SEI TRANS? VAI A BATTERE

Gay e lavoro 3 – Valentina, laureata in biologia, in attesa di cambiare sesso: licenziata. Maria Valentina faceva il truccatore alla Fininvest, oggi si prostituisce.

La storia di due trans. Impossibile lavorare: le paure delle aziende, i ricatti sessuali. Un duro atto d’accusa.

^SVALENTINA.^s

Valentina ha 32 anni, vive a Ferrara, è laureata in biologia ed è in attesa dell’intervento chirurgico per cambiare sesso e della modifica dei propri documenti anagrafici.

Come giudichi i tuoi primi rapporti di lavoro?

Positivamente. Lavoravo a Bolzano con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa nel settore dei servizi sociali.

Poi ti sei trasferita a Bologna. Perché?

Ho conosciuto il mio attuale compagno. Qui ho iniziato a cercare un nuovo lavoro.

L’hai trovato in una società di informatica, non è così?

Esatto. Ho superato due colloqui di lavoro, sono stata inserita in un gruppo di sei persone a seguire un corso di formazione propedeutico all’assunzione. Dovevamo occuparci di programmare in "Visual basic" per diversi clienti.

I tuoi rapporti con i colleghi di che tipo erano?

Direi cordiali. Il giorno pranzavamo a mensa, parlavamo del più e del meno.

Quando sono nate le prime difficoltà?

Quando si è trattato di portare i documenti per regolarizzare l’assunzione. Io avevo documenti anagrafici al maschile, questo fatto ha provocato il panico.

Perché, i problemi non potevano essere superati?

Sì, ma occorreva volerlo. E l’azienda non l’ha voluto. In mezz’ora di colloquio mi hanno sbattuta fuori. Mi hanno detto che avevano paura che i miei "precedenti" trapelassero all’esterno e che non si potevano fidare della vita che facevo. Pensavano che mi prostituissi, magari credevano che avrei infettato l’ufficio di malattie strane.

C’erano testimoni?

Ovviamente no, il colloquio è avvenuto in un ufficio "blindato". Io ero sola, nessuno potrebbe venirmi incontro.

I tuoi colleghi ti hanno mai cercata, per spiegarsi il motivo del tuo abbandono?

No, mai. La versione che è stata data loro è un’altra, che io non me l’ero sentita di continuare il corso.

L’azienda ti ha mai più cercato?

No, mai.

Come vivi oggi?

Ho alcuni risparmi del precedente lavoro, che sto erodendo giorno dopo giorno.

Cosa si prova a subire un trattamento del genere?

Umiliazione, rabbia, vergogna, sdegno, all’inizio. Poi rassegnazione, tristezza, apatia. Infine si cade in uno stato di depressione sempre più cupa, dalla quale è difficile risollevarsi.

Quale pensi sia la molla psicologica che porta le persone a comportarsi in quel modo?

Il pregiudizio, la paura delle differenze, la scarsa abitudine a confrontarsi con modelli e stili di vita meno diffusi. Il poco rispetto per le scelte altrui, per il coraggio che si deve a chi ha deciso di intraprendere un percorso scomodo, ma che cerca di seguire con dignità.

^SMARIA VALENTINA^s

Maria Valentina ha 40 anni, è nata a Milano da genitori calabresi, ha trascorso la sua infanzia a Reggio Calabria. Quando ha perso il padre, suo fratello le ha impedito di partecipare al funerale, perché stava cambiando sesso. Adesso lavora in nero.

Quando ti sei affacciata al mondo del lavoro?

Alla fine degli anni Ottanta. Avevo un contratto in Fininvest, facevo il truccatore nel mondo dello spettacolo. In realtà avevo una doppia vita: di giorno ero truccatore, di notte ero donna.

Com’erano quegli anni?

Coloratissimi. C’era molta fantasia nel costume gay, prima che la bomba dell’AIDS spazzasse via ogni allegria.

Quasi subito hai cambiato città, perché?

Sono arrivata a Roma per seguire il mio nuovo compagno, anche lui calabrese. Ho fatto teatro e televisione in quegli anni, lavorando a "Buonasera Raffaella".

Fin qui tutto abbastanza normale. Le difficoltà quando sono arrivate?

Quando ho deciso di cambiare sesso. Ho iniziato ad ormonarmi. Compravo gli estrogeni al mercato illegale delle brasiliane. Mi facevo tre, quattro fiale di ormoni a settimana, senza cure mediche e senza indicazioni. Mi sono ammalata di cancro e di tiroide. Ma sono riuscita a cambiare il mio aspetto. A quel punto è stato praticamente impossibile lavorare.

Per motivi estetici?

No, come donna sono più che credibile. Il problema era nei documenti. Nessuno voleva più assumermi quando portavo i documenti al maschile, anche se tutti i colloqui erano risultati soddisfacenti.

Hai cercato più di una occupazione, immagino..

Certo, all’inizio le ho provate di tutte. Ho chiesto di fare la parrucchiera, la commessa, la segretaria, la telefonista, la venditrice, la barista, l’impiegata di supermercato. Niente. L’unica possibilità che mi rimaneva era di prostituirmi.

Ma alla fine sei riuscita ad ottenere uno straccio di contratto?

Sì, per una società che svolge statistiche di mercato. Era un lavoro precario ma pulito, non si doveva stare al pubblico. Però ho avuto grossi problemi a cambiare l’assegno in banca, che era compilato sempre con il mio nome al maschile.

Il lavoro è durato?

No, purtroppo. Un nuovo dirigente mi teneva sott’occhio. Credo abbia capito qualcosa. Una sera mi ha fatto chiamare. Con la massima naturalezza mi ha chiesto se potevo fargli un pompino. In caso contrario avrei perso il lavoro.

Cos’hai fatto?

Non ho voluto farlo, ho rifiutato. Puntualmente, dopo poche settimane ho perso il lavoro. Motivazione ufficiale: scarso periodo di attività. Eppure tutte le mie colleghe continuavano a lavorare e nuove ragazze venivano assunte.

Hai denunciato la cosa?

L’ho fatto, ma senza andare fino in fondo. Ormai mi sono rassegnata.

Come vivi oggi?

Male. Mia madre mi passa trecento euro al mese per pagare l’affitto. Mi chiama tutte le sere. Non mi ha mai accettato, continua a chiamarmi con il mio nome da ragazzo.

di Dario Remigi