PARLANDO DI VITA CON LA MASCHERA

Dopo la domanda di un lettore che da 32 anni non riesce a essere se stesso e la risposta dell’esperto, tante lettere giungono in redazione. Torniamo sul tema con alcune riflessioni.

Mi fa estremamente piacere registrare come alcuni miei recenti articoli apparsi su questa testata per la rubrica Leo abbiano sollecitato nei Forum di Gay.it accesi dibattiti. Riuscire a stimolare interesse e confronto, contribuire alla riflessione, alla stesura di scritti a volte corposi e meditati, anche polemici, mi sembra un risultato davvero gratificante per questa attività giornalistica intrapresa da qualche tempo. Nell’approccio che io seguo ed insegno ai miei allievi, la psicoterapia della Gestalt, il contraddittorio e la sana aggressione delle idee e della realtà sono visti come strumenti vitali e basilari di crescita e di evoluzione.

Desidero perciò dedicare alcune righe di commento al dibattito che intanto si è sviluppato, qualche settimana fa, intorno al mio ultimo contributo, quello che dalla redazione è stato intitolato Trentadue anni con la maschera. Alcuni utenti si sono riconosciuti ed identificati con la storia di Michele e condividono l’esortazione da me rivoltagli a lasciare una posizione di rassicurante evitamento dei rischi vitali e dell’ansia. Boy26_sex_maturo ad esempio scrive: Ho letto con interesse l’articolo dedicato al ragazzo gay 32 enne. Mi interrogo con la speranza di capire xkè molti, quando si avvicinano al coming out, hanno paura di esternare la loro identità! La paura di essere rifiutati o magari isolati dalle persone che ci amano. Possiamo amare le persone a vari gradi, ma non possiamo pretendere che nascondendoci al mondo cambi qualcosa attorno a noi. Sono la prova vivente che bisogna uscire fuori dal grembo materno, cioè staccarsi dalle affettività più care riskiando e mettendole in discussione. Bisogna riskiare per il bene di se stessi.

“Uscire fuori dal grembo materno”. Ecco, questa frase può essere identificata come un obiettivo terapeutico di una buona fetta delle persone che si riconoscono in difficoltà, quelle che dal calore del grembo materno sono state soffocate o confuse. Tutti gli esseri umani nella loro incessante relazione con il mondo si muovono a diversi livelli sul continuum di una polarità fondamentale: dipendenza-autonomia. Così come vi sono soggetti che hanno necessità di sperimentare la polarità “dipendenza” e di essere aiutati ad affidarsi all’altro, ve ne sono alcuni che hanno bisogno invece di sostegno per sviluppare ed integrare, nel loro sperimentarsi nel mondo, una posizione di maggior forza ed autonomia. Evidentemente è di quel sostegno che hanno sofferto la mancanza o l’incompletezza nel loro processo evolutivo.

Winter 183, nel commentare la mia risposta a Michele, scrive: Secondo me si confondono due piani diversi. Iaculo ha ragione quando dice, nella sostanza, che “chi non risica non rosica”. È una regola che vale in tutti gli aspetti della vita, compresa la vita affettiva e sessuale. È anche vero che, come diceva Don Abbondio, “il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare” (…).
Iaculo ha ragione anche quando afferma che in fondo situazioni di questo genere finiscono con l’essere tranquillizzanti, da un certo punto di vista. Certo, se uno si dice che le difficoltà di fronte alle quali si trova sono insormontabili non si dà neanche la pena di superarle; ci soffre ma cerca di andare avanti. Spesso c’è anche il senso di superiorità di chi si è trovato di fronte a difficoltà simili e le ha superate nei confronti di chi non ce la fa e si lamenta.
Però a mio parere la risposta è stata troppo dura. Quando si ha paura dell’acqua non si può rispondere “tanti hanno paura ma imparano a nuotare lo stesso, quindi datti una mossa”. La paura è paura: per certe persone è più difficile da superare (…)
La realtà è che ci sono casi particolarmente difficili. Secondo me il titolare della rubrica avrebbe potuto mantenere un tono meno infastidito ed essere più tollerante (…).
Insomma, nella sostanza Iaculo ha ragione e magari ha pure poca pazienza.
Ma se uno ha poca pazienza non dovrebbe fare lo psicologo o lo psicoterapeuta e sarebbe meglio che si scegliesse un altro lavoro.

Il commento senza mezzi termini di Winter mi spinge a fare una breve considerazione sul sostegno “terapeutico”. Il sostegno terapeutico non si identifica con il dover sempre limitarsi a comprendere con pazienza la difficoltà dell’altro. Aiutare può essere anche scegliere di confrontare. Di fronte a una persona in difficoltà la disponibilità del terapeuta ad ascoltare e ad accogliere la sofferenza è imprescindibile, ma nel caso di persone che mantengono un atteggiamento di eccessiva dipendenza nei confronti dell’ambiente e che si percepiscono “piccole” ed impotenti, limitarsi a fare questo può significare rafforzare una posizione rinunciataria e passiva. Il sostegno terapeutico (ammesso che di questo si possa parlare nel caso di una breve risposta scritta ad una richiesta di consulenza!) non può configurarsi come ulteriore nicchia nella quale rifugiarsi. Partendo da quanto Michele mi aveva scritto, e basandomi sulle risorse che intravedevo e immaginavo potessero appartenergli (cosa diversa sarebbe stato ovviamente vedere il suo corpo, i suoi occhi, ascoltare le sue parole, lì davanti a me come avviene in seduta), ho inteso provare a cogliere quale poteva essere la sua intenzionalità bloccata e a passargli il messaggio: “Ti percepisco più forte di quanto tu stesso ti veda”.

