Giakarta: osare è possibile

Cinque giorni alla scoperta dell’Indonesia. La scena gay non è esaltante, siamo pur sempre in un paese islamico. Un consiglio? Osate… ma con discrezione!

Tutti gli anni trascorro un mese estivo in Thailandia. A Bangkok ho la possibilità di prenotare un volo per conoscere altri Paesi asiatici. Lo scorso anno sono stato in Cambogia. Quest’anno ho optato per l’Indonesia soprattutto perché non è  necessario un visto da richiedere in ambasciata.

Il costo dei voli è aumentato: la Thai, la compagnia di bandiera, propone un volo diretto Milano – Bangkok poco abbordabile. Allora mi ingegno su internet a cercare alternative. Alcuni mesi fa avevo trovato una possibilità più economica: volo Milano-Istanbul con My Air, Istanbul-Bangkok con Turkish Arlines, andata e ritorno, tutto compreso 800 euro.

Ottimo per potermi fermare qualche giorno a Istanbul sia all’andata che al ritorno. Ma il ritorno a Istanbul non c’è mai stato. Sono dovuto rientrare anticipatamente in Italia non appena ho ricevuto una mail dai gestori dell’After Line che mi comunicava la chiusura anticipata a causa dell’ordinanza del Comune. Che tristezza.

Su Expedia trovo un’occasione via Cairo con Egypt Air (20 ore compreso lo scalo) e il primo agosto sono di nuovo a

Milano. Dopo Istanbul e Bangkok con Air Asia sono arrivato a Giakarta nell’isola di Giava per una breve vacanza di 5 giorni. Solo,

spaesato e confuso, nessun programma per voli interni, niente Bali e le altre meravigliose isole. In aeroporto basta pagare 10 dollari per il visto, il volo è costato solo 60 euro.

Cambio gli euro in rupie (1 euro 14250 rupie) e mi danno diversi milioni. Con 120.000 rupie il taxi mi porta all’Hotel Ibis Tamarin. Alla reception dicono che devo aspettare fino alle due del pomeriggio perché solo a quell’ora si può fare il check-in. Stanco per la levataccia, lascio il bagaglio in hotel e un ragazzo che non conosce una parola di inglese mi propone a gesti di portarmi in giro in moto per l’immensa città. Concordiamo il prezzo e mi lascio trasportare nello smog, nei quartieri delle banche, dei grattacieli, ma anche in quelli degradati. Mi porta a casa sua, una baracca, senza elettricità e acqua. Mi presenta la sua famiglia, faccio un piccolo regalo al fratellino che purtroppo non può permettersi di andare a  scuola. Fa molto caldo. 

Decido di andare con lui alla piscina comunale. Affittano sia le ciabatte che il costume da bagno per il mio accompagnatore. È simpatico e molto gentile. Per cinque giorni è stata la mia guida come moto taxi. Mangiamo assieme. Ci rilassiamo nel parco dove c’è l’obelisco del monumento nazionale all’Indipendenza. Gli compro delle t-shirt.

È musulmano. Gli chiedo la sera di portarmi in una discoteca gay. Fa finta di non capire e mi ritrovo in uno dei locali più in della capitale: lo Stadium. Al tavolo più di una volta i camerieri mi presentano delle ragazze, tranquillamente cerco di far capire di essere gay e che non mi interessa la compagnia di escort femminili. Acquisto il quotidiano in lingua inglese The Jakarta Post, ogni giorno faccio un salto negli internet point per leggermi un po’ di notizie. Non trovo nemmeno un quotidiano in lingua italiana però in compenso in aeroporto e nell’hotel c’è il wireless. Il mio amico si chiama Jepri. Mi faccio accompagnare una sera alla Spa 9m ma più che una sauna è un centro massaggi per uomini, non mi interessa e dopo 5 minuti esco. Passeggio in zona Plaza Indonesia.

