“Racconti di vita” gay

Nel programma di Raitre ‘Racconti di vita’ si è parlato di omofobia e aggressioni ai danni dei gay. Ospiti Ferigo e il portavoce di Militia Christi. A seguire la disabilità glbt: troppa superficialità

Quando si dice un programma ‘avanti’: ieri all’ora di pranzo, su Raitre, è andato in onda Racconti di vita, interessante programma d’inchiesta e approfondimento condotto con sobrietà da Giovanni Anversa. La puntata si intitolava Perché l’omofobia e denunciava l’escalation di violenze contro gli omosessuali, ponendo l’accento sui più recenti casi di Bari, Finale Ligure e Roma.

In studio erano presenti i ragazzi che sono stati aggrediti proprio nella capitale, il presidente dell’Arcigay di Milano, Paolo Ferigo, anche lui vittima ma nella sua città, e il portavoce del movimento politico cattolico Militia Christi. Da quest’ultimo, peraltro un po’debole sui congiuntivi, non si è sentito nulla di nuovo: no alla legittimazione della pratica omosessuale vista come colpa, la verità è l’eterosessualità, no all’eclissi di Dio nel vivere lesbogay (alcune perle: «i gay devono andare in pizzeria»; «no alle pratiche violente»; «nessuno vuole cacciare ma oggettivamente è un disordine»).

«È una vecchia storia» sottolinea saggiamente Anversa, quasi ringalluzzito da frasi già sentite e motivazioni, al giorno d’oggi, davvero un po’ datate. Ferigo, intanto, ribatte con senno e discrezione: ma anche qui nulla di nuovo.

È il resto del programma, però, che rappresenta una vera novità televisiva e non il classico didascalismo utile ai disinformati e non a chi cerca spunti di dibattito e riflessione: si affronta di petto la situazione dei ‘diversi tra i diversi’, la nicchia nella nicchia: un gay con una gamba sola, una nana che si presume lesbica e (sigh!) una coppia di pinguini omosessuali. Con tutto il rispetto necessario per queste persone diversamente abili – e gli animali queer – è innegabile che l’accostamento di questi casi, peraltro non approfonditi e elencati con distratta superficialità, a quelli di persone che vivono semplicemente una sessualità statisticamente minoritaria, sottintende la pericolosa equazione "omosessualità = handicap". E ciò è condannabile.

Certo non perché si testimonia così un doppio disagio sociale – sia ben chiaro: da questo punto di vista sarebbe assolutamente lodevole – ma perché lo si mette in coda a un dibattito sulle violenze ai gay, quasi a voler dire: lasciateli in pace, poverini, dopotutto anche loro hanno un handicap fisico. E posto in questi termini, davvero, non è accettabile.

Viene poi in mente una riflessione a latere: perché una categoria sempre più vasta e sempre più silenziosa, quella dei bisessuali, non viene presa mai in considerazione durante programmi di questo tipo? Magari è il caso di chiedersi il perché, forse in sedi più consone di un salotto-vetrina televisivo da pranzo domenicale.

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