CONTRO L’AIDS, TRE PILLOLE AL DÌ

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Arriva il primo inibitore della proteasi da assumere una volta al giorno. E' Atazanavir e promette anche una riduzione degli effetti collaterali. Per una terapia sempre più semplice.

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ROMA – Viene presentato oggi alla stampa un farmaco anti-Hiv che promette di rivoluzionare le terapie antiretrovirali. Si tratta di atazanavir, della Bristol-Myers Squibb, e la sua principale peculiarità è quella di essere il primo inibitore della proteasi (PI) da assumere una sola volta al giorno. Non solo: è anche l’inibitore della proteasi con il più basso numero di pillole al giorno oggi disponibile, solo tre in totale. Ed è il primo che non altera i valori di colesterolo e trigliceridi e riduce l’incidenza della diarrea rispetto agli altri agenti della stessa classe.
Novità importantiL’atazanavir ha ottenuto il via libera dall’AIFA in Italia ed è stato approvato dall’Emea per il trattamento di pazienti adulti con infezione da Hiv già sottoposti a trattamento antiretrovirale, in combinazione con altri antiretrovirali. «Come tutti i farmaci nuovi – spiega Giampiero Carosi, Direttore dell’Istituto di Malattie Infettive dell’Università di Brescia – atazanavir trae il suo motivo di interesse clinico dal fatto di rappresentare un superamento dei punti deboli delle terapie attualmente disponibili: un totale di tre pasticche da assumere una sola volta al giorno costituisce un vantaggio rispetto agli altri PI in termini di ‘convenienza’ per il paziente, che incontra così meno ostacoli nel raggiungimento di una corretta aderenza alla terapia».
A cui si aggiunge la netta riduzione degli effetti collaterali, «soprattutto di quelli più percepiti dai pazienti, che nel medio e lungo termine possono condizionare l’aderenza alla terapia e quindi la sua efficacia» – precisa Andrea Antinori, Direttore del Dipartimento Clinico dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma.
EfficaciaL’efficacia del farmaco è stata provata dallo studio BMS AI424-045, condotto su circa 350 pazienti e i cui risultati a 96 settimane sono appena stati presentati al 7° «Congresso internazionale sulle terapie nell’infezione da Hiv», che si è tenuto nei giorni scorsi a Glasgow. Dallo studio emerge che atazanavir, due pasticche con l’aggiunta di una piccola dose di ritonavir come «booster» – un totale di tre pillole una sola volta al giorno – fornisce un’efficacia simile a quella di lopinavir/ritonavir – tre compresse due volte al giorno – nei pazienti con precedente fallimento ad inibitori della proteasi. Equivalenza che si mantiene ancora a 96 settimane. Anche da un punto di vista immunologico i due farmaci si equivalgono con un aumento del numero di CD4 del tutto paragonabile.
E soprattutto il nuovo farmaco ha dimostrato di essere in grado di incidere meno rispetto al normale aumento di colesterolo e trigliceridi che mediamente si registra con la maggior parte degli inibitori della proteasi, e di ridurre inoltre l’incidenza di diarrea e nausea. L’ effetto collaterale che si può riscontrare con l’uso di atazanavir è l’aumento della bilirubina, a cui però non si associa un aumento delle transaminasi, segno di danno epatico. Si tratta cioè di un’anomalia che non ha ripercussioni sulla salute del fegato e che scompare non appena si sospende il trattamento.
Un passo avanti nella ricercaAtazanavir è una novità che concretizza gli sforzi compiuti dalla ricerca negli ultimi anni: riuscire a sviluppare un farmaco efficace e in grado, allo stesso tempo, di venire incontro alle esigenze dei pazienti, quindi semplice e tollerabile. «La disponibilità di atazanavir in Italia – ha dichiarato Filiberto Claroni, Presidente e Amministratore Delegato di Bristol-Myers Squibb – rappresenta un ulteriore e significativo passo avanti compiuto dalla nostra azienda nel solco della lunga tradizione di ricerca di soluzioni innovative per combattere l’Hiv/Aids, nel rispetto delle esigenze dei pazienti».
«Per combattere l’Hiv – afferma Mauro Moroni, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliera «Luigi Sacco» dell’Università di Milano – oggi la popolazione sieropositiva, che è una popolazione mediamente giovane, con una lunga spettanza di vita, è destinata ad assumere trattamenti farmacologici per decenni, una terapia cronica indefinita da portare avanti per tutta la vita» – e aggiunge – «si deve cercare di porre rimedio con farmaci innovativi di particolare efficacia, con diverso spettro di resistenza e limitatissima tossicità e contemporaneamente utilizzando nel modo migliore i farmaci che oggi abbiamo a disposizione».

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