrek 3’, ancora in lavorazione, dove ridà fiato all’odioso Principe Azzurro. E la sua allure finto-aristocratica calza a pennello col ruolo dell’antipatico William Bule, divorziato benestante in un piccolo giallo introspettivo di fattura ‘all british’, ‘Un giorno per sbaglio‘ (brutto titolo per ‘Separate Lies’, ‘Bugie separate’) di Julian Fellowes, poliedrico cinquantaseienne attore, scrittore e sceneggiatore al suo esordio come regista. Qualcuno se lo ricorderà come autore di un esilarante libello uscito l’anno scorso per Neri Pozza dal titolo ‘Snob’, definito dal Daily Telegraph «un romanzo irresistibile che celebra lo snobismo inglese e il futile mondo di duchi e duchesse, marchese e governanti».

Il suo mondo è quello e Fellowes lo conosce bene, come aveva già dimostrato con la brillante sceneggiatura dell’altmaniano ‘Gosford Park’ per cui vinse un Oscar grazie all’implacabile entomologia sociale che scavava impietosa tra superficialità e rancori profondi degli scontri di classe in una elegante villa vittoriana (20 domestici al piano basso contrapposti ai 14 signori dei piani superiori e omicidio che scombina l’ordine apparente). L’ambientazione è nuovamente quella delle sontuose proprietà immerse nel verde della rigogliosa campagna inglese e anche qui c’è una morte misteriosa. Un procuratore di mezz’età assorbito dal lavoro…

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Un procuratore di mezz’età assorbito dal lavoro, James Manning, e l’inquieta moglie casalinga Anne, più giovane di lui, vivono nell’agio tra la magione fuori porta e l’elegante appartamento londinese. L’improvviso decesso del marito della donna delle pulizie, investito da una macchina mentre era in bicicletta, turba la tranquillità della coppia anche perché i sospetti di James cadono subito su un loro conoscente, l’aristocratico William Bule (Rupert Everett), il cui fuoristrada ha una vistosa ammaccatura su un lato fatta sparire in fretta e furia. Non vi sveliamo altro della trama, tranne che verrà fuori un contrastato affaire sentimentale tra Anne e William, per farvi gustare i vari colpi di scena che si susseguono nella prima mezz’ora del film.

Poi la storia vira verso il melò intimista e diventa una riflessione un po’ ritrita sul peso della colpa e sulla legge morale, sulla complicità salvifica che può travalicare le differenze di classe, sulla falsità omertosa che in nome del rispetto sociale nasconde sotto il tappeto tradimenti e crudeltà reciproche. Ma qui manca il cinismo beffardo che Woody Allen sfodera in ‘Match Point’ e ci penserà il destino a sostituirsi alla giustizia umana, imperfetta e tardiva se non assente.

Rupert Everett ha un ruolo scomodo, è imbruttito da un trucco pesante che ne accentua le spigolosità non solo caratteriali ma anche prettamente fisiche e non poteva essere scelto meglio (c’è però chi insinua che abbia l’abitudine di rimodellarsi il volto a colpi di iniezioni di Botox); anche le interpretazioni della dolce Emily Watson, l’indimenticabile Bess de ‘Le onde del destino’ divenuta cameriera in ‘Gosford Park’, e del decano Tom Wilkinson (‘In The Bedroom’) sono prove d’alta scuola. Ma ciò che non funziona molto è proprio la storia che dovrebbe focalizzarsi di più sui tormenti interiori di lei, il personaggio più complesso, e invece mira ad approfondire i conflitti sentimentali del marito, apparentemente algido e distante ma in realtà profondamente innamorato di Anne.

L’inevitabile conseguenza è che il contorno e l’ambientazione diventano più interessanti della vicenda: i cottage impreziositi da angoliere d’epoca e fini suppellettili (persino la donna delle pulizie ha una casetta davvero niente male); il lusso discreto di hall e suites dell’hotel George V di Parigi; la bellezza dei giardini curati e la solarità della costa inglese nella fuga a Brighton. Un maestro del genere come Chabrol ne avrebbe tratto un noir eccellente ma l’inesperto Fellowes, che adatta un romanzo del 1951 di Nigel Balchin dal titolo ‘A Way Through The Woods’ (‘Una strada nel bosco’) innestandovi la sottotrama criminosa assente nell’originale, si lascia trascinare troppo dalle emozioni dei suoi personaggi perdendo un po’ di vista la visione d’insieme della vicenda. E così rischia di sfaldare il tutto nel brutto sottofinale sotto la pioggia in cui pigia con colpevole insistenza sul pedale della commozione.

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