The Crown, una lezione di politica per l’establishment e la sconfitta del populismo

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All’indomani del referendum costituzionale, di Trump e Brexit, una serie tv che insegna il senso di responsabilità alle classi dirigenti.

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E se fosse una serie tv sulla monarchia inglese a insegnarci come battere il populismo?

All’indomani del referendum costituzionale la mia analisi politica del risultato è consistita nello spararmi in poche serate la serie del momento, The Crown, disponibile su Netflix.

Premetto che sul corpo avevo ancora fresca la batosta della sconfitta di Hillary Clinton che per me ha rappresentato davvero il fondo del barile. La vittoria di Donald Trump, o meglio la sconfitta della prima donna candidata alla Casa Bianca per mano di un uomo che rappresenta tutto ciò che il femminismo ha combattuto è stata un terribile shock. Qualche mese prima c’era stata Brexit che pure non era stata una passeggiata. Insomma questo 2016 è stato segnato da un grande scoramento: molto meglio dunque sfuggire dalla realtà, e rifugiarsi nella serialità.

In questo senso, The Crown offre un rifugio a tutti coloro che credono ancora nelle istituzioni e non si arrendono all’idea populista che i processi democratici possano autogovernarsi: basta guardare alla storia per capire che l’anarchia di solito si risolve nella legge del più forte. Certo, è molto importante chi abita le istituzioni e come ci si rapporta con esse. The Crown, serie inglese scritta da Pete Morgan (già autore del film The Queen con Hellen Mirren), racconta proprio questo: il conflitto tra personale e politico, che trascende tutti i ruoli di potere. Non basta infatti essere nominati – o consacrati come nel caso del monarca inglese – per poter svolgere al meglio la propria funzione istituzionale; non basta cioè trovarsi lì per caso, piuttosto occorre abitare il ruolo che si ricopre, essendo consapevoli dei propri privilegi e soprattutto dei propri doveri. In questa difficile presa di coscienza da parte di chi riveste ruoli di potere, si cela un meccanismo fondamentale della democrazia rappresentativa e costituzionale, oggi furiosamente sotto attacco dalla demagogia imperante.

The Crown racconta proprio questo, il travaglio che porta la giovane Lilibeth Windsor a svanire per lasciare il posto ad Elisabetta II, regina.  E questo travaglio non sarà certo privo di costi: a farne le spese sarà la vita familiare, il rapporto coniugale col marito Filippo, l’affetto della sorella, persino la propria individualità di giovane donna. Tutto sacrificato per il bene più alto, l’istituzione che si rappresenta. A differenza dello zio Edoardo che rinuncia al trono per sposare l’amore della sua vita, la divorziata americana Wallis Simpson, Lilibeth dimostra di essere capace di sopportare il peso della corona, appunto The Crown, che deve vincere sempre, per citare una scena cult della serie.

La Elisabetta di The Crown è una donna che sente il peso del servizio che sta svolgendo per conto del popolo, ma anche il dovere dell’esempio nei confronti dei suoi sudditi. Forse il sentimento anti-establishment che sta dilagando in questi mesi è proprio legato alla venuta meno di questo senso di responsabilità da parte delle classi dirigenti, che è il presupposto di ogni base di legittimità. A pensarci bene, non c’è forse nessuno al mondo che sia più establishment della regina Elisabetta, eppure questa figura – parlo del personaggio della serie, non del personaggio realmente esistito (non essendo uno storico, non esprimo un giudizio sul monarca inglese attuale) – pone le basi della propria autorevolezza non certo nell’empatia, ma nel senso del proprio ruolo e nello spirito di servizio, inteso come public service.

The Crown insegna insomma una grande lezione all’establishment di questi tempi sotto attacco, lo fa con lo stile del period drama, del grande romanzo in costume che delizia gli occhi degli appassionati del genere, attraverso la messa in scena della storia. Qualsiasi leadership, elettiva o ereditaria che sia, si esercita innanzitutto avendo il senso del limite, altrimenti il potere diventa sopraffazione. Certo, il problema è che troppo spesso questo “senso del limite” viene tradotto maldestramente, almeno in Italia, in istinto di conservazione dello status quo, bigottismo e elitarismo. Non c’è da stupirsi poi se la fiducia nelle istituzioni crolla e il sentimento popolare si coagula esclusivamente nel dissenso. E’ quello che sta accadendo in Europa, dove un’intera classe dirigente ormai teme come la peste il suffragio universale. Per non morire elitari e al contempo non arrendersi al qualunquismo dell’anti-politica, occorrerebbe una nuova generazione di leadership visionarie che riscoprano la passione politica come spirito di servizio verso i cittadini. Sembra scontato, ma oggi non lo è.

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