GALLO: VACCINO AIDS TRA 7 ANNI

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"Abbiamo compreso il meccanismo, ma nessuno può dire che siamo vicini, né se davvero riusciremo". No comment sul lavoro della Ensoli. In Italia preoccupa il nuovo ceppo "non-b".

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ROMA – «Ora sappiamo come fa il virus a penetrare all’interno della cellula, e questo, aumentando le nostre conoscenze, ci aiuterà in futuro a sviluppare un vaccino. Ma, purtroppo, devo dire, che nessuno è ancora in grado di dire quando avremo un vaccino contro il virus dell’HIV. Non conosco nessuno scienziato serio che possa affermare, ora, che siamo vicini all’allestimento di un vaccino, anche se la ricerca continua e tante cose le abbiamo imparate». E’ quanto affermato da Robert Gallo, Direttore dell’Institute of Human Virology, rispondendo ad alcune domande dei giornalisti, a margine della conferenza stampa di presentazione della Fondazione “Ricerca & Progresso”.
«La buona notizia – ha continuato Gallo – è che nei prossimi cinque anni assisteremo allo sviluppo di vaccini interessanti e riusciremo a risolvere, quanto prima, il problema della variazione del retrovirus dell’HIV. Questo non vuol dire che abbiamo la chiave per il vaccino, ma capire come muta il virus è un passo avanti nella giusta direzione. Quindi, tra cinque anni potremo cominciare a sperimentare vaccini interessanti che potrebbero dare risultati tra sette anni». Ma ha tenuto a sottolineare che «nessuno può dire, ora, se e quando riusciremo a raggiungere questo obiettivo o se, invece, falliremo. Questo è quanto di più onesto vi possa dire sulle possibilità di avere un vaccino». Sulla ricerca italiana per un vaccino basato sulla proteina TAT condotto da Barbara Ensoli dell’ISS, Gallo non ha voluto pronunciarsi, ma ha ribadito che la ricerca in questo campo deve realizzarsi a livello internazionale e con il contributo di tutti i paesi.
Ma intanto, è emergenza planetaria con quasi 40 milioni di sieropositivi, con nuovi focolai di infezione e ceppi virali emergenti. E la novità è che l’AIDS rischia sempre più di declinarsi al femminile, mentre aumentano i bambini al di sotto dei 15 anni che hanno contratto l’infezione. L’Africa è in assoluto il paese più colpito, ma anche i paesi dell’Est, ex blocco sovietico, grazie all’improvviso benessere economico e all’apertura dei mercati, sono ora tra i “paesi emergenti” in fatto di AIDS.
In Italia sono attesi 2.000 nuovi casi di Aids, vale a dire di persone con malattia conclamata, per il 2004. E’ quanto risulta dai dati forniti questa mattina al convegno sull’Aids di Genova da Giovanni Rezza, della Commissione nazionale per la lotta contro l’Aids. Nel 1995, anno del picco epidemico, i diagnosticati erano stati oltre 5.000. Questo declino, avverte Rezza, non deve fare abbassare la guardia. «E’ infatti da attribuire all’introduzione di nuove combinazioni di farmaci antiretrovirali, in grado di rallentare la progressione dell’infezione verso l’Aids conclamato. L’aumento della sopravvivenza ha però determinato un incremento delle persone con l’Aids viventi».
Si stima inoltre che ogni anno circa 4.000 persone acquisiscano l’infezione da Hiv, e questo comporta un aumento del serbatoio di infezione, costituito da circa 120.000 sieropositivi. Un aspetto particolare del problema consiste nell’elevato numero di persone che arrivano tardi alla diagnosi di sieropositività. Oltre il 60 % dei pazienti con l’Aids accertato non aveva fatto terapie antiretrovirali prima della diagnosi.
A preoccupare gli scienziati c’è anche da qualche tempo un virus nuovo, definito non-b, diverso da quello conosciuto di tipo b, che compare sempre più spesso nei laboratori italiani. Sotto l’etichetta non-b vanno a finire ceppi virali provenienti dall’Africa, dall’Asia, e dai paesi dell’est europeo e non-b sarebbe il risultato della ricombinazione genetica di parti di virus, di ceppi diversi, all’interno della cellula ospite di un solo individuo. Vere e proprie chimere virali comparse 5-6 anni fa in Europa e negli USA, ancora tutte da studiare sia dal punto di vista patogenetico che clinico.

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