La lezione amara di The Good Wife: quali compromessi devono accettare le donne al potere?

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La serie assume un significato diverso all’indomani della sconfitta di Hillary Clinton, a cui il personaggio è evidentemente collegato su un piano ideale e simbolico.

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Che stupidi noi supporter sfegatati di Hillary Clinton a non aver avuto minimo sentore di ciò che sarebbe successo nelle urne americane. Invece che guardare ai sondaggi, sarebbe bastato prestare più attenzione a The Good Wife, forse una delle migliori serie TV di tutti i tempi, sicuramente quella che ha trattato con più onestà il rapporto fra donne e potere, che proprio nell’anno delle elezioni americane ha chiuso i battenti dopo 7 stagioni.

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d'amore Viennese.

Alicia Florrick/The Good Wife, diciamolo subito, è uno dei personaggi femminili meglio scritti di tutta la serialità televisiva: questo lo si deve ai due sceneggiatori, i coniugi Robert e Michelle King, che l’hanno resa un personaggio complesso, non certo una figurina sbiadita o, peggio, un’eroina da santificare. Per intenderci, The Good Wife non è una sviolinata su come le donne siano migliori degli uomini quando si ritrovano nell’arena politica. Piuttosto è una riflessione onesta sui compromessi che il gioco del potere richiede a tutti coloro che vi partecipano – anche le persone più capaci e integre come Alicia.

Nella prima puntata, incontriamo la povera Florrick ad una conferenza stampa, al fianco del marito – politico corrotto e fedifrago – coinvolto in uno scandalo. La moglie composta, nel suo tubino bon-ton, nonostante sia distrutta dall’umiliazione (quando i fari si spengono il marito si becca un meritatissimo schiaffo) fa quello che ogni “good wife”- secondo alcuni – dovrebbe fare: rimane accanto al proprio uomo, nonostante i tradimenti spiattellati in prima pagina. Certo, non lo farà a gratis. Quando lui finisce in prigione per corruzione, costretta a riabbracciare la professione forense dopo anni d’inattività, The Good Wife non esiterà ad utilizzare il nome del coniuge per fare carriera. Il ritorno al mondo del lavoro, presso il prestigioso studio di avvocati, Lockhart & Gardner, porterà Alicia a rimettere in discussione tutta la sua vita: scoprirà le proprie straordinarie capacità, dovrà fare i conti con le proprie debolezze.

Questa presa di coscienza che attraverserà il personaggio di Alicia per tutta la serie, ovviamente, non sarà indolore. I costi saranno altissimi. Alicia sovente contraddirà se stessa, tradendo i propri principi morali e scendendo a compromessi. Per esempio, si farà assumere sfruttando la sua influenza sul capo dello studio legale, Will Gardner, indimenticato amore giovanile, rubando il posto a qualcuno più qualificato di lei. Successivamente trasformerà il rapporto col marito in una cinica alleanza professionale per scalare il potere, rinunciando all’amore ritrovato di Will, unica barlume di verità nella sua esistenza. Da vittima, Alicia si trasformerà in carnefice. In questa metamorfosi, però, non ci sarà più felicità; diventare più forti, cioè, non significa soffrire di meno. Anzi. A tal punto che viene da chiedersi – lo fa anche Alicia, in una scena memorabile dell’ultima stagione, nella sua lavanderia – il perché di tutto questo. Una domanda che non ci saremmo mai posti se nei panni della Florrick ci fosse stato un maschio.

Il Premio Pulitzer Emily Nussbaum del New Yorker ha scritto che gli spettatori, soprattutto il pubblico femminile, ha idealizzato Alicia come un’eroina che è riuscita ad attraversare umiliazioni e fallimenti, ottenendo alla fine successo e potere e per questo motivo ne è diventato una fonte d’ispirazione. In realtà, la serie è piuttosto una riflessione onesta sul pragmatismo necessario per raggiungere posizioni di potere. Come scrive Nussbaum, ciò che ha permesso ad Alicia Florrick di emergere sono esattamente gli stessi compromessi richiesti a qualsiasi persona appartenente al suo mondo. La differenza, forse, è che per le donne, che devono navigare delle regole scritte dai maschi, quei compromessi sono rappresentati come tracce di una smisurata ambizione. Ciò che per gli uomini viene descritta come tenacia, per le donne diventa avidità di potere.

In questo senso, la serie assume appunto un significato diverso all’indomani della sconfitta di Hillary Clinton, a cui il personaggio di Alicia è evidentemente collegato su un piano ideale e simbolico. Il pragmatismo di Hillary è diventato motivo d’attacco per i suoi avversari politici, che non hanno esitato a dipingerla come una donna disposta a tutto per il potere. Le stesse critiche però non si sono sentite nei confronti dei colleghi maschi che negli anni hanno coltivato le stesse attitudini e i medesimi comportamenti. Con questa diversità di trattamento sono costrette a confrontarsi tutte le donne che come Alicia o Hillary rifiutano di stare al loro posto, che non si rassegnano a rimanere confinate nei copioni scritti dai loro mariti, padri, datori di lavoro. Certo, il prezzo è alto. Altissimo. La Florrick sul finire della serie si ritrova – come la Clinton – di fronte ad una sconfitta politica, costretta ancora una volta a ripartire da capo, ricostruendo pezzo per pezzo la propria vita. Epica l’ultima scena dello show, in cui Alicia, dopo una conferenza stampa per l’ennesimo scandalo del marito, cammina in un corridoio rosso e si becca – letteralmente -uno schiaffo dalla collega-amica-nemica Diane. Quello schiaffo è evidentemente un segnale che il cerchio si è chiuso: The Good Wife da vittima si è trasformata in carnefice.

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1 comment

  1. cantalupo75 Rispondi

    Oggi rai2 ha trasmesso l’episodio finale della serie. L’analisi dell’articolo è affascinante eppure si ha l’impressione di un finale troppo aperto con nessuno dei fili del racconto che è tornato al suo posto. Sarò banale ma ho interpretato il ceffone di Diane come un brusco ritorno alla realtà dopo giorni di bei sogni che tuttavia non indica minimamente la direzione o il nuovo percorso che ciò comporta. Pare che Alicia comparirà anche nello spin off ma dubito che si risolveranno le situazioni lasciate a metà.