AIDS: SI SCOPRE A 40 ANNI

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Cresce l'età media delle persone che scoprono di aver contratto l'HIV, sia in Italia che nel mondo. E la prima causa di contagio è l'uso di droga. I...

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ROMA – Cresce l’età media delle persone che scoprono di aver contratto l’aids, sia in Italia che nel mondo. E’ passata dai 29 anni del 1985 ai 40 anni del 2003 per l’uomo e dai 24 ai 38 per le donne. Quasi il 60% dei contagi è attribuibile all’uso di droghe per via endovenosa, ma è in netto aumento la proporzione dovuta a una trasmissione sessuale del virus, soprattutto tra gli eterosessuali che, praticando rapporti non protetti, rappresentano la categoria più colpita nell’ultimo anno. Di tutti i 54.000 casi diagnosticati fino al 30 giugno 2004, 741 riguardano bambini con meno di 13 anni.
La fotografia è stata scattata dall’Istituto Superiore di Sanità. Quaranta milioni sono le persone su tutto il pianeta devono fare i conti con l’aids. Tra questi, 20mila vivono in Italia dove, comunque, la curva epidemica, in diminuzione dal 1996 al 2001, si è ora stabilizzata. Solo nel 2003 più di 5 milioni di uomini nel mondo sono stati contagiati dall’HIV o hanno sviluppato l’AIDS e 3 milioni sono morti per questa causa. Come dire che ogni giorno circa 14.000 persone si sono ammalate e che fra queste almeno 2.000 sono bambini con meno di 15 anni. Numeri che alla fine del 2003 si traducono in più di 40 milioni di persone costrette su tutto il globo a convivere con un problema di AIDS o HIV. Alla fine del 2003 più del 95% dei nuovi contagi riguarda ancora i Paesi a basso-medio reddito. In particolare il Sud-Africa dove si contano più di 25 milioni di ammalati, il Sud-Est asiatico con 8 milioni di casi, l’Europa dell’Est e l’Asia centrale con circa 1 milione e mezzo di contagiati ciascuno.
Le cose vanno un solo un po’ meglio nel Nord America e in Europa, dove i sieropositivi ammontano rispettivamente a un milione e a più di 550.000. Ma è soprattutto nell’Europa dell’Est che negli ultimi 10 anni si è registrato il maggior incremento di contagi. In Estonia, ad esempio, i casi di AIDS ogni milione d’abitante erano 300 nel ’99 e sono diventati quasi 2.500 nel 2002. Situazione assai poco incoraggiante anche in Russia, dove dai 300 casi nel ’99 si è passati a quasi 2.000 nel 2002.
Nell’Ucraina, che nel ’95 non contava pressochè alcun sieropositivo, nel 2002 si sono registrati oltre 1.000 casi su un milione di abitanti. Allarme in Vietnam, soprattutto per i tossicodipendenti che fanno uso di droghe per via endovenosa: se nel ’98 solo il 20% di questa categoria era sieropositivo, nel 2001 più di 8 tossicodipendenti su 10 hanno dovuto fare i conti, oltre che con la droga, anche con un contagio da hiv/aids.
In Italia a giugno 2004 i casi ammontano a circa 54.000. Circa 34.000 di malati sono già deceduti, perciò si stima che siano 20.000 le persone che ogni giorno combattono la propria personale battaglia contro la malattia. Secondo gli ultimi dati notificati al Centro Operativo AntiAids sarebbero 847 i nuovi casi registratisi nel primo semestre del 2004, numeri che confermerebbero una certa stabilità nel trend d’incidenza della malattia che, dopo un costante incremento sino al 1995, è diminuito rapidamente a cominciare dal 1996. I casi hanno poi continuato a scendere fino al 2001, anno in cui si è registrata una battuta d?arresto e il numero dei nuovi contagi in un anno è rimasto costante.
Le regioni più colpite sono la Lombardia, Lazio, Liguria ed Emilia Romagna. Le città in cui invece sono stati riscontrati tassi d’incidenza più elevati nell’ultimo anno sono Ravenna, Piacenza, Lecco, Varese, Rimini e Roma. E’ aumentata, inoltre, la proporzione dei casi riguardanti i cittadini stranieri, passati dal 4.5% del 1995 al 15% nel 2003. L’incidenza maggiore nella popolazione pediatrica si registra in Lombardia, subito dopo nel Lazio e nell’Emilia Romagna. Dal 1994, infine – secondo l’indagine dell’Iss – sino ad oggi non si conoscono i casi di aids su emofilici. Dei 689 bambini che hanno contratto l’infezione dalla madre, 356 sono figli di una tossicodipendente, mentre 247 sono nati da donne che hanno preso l’infezione per via sessuale.

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