Transparent: la rivoluzione di Maura, una donna meravigliosa

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Transparent compie una piccola, poetica rivoluzione perché racconta alcuni aspetti delle identità queer spesso dimenticati.

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Ormai è assodato: per capire davvero il presente bisogna affidarsi alle serie televisive.

Il cinema non sembra più in grado, al di là dei soliti circuiti autoriali, di catturare le complessità dell’oggi. Il grande schermo è invaso da super-eroi dei fumetti impegnati a salvare il mondo e da commedie sempliciotte; è andato perso qualsiasi gusto per la narrazione. Non è un caso che i registi e gli sceneggiatori più bravi siano passati al piccolo schermo: nella serialità televisiva la scrittura ha riscoperto un nuovo vigore e profondità. E poiché come ci ricorda il National Geographic, una rivoluzione è in atto, quella che riguarda le transgenders politics, la Tv ha raccolto la sfida offrendo una rinnovata visibilità alle identità trans; rinnovata perché rompe i cliché, consegnandoci personaggi interi e complessi.

Capofila di questa rivoluzione è senza dubbio Transparent, la serie capolavoro prodotta da Amazon, arrivata alla terza stagione, scritta da Jill Soloway, già sceneggiatrice di Six Feet Under. Protagonista la splendida Maura Pfefferman, donna transgender di sessant’anni, che nella vecchiaia decide finalmente di rivelare se stessa, dopo una vita passata sotto le sembianze di Mort, serissimo professore universitario ebreo. Transparent compie una piccola, delicata, poetica rivoluzione per una serie di motivi. Prima di tutto, perché racconta le identità queer spesso dimenticate: quelle non più giovani. Il viaggio di Maura alla scoperta di se stessa avviene infatti nella maturità, ed è per questo avulso dalle turbolenze della gioventù, ma non, di certo, più semplice. Anche perché proprio in ragione della sua età, Maura è costretta a fare i conti con il passato, non soltanto con il proprio futuro. La rivelazione di Maura finisce per coinvolgere gli altri membri della famiglia, i figli – ormai adulti – e l’ex moglie, coinvolgendoli in un tortuoso percorso verso la consapevolezza. Che poi a pensarci bene i figli della famiglia Pfefferman sono davvero insopportabili, come tutti i giovani cresciuti nella bambagia, ma per questo adorabili. Sarah, la più grande, lascia il marito per sposare un suo vecchio amore lesbo del college, salvo poi ricredersi il giorno del matrimonio. Josh, produttore musicale, dopo un passato da sciupafemmine s’innamora di una rabbina. Ali, il personaggio più bello, ne combina di tutti colori.

Insomma il secondo motivo per cui questa serie è veramente rivoluzionaria perché esalta le imperfezioni di tutti i personaggi – etero, gay o trans – mettendo in luce come proprio in queste imperfezioni si racchiuda la nostra più profonda umanità, che ci rende tutti uguali. Maura è una donna trans, ma è prima di tutto un essere umano: lo era prima quando si chiamava Mort, lo è oggi nella sua ritrovata autenticità.

Certo, la vita di una persona transgender non è facile, lo è ancor di meno quando hai 60 anni. Transfobia e ageism si intersecano, ma Maura non si scoraggia; affronta le difficoltà che si interpongono nella strada verso l’accettazione ma per farlo è costretta anche ad analizzare i propri privilegi. Privilegi figli della sua posizione precedente di maschio, bianco, con una sicurezza economica e una carriera rispettabile, che la rendono talvolta distante dalle altre sorelle – trans e cisgender – meno fortunate. Jill Soloway ha dichiarato in un’intervista a Vulture che proprio questo sarà il tema della terza stagione: cominciare a domandarsi se le battaglie di donne, minoranze etniche e LGBTIQ siano sovrapponibili o se invece ci siano delle differenze, non soltanto fra gruppi, ma all’interno stesso delle comunità, che meritano di essere rese visibili.

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Una domanda indispensabile, soprattutto in un momento storico in cui gruppi oppressi vengono pericolosamente messi contro. Certo, il privilegio di Maura, tangibile, non le risparmia sofferenze e delusioni. Soprattutto quando deve affrontare il peso del passato, che nella serie è rappresentato impeccabilmente attraverso l’utilizzo dei flashback: vediamo la vita di Maura prima, quando era costretta a travestirsi di nascosto, le occasioni perdute, i silenzi imposti; conosciamo le vicende della sua famiglia ebrea nel secolo scorso, e capiamo. Capiamo che la storia di ognuno di noi è molto più complessa e articolata di ogni semplificazione possibile; che la vita difficilmente si fa racchiudere in una definizione. Basterebbe questo per pretendere rispetto, in un mondo che si ostina a chiamare le persone transgender con il pronome sbagliato e che vuole imporgli l’utilizzo del bagno del sesso di nascita ledendo la loro identità e mettendole in pericolo.

Basterebbe ricordarsi di essere umani. Come Maura, una donna meravigliosa.

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