RIVELARSI AL LAVORO?

di

Dirlo o non dirlo? La paura e' il nemico principale da combattere ma uno studio internazionale rivela che chi lo dice vive meglio.

CONDIVIDI
Facebook Twitter Google WhatsApp
1262 0

Molti eterosessuali reagiscono un po’ infastiditi di fronte ad un gay o una lesbica che parlano apertamente della loro vita privata ricorrendo al ragionamento che certe cose sono comunque personali e non andrebbero “sbandierate” in giro. Si dimenticano evidentemente dei continui “sbandieramenti” di eterosessualità cui sono esposti gli omosessuali: il parlare di quello che si e’ fatto nel week end con la propria moglie (o marito), l’esposizione della foto del coniuge sulla scrivania dell’ufficio, portare con se il coniuge in occasione di evento sociali (cene, feste), eccetera, sono tutte continue esposizioni al mondo della propria eterosessualità, ma nessuno si permette certo – giustamente – di giudicarle dal punto di vista della morale. Sul posto di lavoro l’orientamento sessuale e’ irrilevante ai fini dello svolgimento della propria attività ma e’ certamente parte integrante della vita del lavoratore. Si potrebbe chiedere, per gioco, ad un collega di eliminare per un giorno intero ogni possibile riferimento al suo orientamento sessuale: provateci e vedrete che non e’ affatto facile. Un solo “lui” o “lei” all’interno di una frase rivela immediatamente il sesso del partner e quindi i propri gusti sessuali.
Per molti gay inseriti nel mondo del lavoro (uffici, banche, negozi, dovunque) questo continuo doversi controllare su quello che si dice per paura di tradirsi può essere causa di forte stress psicologico, con ripercussioni sia a livello emotivo che di rendimento sul posto di lavoro stesso. Questo soprattutto a causa del protrarsi all’infinito del problema per tutti coloro che non hanno il coraggio di fare coming out. Il mantenere nascosta la propria omosessualità alla fine non fa altro che cementare ulteriormente le ragioni dell’omofobia: se la si tiene nascosta vuol dire in fin dei conti che si ha qualcosa da nascondere. Il nostro silenzio incoraggia l’omofobia e la paura del diverso. L’essere pienamente a proprio agio con la propria omosessualità, viverla senza sensi di colpa o tormenti, e’ un passo essenziale da compiere prima di poterne parlare senza reticenze ad altri, in modo semplice e naturale, senza esagerazioni ed ostentazioni ma anche senza aver paura di dire qualcosa di troppo che possa tradirci.
Ecco, e’ emersa la parola chiave: paura. Paura di come gli altri reagiranno. Paura di come questo possa rendere ancora più difficile la nostra vita quotidiana. Paura di essere giudicati. Sappiamo benissimo che soprattutto in paesi come l’Italia per la maggior parte dei gay il posto di lavoro e’ il luogo di massima copertura possibile. Ancora di più per quegli omosessuali che si trovano inseriti in strutture come polizia, carabinieri, guardia di finanza. Un’eccellente ricerca in questo campo (“Straight job, Gay lives” di A. Friskopp e S. Silverstein, edizioni Scribner) ha riscontrato che coloro che vivono preoccupandosi costantemente di non rivelarsi lavorano meno bene rispetto a coloro che invece hanno fatto coming out. Lo studio ha evidenziato inoltre che coloro che si sono rivelati con successo sul proprio posto di lavoro hanno alla fine migliorato la loro renditivita’, incrementando la loro posizione professionale e di conseguenza anche la loro felicità personale. Il che non significa chiaramente che non ci siano difficoltà da superare, soprattutto iniziali, ma alla fine sembra proprio che il gioco valga la candela. Da considerare inoltre il fatto importantissimo che tanti più gay e lesbiche faranno questo passo tanto meno eccezionale sarà considerato il fatto. L’obiettivo e’ naturalmente quello di rendere accettato, quindi “normale”, quello che oggi e’ considerato argomento di discussione. Il rimanere nascosti invece protrae all’infinito questo stato delle cose. E’ questione di essere naturalmente se stessi, fino al punto da rendere il proprio orientamento un non-argomento, soggetto a commenti o verifiche.
L’altra grande cosa da combattere e’ chiaramente l’omofobia. Le barzellette razziste contro i gay ad esempio, o i nomignoli come “frocio” e “ricchione” usati dagli etero in modo dispregiativo in modo da mettere bene in chiaro l’eterosessualità di colui che sta parlando. I semi dell’omofobia sono piantati e coltivati sin dai primi anni di scuola. Nell’ambiente scolastico bambini che ancora non hanno un’idea chiara e consapevole della sessualità sanno però che usando certe parole offenderanno i loro coetanei, il che rende particolarmente importante anche a livello scolastico che venga fatta educazione in tal senso. D’altronde educare le nuove generazioni dovrebbe essere il fine primario dell’istituzione Scuola. Gli omosessuali adulti d’altro canto devono poter essere sicuri che il rivelarsi sul posto di lavoro non danneggerà la loro vita professionale. C’e’ quindi bisogno di colleghi emancipati che diano loro supporto e c’e’ poi, soprattutto, la necessità di conoscere bene i propri diritti. A livello internazionale la Direttiva del Consiglio d’Europa 2000/78/CE del Novembre 2000 stabilisce i criteri base per uguale trattamento in materia di impiego e di condizioni di lavoro, vietando esplicitamente discriminazioni nell’assunzione e nell’occupazione basata sull’orientamento sessuale. Fa inoltre obbligo ai Paesi membri dell’Unione Europea di varare entro la fine del 2003 normative nazionali che vietino la discriminazione sul luogo di lavoro motivata da varie cause, fra cui l’orientamento sessuale. A questo proposito e’ forse bene ricordare che la CGIL ha un ufficio apposito per la comunità GLBT e la loro tutela dal punto di vista lavorativo. Per maggiori informazioni il sito Internet e’ http://www.cgil.it/org.diritti/ .

Leggi   Jurassic World 2, tagliato il coming out di Daniella Pineda
Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...