SANREMO, TEMPIO DEL CAMP

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Mentre gli spettatori, da casa e in teatro, disertano la kermesse, il Festival si riempie di icone indistruttibili. Intervista alla rinata Iva Zanicchi. Ma ci sono anche don...

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SANREMO – Cominciamo con un pettegolezzo. Pare che, per riempire i tanti buchi (troppi) che hanno lasciato nella platea del teatro gli spettatori che hanno dato forfait, siano state arruolate 50 comparse, figuranti prezzolati a cui sono state date precise indicazioni sul look. Quindi peggio della tanto vituperata edizione della Carrà. Buchi in platea, polemiche a non finire e ascolti in caduta libera. Il Gran cerimoniere Baudo finge di incassare con stile e in conferenza stampa dice che si è trovato di fronte a una concorrenza molto agguerrita (accidenti, ha persino vinto). Bene, questa sera vedremo una sfida interessante, il Festival contro il Grande Fratello. Chi vincerà? Io mi auguro che tanti, uomini, donne, giovani e meno giovani, per noia, per sfida, per sfinimento, per quello che vogliono, spengano la televisione e vadano al cinema, a cena, a fare l’amore, a passeggiare per le strade.

Poche le certezze della gara canora (Bobby Solo e Little Tony, una esibizione di puro “camp” da culto, imbarazzante solo per l’eurovisione ma in realtà commovente), Giuni Russo, con una voce strepitosa, e una canzone difficile ma di grande effetto, l’unica che non ha sprecato il siparietto con sciocchezze da avanspettacolo e ha regalato una poesia di San Giovanni della Croce, messa in musica, veramente da brivido. Non le hanno risparmiato il “Come eravamo”, idea veramente malinconica, ma lei con la sua dignità e con un fascino speciale da grande icona gay ma non solo, ha neutralizzato le immagini antiche che scorrevano dietro, riportandoci in un contemporaneo fatto di sensualità e suggestione. Poi c’ era la bambina arrivata prima, che cantava diretta da un omone peloso ed obeso e facevano tanto “la bruttina e la bestia”, e per fortuna Antonella Ruggiero, con uno stile etnico- chic molto intrigante, bravissima a suonare uno strumento di sua creazione.

Ieri pomeriggio abbiamo incontrato Iva Zanicchi, la grande Madonna nostrana, capace di cambiare pelle meglio di un iguana, cantante, conduttrice, politica, e poi ancora e per sempre cantante. Risiede fuori dalla bolgia, in un albergo che le somiglia, il Grand Hotel del Mare di Bordighera, antico, un po’ decadente, pieno di colonne neoclassiche, tessuti damascati, piccoli zampilli, velluti. Lei è sempre grintosa e ruspante.

Come si sente?

Certo arrivare ultimi non fa piacere a nessuno, non posso certo mentire, ma vedo il festival come una grande passerella. A questa canzone seguirà un disco in cui credo molto e poi una tournèe teatrale, ho ricominciato a far la cantante e la farò a tempo pieno, non mi fermerà niente. Sono felice perché ho ritrovato Bobby Solo, gli sono molto affezionata. Insieme, nel 1969 vincemmo con Zingara, ci vogliamo bene e abbiamo un sacco di ricordi in comune.

Quali canzoni le piacciono, a parte la sua?

Ha fatto bene a specificare (ride). A parte gli scherzi, questa è sempre la domanda più difficile, sembra incredibile ma da dietro noi non riusciamo a sentirle tutte, dal mio camerino poi… se camerino si può chiamare… Ho sentito Alex Britti e mi è piaciuto moltissimo, ma lui lo seguo e lo stimo tanto, da sempre, e poi ho trovato sorprendente Sergio Cammariere. Delle altre non le saprei dire.

E’ in splendida forma!

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Ho fatto una piccola dieta, vede che mangio una mela? Che tristezza! Io sono una buongustaia nata, di solito faccio colazione con la polenta di castagne, che dalle mie parti si chiama “castagnaccio” e poi mangerei tortellini a pranzo e polenta a cena. Ma contano molto anche gli abiti neri e la nuova pettinatura. Alla mia età rinnovarsi è importante.

Lasciamo Iva a una serie di troupe televisive e a un nutrito gruppo di giornalisti frementi, e gironzoliamo un po’. Le cose più belle di questo festival di San Remo accadono fuori.

Fuori dal teatro Ariston che, visto in tempi non festivalieri, assomiglia ai cinema porno un po’ decadenti che si trovano in tutte le periferie metropolitane, e non si sa con quali artifizi televisivi riescono a farlo sembrare grande, luminoso ed elegante (il mago Otelma?). Fuori il sole è svanito ma ci sono cose belle. Ad esempio nella Tenda della Pace allestita in piazza Cassini da una cinquantina di associazioni imperiesi. E’ qui che nella giornata inaugurale del Festival sono arrivati due simboli del movimento “no global” e del Social Forum, Vittorio Agnoletto e don Vitaliano Della Sala che, al momento, risiede presso la comunità di San Benedetto di Don Gallo a Genova. Entrambi hanno cercato di ottenere, inutilmente, uno spazio sul palco dell’Ariston, da cui lanciare un appello contro la guerra. Straordinaria la forza di don Vitaliano, sempre in prima linea, coraggioso testimone di pace e tolleranza.

Oggi pomeriggio ci sono anche le iniziative di Emergency e, accanto alla tenda, apre anche il “Gazebo della pace” allestito dal Comitato Cittadino contro la guerra, con iniziative rivolte anche ai bambini. E sono tante le manifestazioni in programma, oltre a quella di sabato dell’ARCIGAY. Oggi alle 16 arriveranno gli operai della Agnesi di Imperia su iniziativa dei sindacati per denunciare le incerte prospettive dell’azienda e i rischi per il futuro dei lavoratori. Fuori si manifesta per ricordare che la vita va avanti coi suoi drammi, coi suoi conflitti, con le fosche ombre di guerra sul futuro, e che certe ignobili offese verso le persone transessuali non si dimenticano fra un siparietto e uno spot pubblicitario. Dentro all’Ariston tutto sembra come ingessato, mummificato, a perpetuare la liturgia eterna del rito canoro che, a giudicare dagli ascolti che continuando inesorabilmente a scendere, pare agonizzante, fuori dal tempo, affannato, banale, inutile.

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di Francesca Mazzucato – da Sanremo

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