Qui ci sono centri commerciali strabilianti, tutte le firme del fashion brand italiano sono presenti. La città è caotica, inquinata e poco interessante per un turista; forse è più adatta per gli affari. Una sera un ragazzo mi sorride, ci conosciamo. Finalmente uno studente che parla inglese. È gay e mi porta in una discoteca gaia: Il Moonlight. Mi spiega che in Indonesia c’è tolleranza ma tutto deve essere discreto. Sarebbe impossibile un gay pride o andare in giro dandosi un bacio, ma in una camera d’albergo sei liberissimo di fare quello che vuoi. Si chiama Enday. Ci frequentiamo durante il mio soggiorno. Dorme in hotel con me e alla reception non ci fanno problemi. L’Indonesia è un Paese musulmano tollerante, ma fanatici islamici radicali la scorsa estate hanno fatto irruzione durante il Festival del cinema Glbt che si svolge tutti gli anni a Giakarta (Qiff). Non esistono leggi antiomosessuali e l’età del consenso è 18 anni.

La scena gay è poco invitante: alcuni bar e ristoranti gay friendly, saune prevalentemente per massaggi di escort e la discoteca Moonlight che il venerdì propone uno show di drag queen di oltre due ore. Nulla a che vedere con la Thailandia. Forse Bali è meglio ma non ho avuto la fortuna di visitarla.

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L’Indonesia è il Paese con il maggior numero di musulmani al mondo, l’85% dei 220 milioni di abitanti. Dopo la caduta del governo Suharto (trent’anni di potere conquistato con un colpo di Stato e perpetuato con repressione e nepotismo) si è aperta la strada alle libertà individuali e alle tematiche una volta proibite. Il governo federale è laico ma i governi locali sono in mano ai partiti religiosi. La campagna di prevenzione sull’Aids lanciata lo scorso 1 dicembre ha provocato un ampio dibattito e lotte intestine.

Secondo i dati raccolti, il numero ufficiale di contagiati dal virus dell’Hiv in Indonesia è fra le 150 e le 250 mila persone, ma si stima che la cifra reale sia molto più alta. Lo scorso anno nel Paese sono stati venduti solo 90 milioni di preservativi, anche a causa del forte imbarazzo che il condom suscita ancora nella maggioranza della popolazione. Se alcuni leader religiosi sostengono che "nel Corano ci sono versetti che affermano che le persone devono prendersi cura della loro salute" e quindi non si può "essere contro questa campagna, né contro qualsiasi iniziativa che salvi vite umane", altri hanno accusato questa iniziativa di "distruggere la morale delle persone", dicendosi convinti che "i preservativi non impediscono alle persone di essere colpite dall’Aids". Un esponente islamico, che rappresenta un fronte di organizzazioni attestate su posizioni integraliste, ha invocato la sharia come unica soluzione al contagio e ha ricordato che "nell’Islam di solito lapidiamo chi infrange le regole sessuali, abbandonandosi al sesso prima o fuori del matrimonio".

Meno rigida la posizione di Al Jufri, esponente di un gruppo noto per i suoi raid contro ritrovi ‘peccaminosi’ come bar e night – club: "Penso che l’idea di questa campagna sia buona, ma se non la si affianca con programmi religiosi è soltanto una pubblicità per i produttori di condom. E a sostegno della campagna promossa dal governo indonesiano, si è schierato anche un gruppo di 440 leader religiosi che, in una riunione all’Islamic Center di  Giakarta, si è impegnato a rilanciare nei prossimi sermoni informazioni sui vantaggi dell’uso dei preservativi nella lotta all’Aids. Favorevoli all’iniziativa anche le organizzazioni religiose delle altre fedi presenti nel Paese, come l’Hindu Religious Council al Council of Buddhist  Communities, le comunità cristiane e quelle confuciane". Giakarta con i suoi 10 milioni di abitanti è una provincia amministrata da un governatore e non da un sindaco, divisa in città distretto, era una colonia olandese, il 20% della popolazione ha una discendenza cinese e solo dopo la seconda guerra mondiale ha conquistato l’indipendenza.

Numerosi sono stati i provvedimenti per combattere il caos del traffico: obbligare le auto ad avere almeno 3 passeggeri

a bordo, costruire nuove autostrade, linee ferroviarie e metro. Migliaia di risciò di biciclette sono state messe al bando e si è sviluppata una rete di taxi a prezzi popolari. Un altro grande problema che affligge l’Indonesia è il terrorismo, le stragi etnico-religiose, la presenza di movimenti separatisti, la guerriglia.

di Felix Cossolo dalla redazione di Clubbing

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