NATI GAY

Secondo un recentissimo studio, l’orientamento sessuale è determinato da una combinazione di fattori genetici ed attività ormonale prenatale. Alla faccia di chi vuol curare i gay.

LONDRA – La ricerca sui fattori che fanno sì che una porzione della popolazione mondiale (stimata intorno al 5%) provi attrazione per persone del proprio sesso procede di paro passo con gli sviluppi della genetica. A metà degli anni ’80 Kary Mullis ha messo a punto la Pcr, il procedimento grazie al quale si può selezionare ed amplificare una sequenza di geni in un campione di Dna, ricevendo nel 1993 il Premio Nobel per la chimica. Negli anni ’90 sia Simon LeVay che Dean Hamer pubblicarono i primi studi scientifici nei quali si cominciava ad ipotizzare un collegamento tra l’orientamento sessuale ed il corredo genetico di ogni individuo. Gli apparenti contrasti con i principi del darwinismo sono stati spiegati nel 2004 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova, che hanno scoperto come le parenti donne di omosessuali maschi tendano ad avere più figli rispetto a quelle di maschi eterosessuali. All’inizio del 2005 viene pubblicato uno studio dello psicologo Brian Mustanki dell’università dell’Illinois di Chicago secondo il quale l’orientamento sessuale potrebbe essere collegato ad una combinazione di geni collocati nei cromosomi non-sessuali del corpo umano. Nella primavera del 2005 ulteriori indicazioni in natura di collegamenti tra corredo genetico ed orientamento sessuale emergono da uno studio austriaco dei ricercatori Dickson e Demir.

Omosessuali per geneticaUna recente ricerca in questo campo è opera di due ricercatori, il dottor Glenn Wilson dell’Institute of Psychiatry di Londra (uno tra i dieci più citati scienziati inglesi del mondo) ed il dottor Qazi Rahman, emergente psico-biologo dell’University of East London. Il loro trattato si intitola Born gay: the psychobiology of sex orientation (P. Ownen Editore) ed è il primo libro di divulgazione rivolto al vasto pubblico nel quale vengono illustrati i principi della ricerca e si cerca di spiegarne in modo chiaro le implicazioni. Certamente risulterà assai poco gradito da tutti coloro che ancora sostengono di poter curare gli omosessuali dalle loro “scelte di vita”, mirando al raddrizzamento dei loro “comportamenti deviati” che li renderebbero individui in qualche misura disturbati mentalmente. Lo studio di Wilson e Rahman fornisce invece nuova documentazione sul fatto che l’orientamento sessuale sarebbe di base innato e tende a dimostrare quanto i tentativi di trovare una causa sociologica all’omosessualità abbiano ben poco fondamento, così come il chiamare in causa l’educazione ricevuta da genitori o insegnanti. Combinando i dati da loro riscontrati con tutti gli altri diffusi negli ultimi 15 anni gli autori tendono a dimostrare che l’essere gay non ha niente a che fare con influenze esterne o con l’ambiente familiare nel quale si è cresciuti, ma che tutto è determinato dal patrimonio genetico di ognuno.

Il gene gay? Non esisteNel trattato si fa anche chiarezza sulla molta confusione generata dall’uso di espressioni fondamentalmente erronee come il “cervello gay” o il “gene gay”; infatti il Dna è una molecola che ha principalmente un ruolo di regolazione negli organismi, contenendo quelle istruzioni necessarie al funzionamento delle cellule. Il genoma è quel set di geni che tutti gli animali hanno, esseri umani inclusi, ed in ogni cellula solo parte dei geni sono espressi, ovvero funzionanti. Dunque il fantomatico “gene gay” in realtà non esiste, sebbene i geni contribuiscano creando una predisposizione. I fattori ereditari contribuirebbero in una percentuale stimata tra il 30 e il 40%. Il resto deriverebbe da fattori “ambientali” comunque pre-natali. L’orientamento sessuale è dunque solo uno degli aspetti di un “pacchetto” che ci rende individui unici e che deriva sì da tutta una serie di componenti biologiche che vanno da variazioni in una regione di un cromosoma alla quantità di testosterone assorbito nel ventre della madre durante il periodo di gestazione. Alcune di queste caratteristiche di predisposizione all’omosessualità potrebbero anche comportare vantaggi per i maschi etero, rendendoli meno aggressivi, più empatici e dunque più attraenti agli occhi di una compagna con la quale, eventualmente, tramandare il proprio patrimonio genetico. È il funzionamento dell’evoluzione. Lo studio mette anche l’accento sulle differenze emerse tra omosessualità maschile e femminile: il lesbismo non può sempre essere esaminato facendo paralleli diretti con l’omosessualità maschile. Ad esempio statisticamente pare ci sia più probabilità di essere gay se si hanno fratelli più grandi, il che non trova corrispondenza in ambito femminile.

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Discriminazione scientificamente vietataIl trattato di Rahman e Wilson raccoglie prove e dati provenienti da tutta una serie di discipline scientifiche, come la genetica, l’endocrinologia, la neurologia, la psicologia e la biologia evolutiva. In ambito psicologico secondo gli autori è tempo di archiviare definitivamente le vecchie teorie freudiane del cosiddetto complesso edipico, con lo stereotipo della madre soffocante e del padre distante, modello familiare peraltro nel quale molti gay non si sono mai riconosciuti. Rahman a questo proposito è stato estremamente chiaro, dichiarando in un’intervista a The Guardian che per la maggior parte degli psicologi scientifici le teorie freudiane sono ormai come l’astrologia per i fisici, ovvero immondizia. Concludendo poi che “tra uomini gay ed etero non ci sono differenze nelle loro relazioni con i genitori.”

Questo ulteriore studio dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che ogni possibile discriminazione verso coloro che qualcuno definisce persone che vanno “contro natura” è totalmente ingiustificata e basata esclusivamente su ignoranza e pregiudizio. Tanto ingiustificabile quanto lo sono quelle basate sulla base dell’etnia e del colore della pelle. L’orientamento sessuale è naturalmente predefinito alla nascita ed è una delle fondamentali e immutabili componenti della nostra natura di esseri umani.

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