L’AIDS COI CAPELLI GRIGI

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In Italia una persona su tre che scopre di essere sieropositiva ha piu' di 40 anni e una su due ha superato i 30. Sono i dati del...

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ROMA – In Italia una persona su tre che scopre di essere sieropositiva ha piu’ di 40 anni e una su due (52,8%) ha superato i 30: il 19,4% ha un’ eta’ variabile tra i 40 e i 50 e il 7% e’ addirittura ultra cinquantenne. Sono i dati del rapporto 2003 del progetto Icona (uno studio italiano che coinvolge 69 centri clinici di infettivologia e 6 universita’) presentati oggi a Roma.
Uomini e donne con famiglia stabile e carriera al top (30,6% ha un diploma e il 5,2% ha una laurea), che si sono probabilmente infettati alla fine degli anni Ottanta, sicuramente per via eterosessuale (il 35% degli uomini e il 64,4% delle donne), ma che in tutto questo tempo non avevano fatto un test perche’ non si erano mai considerati a rischio, con la conseguenza di aver contribuito alla diffusione dell’ hiv. Un virus che secondo gli esperti nel nostro paese ha finora infettato 110 mila persone, la meta’ delle quali e’ pero’ tuttora inconsapevole del proprio stato.
Dal rapporto Icona, che, attraverso lo studio di una coorte di oltre 5 mila persone Hiv positive, fornisce una lettura del fenomeno Aids in Italia, sono emersi elementi importanti sull’allarmante fenomeno del ritardo con cui molte persone che hanno contratto l’infezione giungono alle strutture sanitarie specialistiche.
Molti eseguono il test per Hiv quando gia’ l’infezione e’ in fase avanzata, e altrettanti sono quelli che non si presentano ai centri specialistici per la cura dell’infezione per molto tempo. Dall’analisi svolta su 968 pazienti, presentata da Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma, e’ emerso che il tempo medio che intercorreva tra il primo test per Hiv positivo e la prima visita specialistica era di circa sei anni.
I dati del rapporto Icona 2003 rivelano le dimensioni del problema del sommerso, che, secondo Mauro Moroni, direttore dell’Istituto di malattie infettive e tropicali dell’universita’ di Milano presso l’ospedale Luigi Sacco, “e’ destinato ad aumentare”. Secondo gli esperti il fenomeno si e’ alimentato a causa della diminuzione della percezione del rischio e della percezione della gravita’ della malattia, a loro volta dovuta a un passaggio dell’Aids da emergenza a malattia cronica. “Di Aids – ha sottolineato Moroni – ora si parla sicuramente meno”.
Un altro dato preoccupante e’ quello sulla sospensione volontaria della terapia. Su 2500 persone osservate in terapia antiretrovirale ad alta efficacia (Haart), il 20% hanno interrotto l’assunzione di farmaci per un periodo di tre mesi. Di questi il 50% ha smesso volontariamente, probabilmente perche’ si sentiva bene, il 30% a causa della tossicita’ dei farmaci e il 4% per fallimento terapeutico. “Tenendo conto – ha spiegato Antonella D’Arminio Monforte, associato di malattie infettive all’universita’ di Milano – che l’interruzione e’ frutto principalmente di una decisione del paziente senza il consenso del medico, a mio avviso si tratta di un dato impressionante. Queste interruzioni possono essere estremamente pericolose per l’esito clinico e possono provocare la progressione della malattia”.
Eppure, secondo i dati del rapporto, le terapie sono efficaci nel ridurre l’incidenza di nuovi casi di Aids all’anno (passati da 405 per mille del 1997 a 43 per mille del marzo 2002) e la mortalita’ associata (il numero dei decessi per persona-anno sono passati da 33 per mille nel 1997 a 8 per mille nel marzo 2002).
Il fattore di rischio prevalente si conferma la trasmissione per via eterosessuale, che negli ultimi tre anni e’ passata dal 30,7% al 43,6%. Diversa e’ la modalita’ di acquisizione del virus in base al sesso. Fra i maschi il 62,6% si e’ infettato da un partner occasionale di cui ignorava la sieropositivita’, mentre, tra le femmine, il 70% si infetta attraverso rapporti col proprio partner abituale di cui il 36% era perfettamente a conoscenza dello stato di malattia. Il comportamento delle donne, soprattutto di quelle che sono perfettamente a conoscenza della sieropositivita’ del partner, “e’ dovuto – ha spiegato Antonella D’Arminio Monforte – in parte al fatto che sottovalutano la gravita’ dell’infezione e in parte da una sorta di sudditanza psicologica nei confronti del compagno”.

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