Aids: allarme fra i gay di Roma ma non solo

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Preoccupanti i nuovi dati diffusi sulla malattia. Situazione drammatica fra i gay di Roma, che sempre di più scoprono il virus quando si recano in ospedale per curare...

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Sono 59.500 i casi di AIDS notificati in Italia dall’inizio dell’epidemia, e aumentano alla velocità di 4000 ogni anno. Nel 2007 non si è più registrata la tendenza al declino dell’incidenza della malattia che invece aveva caratterizzato l’ultimo decennio.

Accade sempre più di frequente che finché non si manifestano i sintomi gravi della malattia non si sa di essere sieropositivi. Sono sempre meno i tossicodipendenti ad infettarsi col virsu HIV mentre aumentano le persone che prendono l’infezione per via sessuale. E, nonostante oggi il fenomeno riguardi più gli eterosessuali che gli omosessuali, non c’è da stare tranquilli.

Dai dati resi noti al convegno "La ricerca italiana sfida l’Hiv" organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), infatti, emerge l’aumento dei casi di Aids nella comunità gay di Roma. «Sempre più i gay romani si scoprono sieropositivi quando arrivano in ospedale per curarsi la sifilide. Gran parte dei pazienti con questa malattia sesualmente trasmessa si sono rivelati poi infettati dal virus dell’Hiv. Per questa ragione – conclude – la ventata di ottimismo dovrebbe cedere il passo a un ritorno alla cautela». Colpa «della ventata di ottimismo portata dai successi della terapia antiretrovirale che – dice l’esperto – ha fatto abbassare la guardia a una categoria di persone che invece si era contraddistinta per l’attenzione alla malattia, e alle sue modalità di trasmissione» denuncia Gianni Rezza, direttore del reparto di epidemiologia del dipartimento di malattie infettive, parassitarie e immunomediate dell’Istituto superiore di sanità (Iss)

Aumenta anche l’età delle persone colpite che, per i casi di AIDS conclamato, ormai supera i 40 anni, mentre 1 persona su 4 fra i nuovi sieropositivi è straniera.

«Sicuramente oggi rispetto al 1995 siamo ad un livello molto più basso, circa a meno della metà dei nuovi casi per anno, ma questo dato è ormai fermo da troppo tempo» ha continuato il dottor Rezza. «Non credo che la gente non sia informata sul rischio della malattia ma spesso all’informazione non consegue necessariamente una percezione del rischio e neanche un’attitudine a comportamenti protetti. Inoltre – prosegue Rezza – oggi le campagne di informazione rispetto al passato sono molto meno visibili e il fatto di vedere meno ammalati, magari tra amici e parenti, non genera quella paura che serve da deterrente per comportamenti a rischio». «È come se si avesse l’errata sensazione che l’epidemia si stia estinguendo. Invece la battaglia non e’ finita. Anzi.»

Nell’ultimo anno l’incidenza di nuove infezioni più alta è stata riscontrata nel Lazio, seguito da Emilia Romagna e Toscana.

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