IL CORPO DECORATO

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Dal 6 all'8 febbraio, si terrà a Milano il più grande evento europeo su tatuaggi e piercing. Lo celebriamo ricordando la storia della Body Art. E con 33...

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MILANO – Andate pazzi per la Body Art? L’idea di decorare il vostro corpo o di ammirare la pelle tatuata del partner non vi dispiace per niente? Allora l’appuntamento per voi è la Milano Tattoo Convention, uno dei più grandi eventi al mondo legati al mondo del tatuaggio e del piercing, che si terrà nel capoluogo lombardo il 6, 7 e 8 febbraio. L’evento, giunto quest’anno alla nona edizione, si preannuncia come straordinario, avendo come protagonisti ben 90 tra gli artisti più importanti del mondo, a disposizione di tutti coloro che desiderano farsi tatuare dai più noti professionisti del settore.

Avvalendosi della collaborazione di Tattoo Life, rivista leader del settore, la manifestazione avrà luogo presso il Centro Congressi Quark Hotel di Milano; oltre a presentare le performance dei 90 tatuatori stranieri di vertice nel mondo, proporrà alcuni eventi collaterali di grande spessore legati ad ambiti culturali diversi: da mostre d’arte a performance, a seminari su tecniche e stili di tatuaggio e sulle norme igienico-sanitarie.

Ma il vero valore della convention sta forse nei tatuatori internazionali che ospita: per gli addetti ai lavori e per gli appassionati si tratta di personaggi ormai noti in tutto il mondo, ma per chi si avvicina al mondo del tatuaggio sarà l’occasione per vedere all’opera i massimi rappresentanti del settore. Vengono dall’America, dalla Germania, dalla Svezia, Olanda e persino dalla Nuova Zelanda. Oltre naturalmente agli italiani.

Il concetto della modificazione del proprio corpo è antico e ricco di valenze. Le forme in cui esso avveniva e ancora avviene, sono tante: tatuaggio, scarificazioni, marchi a fuoco e piercing, fino alle modifiche corporali estreme come l’allungamento del collo, dei lobi delle orecchie, o il restringimento del giro vita, dei piedi, del cranio, la circoncisione maschile e femminile o la limatura dei denti. Se tutto ciò ci può sembrare da “primitivi” in senso negativo, basta dare un’occhiata agli stravolgimenti che noi “civili” uomini moderni facciamo alle regole di madre natura: body building, steroidi, diete estreme, tinture, raggi UVA, chirurgia plastica, lifting, permanenti, trucco etc. Quello che su cui la cultura del tattoo vuole riportare l’attenzione, è il legame spirituale con il nostro corpo: manca la magia del rito, manca un significato più profondo che non sia bellezza a tutti i costi.

A questo proposito, chi teme il dolore provocato da questi interventi, dovrebbe approfondire l’importanza della componente della sofferenza, che segna una netta spaccatura tra il tatuaggio odierno, di stampo occidentale, e quello del passato, diffuso in Asia, Africa ed Oceania. In tali contesti l’esperienza del dolore, che da noi viene rifiutata, è fondamentale, in quanto avvicina l’individuo alla morte e la sopportazione del dolore diventa esorcizzante nei confronti della stessa.

Le tecniche attuali, tuttavia, garantiscono la totale assenza di dolore nel processo del tatuaggio: se nella tecnica samoana, per ora non rappresentata in Italia, si introduce l’inchiostro sotto la pelle per mezzo di un bastoncino cavo e appuntito, che provoca un notevole dolore, e in quella giapponese gli aghi vengono fatti entrare nella pelle obliquamente, con minor violenza, ma comunque in modo abbastanza doloroso, la tecnica americana ricorre ad una macchinetta elettrica ad aghi, che determina sensazioni calde, vibranti, ma non dolorose.

Se vi incuriosisce la storia del tatuaggio, possiamo partire dalla parola, che ha origine polinesiana, in particolare tahitiana, e che deriva dal vocabolo “tatau”, traducibile con “marcare con segni”. La zona ritenuta più ricca di tatuaggi, sia per quanto riguarda la quantità che la complessità dei disegni, è l’Oceania, dove l’uso del tatuaggio è sopravvissuto fino ai giorni nostri. In Europa il tatuaggio era diffuso già in epoca preistorica e sembra che la sua funzione fosse principalmente terapeutica e curativa. Fu utilizzato anche dai Greci e dai Romani per indicare l’appartenenza ad una classe bassa o ad alcune categorie sociali: schiavi, prigionieri, disertori e stranieri. Particolare è il rapporto tra la religione cristiana ed il tatuaggio: inizialmente esso costituiva per i primi fedeli perseguitati un simbolo religioso e l’espressione di una fede osteggiata. Un cambiamento si ebbe nel 787 d.C., quando Papa Adriano ne proibì l’uso con un divieto che, poi, rimase a lungo.

Con il ‘900, il tatuaggio non è più considerato espressione di libertà ed arte, ma di anti-socialità, arretratezza e disordine morale, forse a causa della diffusione del tatuaggio all’interno di ceti bassi, tra marinai, soldati, malavitosi e carcerati. Il ritorno del tatuaggio, negli anni ’60, richiama alla mente la ribellione e la trasgressione: con i “punk” ed i “bikers”, negli anni ’70 e ’80, il tatuaggio diventa uno degli elementi cosiddetti “contro”, cioè simbolo di contrapposizione. Il desiderio di tatuaggio, esploso negli anni ’90 insieme con il diffondersi di riviste e centri specializzati, non sembra portare con sé ribellione e rabbia, ma si pone piuttosto come una scelta di stile di vita personale.

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