IL SESSO CON L’AMICO

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Se qualcuno ci chiede se con un nostro amico ci facciamo anche del sesso, la risposta è quasi di disgusto. E' vero che i rapporti vanno tenuti separati...

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«Noi no: siamo amici». Questo mi sento rispondere quando chiedo a due amici se fanno sesso, quando non dicono: «Con mia sorella? Impossibile». Pare insomma che, di fronte alla domanda, gli omosessuali si dividano in questi due schieramenti. Ma sarà vero?
Se il rapporto nasce tale forse è difficile che si possa trasformare e, se si trasforma, allora non si è più amici. Se invece ci si conosce e si finisce a letto e solo in un secondo momento la relazione prende un’altra forma, pare che la cosa non si debba ripetere, nemmeno occasionalmente. Ma sarà vero?
E’ un dilemma idiota ma eterno, che può funzionare come argomento nelle cene gay, nelle quali poco attecchisce l’altrettanto eterno (e idiota) dilemma etero sulla possibile amicizia tra uomo e donna.

L’attrazione fisica può compromettere un’amicizia, oppure può permettere a un rapporto di essere perfino più completo? Oppure: con chi, se non con un amico, ci si avventura per la prima volta in situazioni peccaminose più forti? Chi, se non un amico, può conoscere da vicino il nostro corpo senza poi provare imbarazzo né distacco? E via dicendo…
E’ vero che i rapporti vanno tenuti separati bene ma mi chiedo: per forza in camere stagne? L’amicizia sarà anche meglio che non si spinga a condividere rapporti economici, professionali, sentimentali o di convivenza, tutto giusto, ma non possono esistere eccezioni?
Ci sono amanti e amanti. Non con tutti il rapporto si limita al solo sesso, in mancanza comunque di una storia.
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Ci sono amanti e amanti. Non con tutti il rapporto si limita al solo sesso, in mancanza comunque di una storia. E ci sono amici e amici. Non con tutti un occasionale rapporto sessuale finisce per trasformare il rapporto, per comprometterlo. Sapete perché? Perché l’amore e l’attrazione non sono sempre più profondi dell’amicizia. Niente è più irritante che sentir dire, al termine di una storia, che comunque si è rimasti amici. Amici non si rimane, ci si diventa. L’amicizia non è un sentimento di serie B e non serve scomodare Leopardi o la Carrà per dare un senso a un sentimento che per intensità e completezza ha poco da invidiare agli altri.

L’amico del cuore, espressione ottocentesca che indica quella persona che ci accompagna lungo il cammino della vita (Dio, sono sprofondato nell’Ottocento, non ne esco più!), nel caso sia l’amico gay di un cuore gay, finisce per assumere un ruolo perfino morboso. Io ricordo di esser cresciuto con un certo tipo di ragazzo ideale. Per qualche periodo, a dirla tutta, era “quasi” una ragazza. Amavo una ragazza per convenzione, perché la società questo prevedeva e quindi anche il mio amore ideale era rivolto verso una ragazza. Ma credo sia durata poco la storia.
In realtà i miei primi grandi amori sono stati soprattutto le “amicizie virili”, tipo i film con Lemmon e Matthau. O tipo Amici miei, che ha segnato la mia adolescenza in un’epoca in cui la commedia all’italiana non era chic e Monicelli a 70 anni era troppo giovane per essere chiamato maestro.
Non potevo diventare un romantico tradizionale guardando a ripetizione le zingarate di uomini di mezza età cinici e spietati, pronti a giocare con la vita e con la morte, capaci di anteporre il divertimento a qualunque altra cosa. Li vedevo infelici dell’unica infelicità che avesse senso vivere, combattere con l’ironia crudele la più spietata ironia del destino. E finivo per sfogare le mie passioni adolescenziali scrivendo su un quaderno: «Gli amici, quelli sì, proprio una gran voglia di vederli».
«Ma perché non siamo nati tutti finocchi?» si chiedevano nel film. E io, che allora cercavo l’amore senza successo, ero destinato a trovare amici così: leali, indipendenti, perfino pericolosi ma sempre privi di scrupoli nel divertirsi alle spalle altrui, fossero anche le mie. E tutti finocchi.
Figure talmente intelligenti, ironiche e creative che non potei non innamorarmene, a compimento di uno strano percorso in cui mi ero sempre innamorato più di testa che carnalmente. Un amore che nasceva dall’amicizia e dalla stima profonda. Una passione quasi morbosa per le menti brillanti e contraddittorie.
E il sesso? Beh, nel mio caso ha acquisito col tempo la stessa rilevanza dei pasti. E’ una necessità fondamentale per l’equilibrio dell’organismo che può divenire gusto e piacere raffinato ma anche restare pura abitudine. Può sposarsi con l’amore o la tenerezza, ma non sta scritto da nessuna parte che sia l’unica strada. Oppure bisogna sempre metterla sul piano sentimentale, precipitare in una moraluccia da parrocchietta, in un romanticismo d’accatto stile Harmony in chiave omoerotica?
Per conto mio, le mie vere passioni erano e sono i miei meravigliosi, terribili, geniali, imprevedibili amici. Chi si è mai preoccupato di dire «Con mia sorella mai»?
Flavio Mazzini, trentenne, giornalista, ha deciso di prostituirsi con uomini per raccontare le proprie esperienze nel libro “Quanti padri di famiglia” (Castelvecchi, 2005). Dal 1° gennaio 2006 tiene su Gay.it la rubrica Sesso.
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