Golden Globes, l’ingiusta sconfitta di The Imitation Game e Pride

Vincono Boyhood e Grand Budapest Hotel. Tra le serie tv trionfa la rivelazione Transparent

È stata una débâcle per il cinema lgbt, parzialmente risarcita da alcune vittorie tra le serie tv, la 72esima edizione dei Golden Globes. La cerimonia di premiazione condotta dalle frizzantissime Tina Fey e Amy Poehler si è svolta ieri sera al Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills. A sorpresa il l’equilibrato cinesperimento durato 12 anni sulla storia di un’ordinaria famiglia americana, “Boyhood”, diretto da Richard Linklater, batte il favorito “The Imitation Game”, onestamente migliore per statura artistica, e si aggiudica anche la miglior regia e la miglior attrice non protagonista, Patricia Arquette. Così, l’intenso biopic sul matematico gay Alan Turing interpretato da un carismatico Benedict Cumberbatch, sconfitto da Eddie Redmayne per il biopic sull’astrofisico Stephen Hawking “La teoria del tutto”, resta addirittura a bocca asciutta. Ma non è l’unica ingiustizia della serata. Fra le commedie/musical, il simpatico ma lezioso Grand Budapest Hotel batte a sorpresa il favorito, proprio “Birdman”, nonché il militante “Pride” che si gode però una vittoria tutta italiana: più di un milione di euro d’incasso nel nostro Paese, cifra considerevole vista la ridotta distribuzione garantita dalla coraggiosa Teodora.

Il visionario “Birdman” di Alejandro González Iñárritu, parabola d’autore sul declino professionale di un attore diventato famoso per un personaggio fantastico di supereroe-uccello, si consola coi globi per il miglior attore, Michael Keaton, e la migliore sceneggiatura, categoria in cui era in lizza anche l’ottimo script di “The Imitation Game” firmato da Graham Moore.

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Tra le attrici protagoniste, strada spianata per Julianne Moore malata precoce d’Alzheimer in “Still Alice” (era candidata anche per “Maps To The Stars”), ormai a un passo dalla sua quinta candidatura all’Oscar: lo sapremo giovedì prossimo, quando saranno rese note le nominations. Nella categoria riservata ai film non drammatici, trionfa Amy Adams (forse non tutti sanno che è nata in Italia, a Vicenza: il padre militare lavorava nella caserma Ederle) per il colorato film-caramella “Big Eyes” di Tim Burton, gradevole biopic della pittrice Margaret Keane e del marito Walter che si spacciò per autore delle sue opere, in realtà un po’ sotto gli standard del grande ed eccentrico regista californiano.

Altra sorpresa tra i migliori film in lingua non inglese: il notevole dramma russo “Leviathan” di Andrey Zviagintsev batte il favorito, l’essenziale ed etico “Ida” del polacco Pawel Pawlikowski su una suora che sta per prendere i voti e la zia giudice che la porta nei luoghi d’infanzia e le fa scoprire la complessità del mondo fuori dal convento.

Per quanto riguarda invece i Golden Globes riservati ai prodotti televisivi, dicevamo, è andata un po’ meglio per il cinema queer: la migliore serie non drammatica è la rivelazione gender “Transparent” su un 70enne che decide di svelare ai propri figli il desiderio di diventare donna. Lo interpreta Jeffrey Tambor, premiato come miglior attore, che ha dedicato il premio alla comunità transgender: “Grazie, grazie, grazie per il vostro coraggio. Grazie per la vostra ispirazione. Grazie per la vostra pazienza. E grazie per averci concesso di essere parte del cambiamento”. La produttrice Jill Soloway che ha finanziato la serie per Amazon ha invece dedicato il suo Golden Globe a Leelah Alcorn, transgender morta suicida lo scorso dicembre, e “alle troppe trans morte troppo giovani ma anche a mio padre che ci sta guardando da casa ed è transgender: grazie per aver fatto coming out, perché così hai raggiunto la libertà, hai detto la verità e mi hai permesso di realizzare il telefilm ed essere in grado di insegnare al mondo qualcosa sulle nostre fantasie, sulla verità e sull’amore”.

Il bellissimo Matt Bomer ha vinto un meritato Golden Globe per la straordinaria interpretazione ‘totale’ del giornalista Felix consumato dall’Aids nel magnifico film tv “The Normal Heart” che però è stato battuto da “Fargo” mentre il miglior teledrama si è rivelato “The Affair”. L’attore americano ha ringraziato il regista Ryan Murphy “per aver creduto in me ed essersi fidato di me in questo ruolo, accompagnandomi giorno per giorno”, l’autore Larry Kramer “per la tua rabbia e la tua passione nello scrivere una storia che ha cambiato così tante vite”, l’attore protagonista Mark Ruffalo, “il miglior attore che chiunque spererebbe di avere come partner”, e infine il marito Simon Halls e i loro tre bambini: “Vi amo e vi ringrazio per avermi sopportato mentre perdevo 40 libbre di peso e digrignavo i denti mentre mangiavate la pizza davanti a me”. Bomer ha infine dedicato il premio “alla generazione che abbiamo perso e alle persone che continuiamo a perdere per questa malattia, voglio solo dirvi che vi amiamo e vi ricordiamo”.

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Tra gli attori in una serie drammatica vince l’attore bisex Kevin Spacey per “The House of Cards” mentre Gina Rodriguez trionfa come miglior attrice nella serie “Jane The Virgin” in cui vi sono alcuni personaggi lesbogay ricorrenti: racconta la storia di una ragazza ventitreenne che si trova improvvisamente incinta senza aver avuto alcun rapporto sessuale.

Sul red carpet molte star hanno portato omaggio alle vittime degli allucinanti attacchi terroristici parigini con varie scritte “Je Suis Charlie” (Helen Mirren si era appuntata una spilla con una penna stilografica) mentre George Clooney, vincitore del premio alla carriera Cecil B. DeMille, accompagnato dalla neomoglie Amal Alamuddin, ha ricordato “i milioni di persone che hanno marciato non solo a Parigi ma in tutto il mondo. Abbiamo visto insieme cristiani, ebrei e musulmani, leader di tutti i Paesi, e non per protesta ma a sostegno dell’idea che non cammineremo nella paura”.

Tra i look più audaci, spiccava l’intrigante combo in velluto verde e bustier color carne firmato Alexis Mabille indossato da una radiosa Conchita Wurst. Moda non “Trasparent” ma ugualmente gender!