Sieropositivo e discriminato: come si sta dentro una matrioska

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Quando essere gay e sieropositivo vuol dire essere discriminato fra i discriminati

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Matrioska (in russo: матрёшка – matrëška): caratteristico insieme di bambole, tipico della tradizione russa, che si compone di pezzi di diverse dimensioni realizzati in legno, ognuno dei quali è inseribile in uno di formato più grande. Ogni pezzo si divide in due parti ed è vuoto al suo interno, salvo il più piccolo che si chiama “seme”. La bambolina più grande si chiama invece “madre”.

Se stai leggendo questa pagina, probabilmente ti interessano temi legati al mondo LGBTQ e dunque, per qualche ragione, sai di cosa parliamo quando ci occupiamo di discriminazione. Molti uomini gay, in un dato momento della loro vita, decidono che non c’è più bisogno di vivere il proprio orientamento in segreto, che non c’è nulla di male ad essere attratti da altri uomini, che è giusto parlarne senza tabù. Trattasi del famoso “Coming Out”.

Cosa vuol dire Coming Out?

Letteralmente è il venir fuori dall’armadio, cioè iniziare a manifestare pubblicamente il proprio orientamento sessuale: un processo a volte faticoso, ma senz’altro liberatorio. Vuol dire, di fatto, prendere coscienza del nostro modo di essere in merito al sesso e alle relazioni e iniziare a considerarlo legittimo, al punto di non aver più bisogno di nasconderlo a nessuno. Una volta che si è “fuori” il cambiamento è irreversibile, poiché la visibilità ne costituisce il nucleo fondamentale. Essere visibili perché? Per conquistare la nostra libertà, ma soprattutto perché gli altri possano riconoscere la nostra identità.

Perché è un passo importante?

Lungi dal ritenerla una scelta facile o dal cadere nell’odiato binarismo di chi definisce le cose “giuste” o “sbagliate”, è necessario considerare che uscire dall’armadio, oltre a toglierci il peso di vivere in segreto, ha un’altra utilità: quella di generare, indirettamente, una comunità di persone che si “vedono” e si riconoscono fra loro, si accettano e si confrontano e possono così affrontare e superare insieme le discriminazioni quotidiane inflitte dal mondo esterno. Siamo già dentro la matrioska: superato l’involucro esterno, abbiamo uno strato che ci “separa” dal contesto sociale generale in cui viviamo. Questo spazio che ci è concesso, è abitato da un numero relativamente consistente di altre persone che condividono non solo i nostri gusti, ma anche molti altri elementi della nostra identità. Siamo meno della popolazione generale, ma siamo ancora “tanti”. Con ogni probabilità sappiamo tutti come ci si sente nello strato 1 della matrioska: forse isolati, ma anche un pochino protetti, in compagnia. Abbiamo ottime speranze di squarciare quella barriera e ritornare cittadini interi fra cittadini interi. Non perché lì fuori non ci siano omofobia e transfobia, ma perché noi non siamo da soli e riusciremo ad essere più forti.

Perché proprio l’immagine di una matrioska?

Lo sappiamo, la matrioska contiene molte bambole più piccole, una dentro l’altra. Così la nostra società è fatta di svariate e molteplici minoranze: appartenere ad una di esse, non esclude la possibilità di appartenere ad altre. Possiamo far parte di una minoranza religiosa e allo stesso tempo etnica. Possiamo appartenere ad una minoranza linguistica e contemporaneamente vivere una condizione di salute molto specifica. Più sono minoritari i gruppi a cui apparteniamo, più facile sarà che siamo discriminati. Per farla breve, non siamo tutti maschi, bianchi, occidentali, di ceto medio ossia esempi tipici dell’italiano medio che è per definizione perfettamente integrabile nel tessuto sociale. Qui vogliamo analizzare un caso specifico che ci sta a cuore, visto che in questo spazio parliamo di uomini gay, salute, relazioni e diritti:

Come stiamo e in che strato ci troviamo se, oltre ad essere gay, siamo anche sieropositivi?

Quello che succede, almeno in Italia, è che un buon numero di abitanti del primo strato, smette di sentirsi affine a noi nel momento in cui passiamo allo strato successivo. La nostra comunità di appartenenza, rischia di assumere la funzione discriminante che prima aveva per noi il mondo esterno da cui non ci sentivamo capiti né riconosciuti. Perdiamo un po’ di supporto, di amici e soprattutto di potenziali amanti e compagni. Perché sì, stare con un ragazzo sieropositivo è semplice, ma è una verità che spesso non si vuole conoscere. Con tutti i ragazzi sieronegativi che ci sono in giro, perché si dovrebbe scopare proprio con quello che ha l’HIV? Si fatica ad ammetterlo, ma probabilmente la maggior parte di noi ha ragionato così, almeno una volta nella vita. Dunque il secondo Coming Out, quello dei ragazzi gay sieropositivi, è più difficile del primo. E per molte ragioni.

Perché dire apertamente di essere gay E sieropositivi è così difficile?

