La parte per il tutto: ecco perché il trono gay di Uomini e Donne non può (e non deve) rappresentare tutta la comunità LGBT

di

Forse le aspettative erano davvero troppo alte e troppo lontane da ciò che realmente può fare questo programma?

CONDIVIDI
274 Condivisioni Facebook 274 Twitter Google WhatsApp
50858 8

In queste ore stanno facendo discutere le affermazioni di Mirko Scorrano, ex corteggiatore di Claudio Sona a Uomini e Donne, che intervistato da BitchyF ha affermato di aver lasciato la trasmissione perché trovava il tronista gay “un ragazzo dai pochi argomenti e poco maschile”, oltre che “troppo tenero e troppo dolce”. Per poi chiosare: “Sono sincero: il mio ‘troppo dolce’ era palesemente un’affermazione edulcorata. Forse alludevo a qualcosa…ma non si dice in TV”.

Affermazioni non proprio leggerissime, soprattutto se pronunciate da un omosessuale coi riflettori puntati addosso nei confronti di un altro ragazzo. Come ha ribadito Dario Accolla di Gaypost, “ancora una volta la mancanza di mascolinità – o l’effeminatezza, tradotto in una parola soltanto – diventa un vulnus che rende una persona non adeguata, non degna di attenzione o di vivere una storia d’amore”. Ancora una volta lo stereotipo patriarcale del “poco maschile” viene perpetrato da un membro della comunità LGBT ai danni di un suo simile. Sono totalmente d’accordo con la giustissima condanna, precisa e puntuale, portata avanti nei confronti di Scorrano. Ma aggiungo: ci aspettavamo davvero di meglio?

Stiamo parlando di un programma, Uomini e Donne, che si nutre di stereotipi: di un format televisivo che dal 1996 inscena un teatrino psicodrammatico dove gli attanti sono la maggior parte delle volte bellocci palestrati e lampadati, insieme ad aspiranti veline, che lo utilizzano come trampolino di lancio per il mondo dello spettacolo. Non dimentichiamo che Tina Cipollari, ormai icona vamp incontrastata e popolare, nasce come corteggiatrice e tronista prima di trovare una poltrona fissa nel programma come opinionista e mattatrice.

Stiamo parlando di uno show che è stato oggetto di feroci critiche nel corso dei decenni, ma che continua a funzionare. Di uno spettacolo che di certo non può e non ambisce a rappresentare nella sua composita varietà il mondo eterosessuale, figuriamoci quello omosessuale, da poco “incluso” nel circo. Il punto è un altro: Uomini e Donne è il tempio del trash televisivo, uno dei format meno edificanti del panorama dell’intrattenimento italiano, e si propone di alimentare quell’insaziabile desiderio di cicaleccio frivolo che accomuna una buona parte degli italiani: di certo non di “raccontare” certe categorie fino a demolirle.

Tante sono le critiche che mi capita di ascoltare: “È lo stereotipo del gay palestrato lanciato PR e inserito!”; “Secondo voi ci daranno mai le adozioni con questo scempio?”; “Sono un branco di cani tutti uguali che si rincorrono tra loro…”. Ma chi ha mai parlato di rappresentazione reale e omnicomprensiva della comunità? Chi ha mai ritenuto che Uomini e Donne potesse portare a termine quel processo di equiparazione che il movimento LGBT, che lotta con coraggio instancabile da 40 anni, non è ancora riuscito a concludere? Forse le aspettative erano davvero troppo alte e troppo lontane da ciò che realmente può fare questo programma: portare il corrispettivo omosessuale dello stereotipo ‘tronista’ in una fascia televisiva guardata quotidianamente dal 30% degli italiani, perlopiù facenti parte dello strato più impenetrabile alla cultura del rispetto e dell’accettazione.

Qualcuno ha mai visto grandi intellettuali, scrittori pungenti e geniali, grandi personalità della cultura eterosessuali corteggiare o troneggiare? No, e così sarà per il mondo omosessuale: di certo non vedremo, almeno per ora, fluidità di genere, diversità, sagacia e intelligenza a rappresentarci nel salotto defilippiano. Ma non volevamo forse questo? Non volevamo essere inclusi nel flusso gossipparo e malpensante proprio fino all’anno scorso di una società esclusivamente eterormata e patriarcale? Non volevamo anche noi far parte del degrado televisivo? Anche questo, che lo si accetti o meno, vuol dire far parte della società contemporanea.

Qualcuno penserà che un episodio come quello di Scorrano-Sona poteva essere evitato. Che Mediaset avrebbe potuto agire secondo un’etica più attenta e rispettosa, magari scegliendo meglio i corteggiatori o utilizzando un linguaggio meno stereotipato. Ma stiamo parlando di una rete che fa da sempre spettacolo sul ridicolo, che vive con i melodrammi di Barbara d’Urso e con format come il Grande Fratello, improfumati con i VIP per coprire il tanfo di morte. Mediaset deve far cassa e la rappresentazione del mondo omosessuale nel teatro di Maria De Filippi non poteva che essere quella che stiamo osservando.

La retorica italiana ci viene in aiuto per comprendere la strategia sottesa a questo programma; Uomini e Donne agisce per sineddoche, laddove la sineddoche è “la sostituzione di un termine con un altro che ha con il primo una relazione di carattere quantitativo”: la parte per il tutto, insomma. Il mondo eterosessuale viene dipinto parzialmente nei suoi aspetti più degradanti e animali, forse anche i più diffusi, così come ora quello omosessuale, che ha finalmente trovato il suo spazio, legittimo, in questa dimensione.

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...