Leggi   Jorgie Makes, coming out in musica ad American Idol - video

Il modo personale di vivere l’omosessualità – o come io preferisco l’omorelazionalità – non può essere considerato un aspetto del sé, del proprio essere in contatto con gli altri ed il mondo, separato ed avulso dalla globalità che ciascuno è. Detto in altri termini, chi come Michele ha difficoltà a dire che è gay, ad attestarlo con decisione ed orgoglio, può presumibilmente avere difficoltà anche nel dichiarare quali sono le sue idee politiche in una discussione con gli amici, così come può avvertire disagio nel provare a distaccarsi da una famiglia resistente verso i suoi fisiologici bisogni di differenziazione, e così via. Il suo compito evolutivo può coincidere con il riuscire ad affrontare l’ansia di affermare qualsiasi aspetto del suo essere nel mondo, facendo sentire attivamente la sua presenza!

Negare che in molte realtà può essere ancora difficile vivere apertamente la condizione di gay sarebbe una leggerezza, tra l’altro proprio per questo essa ben si presta ad essere identificata quale “motivo univoco” di difficoltà ad esprimere se stessi. Ma la realtà, per quanto rigida e contrassegnata da pregiudizi possa essere, cambia insieme a noi. Non è necessario fare gli eroi e i paladini della causa gay se si vive in una collettività intrisa di omofobia, ma si può comunque scegliere di non soccombere del tutto di fronte ad essa. Si può scegliere un coming out non negatorio del contesto, ma che neanche lo assolutizzi fino al punto da rimanerne schiacciati. Riuscire a essere per esempio se stessi, fino in fondo, con trenta, venti o anche solo dieci persone, significa essere riusciti ad esser-ci, ed aver compiuto nel proprio piccolo, all’interno della propria comunità, un’azione in grado di avere risvolti psicologici, culturali e politici su altri. E per raggiungere questo obiettivo, lo ripeto da tempo, non serve ostentare, urlare, sculettare, anzi, serve semplicemente essere presenti con tutti i propri sensi nel contatto con gli altri.

Penso, più in generale, che gli individui con orientamento omorelazionale debbano alla fine abbandonare quell’aura da perenni svantaggiati, da piagnucolosi discriminati che si chiedono cosa hanno in meno degli eterosessuali (ad esempio matrimoni e suocere, confetti e bomboniere), piuttosto che quali peculiarità identificative e patrimoni relazionali speciali essi già abbiano. Il rischio altrimenti è continuare a farsi carico di un atteggiamento sociale di superficiale bonomia, attraverso il quale si guarda solo in superficie ai gay con accettazione. Gli stessi gay, continuando ad aderire a questa mentalità retriva, seguiteranno a guardarsi e a farsi vedere come “esseri con qualcosa in meno”, invece che quali soggetti con competenti singolarità e mille sfaccettature.

Vado verso la conclusione di queste mie brevi considerazioni con alcuni passaggi di una lettera inviatami, in questo caso privatamente, da un ragazzo a commento della mia risposta a Michele. Salve dott. Iaculo, sono Gerardo, (…) ho appena finito di leggere la sua risposta su Gay.it ‘Trentadue anni con la maschera’. Ho un sorriso stampato sulla faccia, che quasi mi vengono i crampi. La mia esperienza ha molte, moltissime cose in comune con quella di Michele. La sua risposta è una vera bomba! Quante verità. Quando dice che preferiamo crogiolarci in questa situazione altamente frustrante, piuttosto che affrontare un cambiamento, fa centro pienamente. In questo credo ci sia del narcisismo; mantenere questo stato ci rende comunque diversi, speciali, unici. (…) Per quanto può essere frustrante essere “una” vergine di ferro, mi fa sentire pur sempre “speciale”, “unico”. Il prezzo che si paga è alto; frustrazione, solitudine, depressione, nevrosi e la cosa peggiore sono gli anni migliori che passano, senza che vi siano legati ricordi piacevoli. Ma proprio grazie alla pubblicazione di lettere come quella di Michele, mi rendo conto che non sono né l’unico né tanto meno speciale! (…)

Di quanto scrive Gerardo non condivido soltanto il fatto che lui possa non essere comunque unico e speciale, sebbene questa unicità si mantenga su una mancanza di spontaneità nel suo contatto con l’ambiente. Crogiolarsi in situazioni frustranti può essere protettivo e deprimente, ingoiare l’esterno e non masticarlo può significare rinunciare alla maturità e, purtroppo, in questo molto spesso la categoria degli psicoterapeuti ha ancora un ruolo determinante. Sono a tutt’oggi tanti i colleghi che pretendono di “curare l’omosessualità” dei loro clienti gay, anche quando ciò non gli viene richiesto. Ho conosciuto pochi giorni fa un ragazzo napoletano di trentadue anni, sofferente da tempo di depressione. In circa cinque anni ha cambiato quattro terapeuti, tutti lo hanno spinto ad andare verso l’eterosessualità e a guardare alla sua omorelazionalità come a un problema. Dopo queste esperienze terapeutiche la sua depressione è ancora lì, si taglia a fette, e lui intanto non è mai riuscito a toccare un uomo con senso di abbandono e piacere, perché, le poche volte in cui ci ha provato, da qualche parte si chiedeva se quei terapeuti, e prima ancora suo padre, o chissà chi, non avessero ragione nel pensare che “i froci sono malati!”. Clicca qui per discutere di questo argomento nel forum Coming out.

di Giuseppe Iaculo