La Cassazione. “Marrazzo vittima e testimone, non colpevole”

La Corte di Cassazione, rifiutando la richiesta di scarcerazione dei carabinieri coinvolti, chiarisce che l’ex presidente non commise reati ma fu vittima “di una vera e propria imboscata”.

Dopo mesi di silenzio si torna a parlare del cosiddetto caso Marrazzo, la vicenda che portò l’allora presidente della Regione Lazio (era ottobre dello scorso anno) a dimettersi per via di un ricatto subito da alcuni carabinieri che lo avevano sopreso e filmato durante un incontro con la trans Natalì nell’appartamento di lei in via Gradoli a Roma. Adesso, a riaprire la vicenda è la sentenza numero 15082 della Corte di Cassazione chiamata, in realtà ad esprimersi sulla richiesta di scarcerazione avanzata dai legali dei carabinieri autori del ricatto. Nella loro pronuncia, i giudici del Palazzaccio hanno definitivamente assolto Piero Marrazzo descrivendolo come vittima di "un vero e proprio agguato culminato con l’irruzione nell’abitazione della trans".

Tutte le accuse rivolte dai carabinieri Luciano Simeone e Carlo Tagliente cadono nella stenenza della Suprema Corte che nega la scarcerazione ai tre e spiega come nessuno dei comportamenti dell’ex presidente della Regione sia penalmente rilevante.

L’auto blu con cui Marrazzo si faceva accompagnare in via Gradoli, ad esempio, non era usata impropriamente, dato che la vettura viene concessa in uso al presidente per qualsiasi spostamento e non solo per quelli istituzionali.

L’ex presidente, che di tutta la vicenda è "la vittima predestinata di quella che è stata considerata come un’imboscata organizzata ai suoi danni", non dovrà rispondere neanche per la presenza della cocaina. Le indagini, infatti, hanno provato che a mettere la droga nell’appartamento di Natalì sono stati Luciano Simeone e Carlo Tagliente, i carabinieri autori del video, al solo scopo di rendere più grave la posizione della vittima della loro imboscata facendo così in modoc he fosse più facilmente ricattabile. In più, se anche a portare la droga fosse stato Marrazzo, a quanto risulta dagli elementi raccolti dagli inquirenti, la cocaina sarebbe stata destinata all’uso personale e quindi non penalmente rilevante.

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Irrilevanti poi anche le accuse riguardo la presunta falsa denuncia di smarrimento degli assegni che l’ex presidente fu costretto a firmare sotto ricatto. Marrazzo, infatti, cfece sapere alla banca di quegli assegni solo per non favorire i suoi estortori.

Sia la testimonianza di Marrazzo che quella di Natalì sono state considerate affidabili e attendibli cosa che, insieme al comportamente dei due carabinieri nell’appartamento "certamente non riconducibile a quanto ci si aspetterebbe da rappresentanti delle forze dell’ordine impegnati in compiti di istituto", ha avallato la tesi secondo cui quello di via Gradoli fu un blitz in piena regola e non un controllo casuale. A dare credibilità maggiore a questa circostanza anche il fatto che i due carabinieri non presentarono alcun verbale dell’irruzione, non sequestrarono la cocaina o perquisito l’appartamento. "Risulta invece – scrive suprema Corte – che "essi, o eventuali complici introdottosi con loro nell’appartamento, hanno eseguito delle significative riprese video del Marrazzo in atteggiamento certamente compromettente, specie per un uomo che ricopriva un importante ruolo istituzionale; riprese le cui finalità non erano certo quelle di assicurare, a fini di giustizia, le tracce di reati, o di individuare i colpevoli di condotte delittuose, ma solo di registrare situazioni scabrose per ottenere indebiti vantaggi".

In una video-intervista rilasciata a Repubbliva TV, l’ex predisente del Lazio, visibilmente provato, ricorda di non essere mai stato accusato dalle autorità giudiziare, ma considerato sempre vittima e testimone dell’accaduto. "Ecco perché ho aspettato in silenzio il lavoro dei magistrati, degli investigatori e dell’Arma dei Carabinieri – dice al microfono di Repubblica -. L’unica cosa è che il silenzio è stato pagato da mia moglie e dalle mie figlie che hanno pagato un prezzo altissimo. Però oggi la parola finale è stata detta dalla Suprema Corte di Cassazione. Non si è tenutoconto di quello che dicevano i magistati che dichiaravano ‘Marrazzo è vittima’, ma si è preferito tenere conto delle falsità e delle testimonianze inattendibili. Le mie responsabilità personali, le ho riconosciute prima di tutto davanti alla mia famiglia – continua l’ex presidente -. Io ho fatto del male a mia moglie e alle mie figlie, ma per quello in cui credo dovevo dimettermi nonostante fossi innocente. Non è bastato".

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"Adesso è venuto il tempo di raccontare una verità che io ho già raccontato ai magistrati nel corso degli interrogatori – conclude Marrazzo -. Ma la racconterò nel rispetto delle istituzioni". Nei prossimi giorni, quindi, Piero Marrazzo racconterà finalmente la sua versione della vicenda che, evidentemente, è diversa da tutte quelle che abbiamo sentito finora.