L’omofobia, almeno all’interno dell’universo LGBT, ci appare totalmente ingiustificabile e questa non è una verità su cui siamo disposti a fare un passo indietro: non diremmo mai a nessuno “hai paura dei froci? È sbagliato, ma ti capisco”. Al contrario, ci indigniamo, scendiamo in piazza, andiamo a manifestare, mettiamo la bandiera arcobaleno sulla nostra foto profilo di Facebook, scriviamo dovunque “stesso amore, stessi diritti”. Ottimo, fin qui siamo quasi sempre tutti d’accordo. Appena mettiamo in mezzo la salute, invece, tutte le paure, anche le più inutili, ci sembrano immediatamente comprensibili: “non vuoi andare con quello perché è sieropositivo?” e anziché continuare con: “sei un idiota”, stiamo già pensando che anche noi, nella nostra folle e becera ignoranza, probabilmente avremmo lo stesso immotivato timore. La scusa perfetta della paura dell’infezione ci fa sentire legittimati ad operare scelte escludenti e discriminatorie, senza sentirci in colpa. “Mi dispiace tanto per te, ma io…” ed in realtà non ci dispiace, perché stare con un ragazzo sieropositivo ci costringerebbe ad informarci, ad essere delicati e a superare una serie di tabù: troppa fatica.

Sappiamo quello che vive un ragazzo gay -che magari ha già profuso molte delle sue energie e risorse per accettare e vivere serenamente il proprio orientamento- quando scopre di avere l’HIV?

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Da bambini ci hanno spiegato solo che dire “negro” in pubblico è politicamente scorretto, ma non ci hanno mai insegnato che gli altri esseri umani hanno la stessa dignità che abbiamo noi, non ci hanno mai detto che un’infezione non è un peccato, né una colpa. Siamo abituati a sentir dire che si può evitare, ed è verissimo, ma non siamo abituati a renderci conto che, esattamente come tutti gli altri, non siamo infallibili, e che il fatto di non avere l’HIV è il risultato di un mix di buona informazione, pratiche poco rischiose, ma anche, probabilmente, tanta fortuna. Associamo la sieropositività a stereotipi negativi di cui non vogliamo liberarci. Quando conosciamo un ragazzo che vive con HIV, prima di chiederci come stia, ci sentiamo in diritto di immaginarci la sua vita sessuale come una specie di ricettacolo del peccato, ci sentiamo in diritto di immaginarcelo “sporco” e “sbagliato”. Gli appiccichiamo addosso la stessa etichetta che non vogliamo sia attaccata su di noi per il fatto di essere gay. Ma non ce ne rendiamo conto. Ogni volta che scopriamo che qualcuno vive con HIV e non ce l’ha (ancora) detto, dimentichiamo che per molti uomini gay che vivono con HIV, sarebbe bello e liberatorio decidere che non c’è nulla di male a vivere con un’infezione cronica, quindi si può uscire dall’armadio. Però:

-Quando se ne parla -al partner sieronegativo o dallo stato sierologico ignoto- l’incontro rischia di trasformarsi in una sessione di counselling.

-Si ricevono facilmente domande indiscrete e indelicate che non si dovrebbero ricevere, quando non si assiste addirittura a reazioni assurde, irrazionali, rumorose o persino violente.

-Pare sia necessario essere comprensivi, prendersi il colpo in silenzio, avere pazienza, sopportare. Sopportare in nome della colpa di essere sieropositivi, dunque di essere stati “irresponsabili”, “immorali”, “promiscui”.

Parlarne è difficile, anzi, il più delle volte totalmente impossibile. Se il prezzo da pagare per la nostra coerenza è così tanto alto, ci pensiamo bene prima di mettere la nostra privacy nelle mani del primo che conosciamo. Questo Coming Out rischia di essere un gesto che di liberatorio ha poco o nulla e uscire da questo armadio assomiglia pericolosamente a lanciarsi da un aereo senza un paracadute.

Eppure uscire dall’armadio è fondamentale, giusto?

Giusto. Perché essere invisibili vuol dire accettare le cose come stanno, anche se la situazione è terribile. Anche essere gay un tempo era difficile, “illegale” e pericoloso. Eppure le cose stanno cambiando. Anche le feste del liceo sono sempre noiose, finché qualcuno non va al centro della pista ed inizia a ballare per primo. I compagni invidiosi lo additeranno e rideranno di lui, ma in realtà è grazie a quell’individuo coraggioso che la festa inizia. Con la sieropositività certamente il discorso è complesso e se abbiamo il terrore di esporci è perché sappiamo che a metterci la faccia saremo in pochi. Il Coming Out sulla sieropositività è, attualmente, il martirio di pochissimi a beneficio di molti.

Sicuramente è giunto il momento di fare infischiarcene della nostra posizione all’interno della matrioska, di renderci conto che ciò che succede al nostro vicino potrebbe essere successo a noi, e che ci farebbe piacere, ad esempio se fossimo sieropositivi, non essere discriminati almeno dagli altri ragazzi gay come noi. Dovremmo ricordarci che HIV è un problema di salute pubblica, che colpisce con forza la nostra comunità, che ci riguarda tutti, nessuno escluso. Combattere lo STIGMA nei confronti di chi vive con HIV è il primo passo da fare per togliere al virus il potere di replicarsi copiosamente ed agire indisturbato all’ombra del nostro colpevole silenzio.

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