UN SANREMO DA ZERO ASSOLUTO

Sanremo flop: 9 milioni di spettatori e 44.82% di share. Canzoni brutte, solita fuffa nazionalpopolare, Cornacchione triviale. Si salvano Cristicchi, Milva, Ruggiero e il Dopofestival di Chiambretti.

Ok, Sanremo è Sanremo ma a tutto c’è un limite. È possibile, nel 2007, riproporre un festival sempre uguale a se stesso, obeso e indigeribile, con lo sprint di uno show bulgaro, canzoni brutte, una fuffa diffusa nazionalpopolare e scenette da Bagaglino grazie a un Cornacchione triviale che dilata i tempi annoiando a morte fino a strizzare le parti intime di Romano Prodi (un sosia, ovviamente)? Si può, si può, se a condurlo c’è un Pippo Baudo restauratore dall’aria stanca che confonde Nada con Antonella Ruggiero e una Michelle Hunziker di solito briosa e qui attanagliata dall’emozione a tal punto da stonare in apnea Adesso tu del suo ex Eros Ramazzotti e ridurre di un quarto il numero dei componenti dell’orchestra sostenendo che sono 60 (è stata pagata un milione di euro).

È forse proprio questo il fascino segreto di Sanremo, orrido e trash come la nostra peggiore tv, che comunque piace a molti gay fanatici del camp: il piacere del cattivo gusto puro e immediato, della sagra paesana sovradimensionata da iniettare a dosi catodiche imponenti per instupidire il più possibile la platea nazionale intontita da più di tre ore di tremendo spettacolo elefantiaco. Ma forse questa volta gli sbadigli sono stati troppi e molti hanno cambiato canale: gli ascolti sono stati un flop, solo 9.760.000 in media con uno share del 44.82%, ben 3 milioni in meno rispetto all’edizione di Panariello che già era stata considerata un insuccesso.

E si capisce, vista l’imbarazzante parata di esibizioni sul palco dell’Ariston: ecco dunque i sublimi Facchinetti, padre e figlio, simbolo supremo della raccomandazione italiota, che non azzeccano una nota e sbraitano un improbabile La storia siamo noi arrivando a toccare il vertice del conformismo con l’impresa più speciale è di vivere normale.

Per i masochisti è solo l’inizio…

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Per i masochisti è solo l’inizio: arriva l’ignoto Piero Mazzocchetti (pare essere star in Germania, ma quale senso ha metterlo tra i big se in Italia non lo conosce nessuno?) che si inerpica su un pastrocchio pseudolirico tedioso e banale dal titolo imbarazzante, Schiavo d’amore, scimmiottando Bocelli; una melensa Mariangela si dà la zappa sui piedi con Ninna Nanna, stendendo così i pochi sopravvissuti alla catalessi generalizzata; i Grandi animali marini trionfano in stonature con un delirante Napoleone Azzurro; l’eterna promessa Daniele Silvestri non esalta con una variante caraibica di Salirò, il verboso motivetto La paranza.

Per fortuna arriva a un certo punto una canzone tenera e toccante, Ti regalerò una rosa di Simone Cristicchi, che suscita emozioni insperate (brividi: la mia patologia è che sono rimasto solo) trattando un tema delicato come il disagio mentale con una dolcezza poetica che fluttuava come un alieno in mezzo a tanto becerume.

Becerume evitato anche da due grandi voci e altrettante personalità di vere signore dalla sofisticata raffinatezza: una Ruggiero intimista e materna con un pezzo difficile e sussurrato sui bambini in epoca di conflitti, Canzone fra le guerre, e un gospel di Milva rassegnato e fascinoso sui rancori da retropalco, The Show Must Go On firmato Faletti, quasi una dedica involontaria al fallimento di questa prima serata sanremese.

I superospiti Scissor Sisters hanno cantato – male – una sola canzone, l’hit ormai trita I don’t feel like dancing, sgonfiata dai deboli falsetti di un Jake Shears senza voce. Molto meglio la brava Norah Jones che un Baudo irritato voleva far ricantare a comando sostenendo che alla fine del pezzo si sono sentiti strani rumori.

Curioso l’inserto gay – la pubblicità di un operpubblicitàfonico – con Aldo cantante omosessuale isterico che spara un acuto stentoreo solleticato da una molletta insidiosa e soccorso dagli amorevoli compari Giovanni e Giacomo.

Meno male che c’è Chiambretti con il suo originale Dopofestival in progress a reggere gli ascolti (1.650.000, non male per l’ora tarda). Già nel collegamento di apertura ha provocato sussulti di godimento ironizzando sul governo sbriciolato: «L’unica rossa rimasta è Milva. Facciamo un nuovo Governo: alle finanze mettiamo gli Zero Assoluto, allo sport gli Stadio, alle pari opportunità non lo dico… Sennò mi bacia sulla bocca, è lì in prima fila». E le telecamere inquadrano Del Noce.

Il Dopofestival si impossessa in coda della sala stampa e sembra ritagliarsi un’oasi di vera libertà espressiva dagli sfondi warholiani: apre un superqueer Gennaro Cosmo Parlato intonando un leziosetto Il mio nome è Donna Rosa… e poi via al ring critico con giornalisti e comici (fenomenale la Germani nell’imitazione mimetica di Antonella Ruggiero).

Tra i giovani hanno passato il turno Marco Baroni con L’immagine che ho di te, Stefano Centomo con Bivio, la cofanatissima figlia di Stefania Rotolo Jasmine con La vita subito che festeggia facendo una capriola in diretta e PQuadro con Malinconiche sere.

Un voto generale dello spettacolo lo suggerisce il nome del gruppo di baldanzosi ragazzotti a cui Chiambretti ha chiesto: «Ma voi siete gay?» e che hanno aperto la competizione dei big con la dignitosa Appena prima di partire: Zero Assoluto.

Clicca qui per leggere il racconto dal Dopofestival di Gennaro Cosmo Parlato

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