SE L’HIV RESISTE AI FARMACI

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Uno studio condotto in 17 paesi europei dimostra che il l 10% delle nuove infezioni da Hiv in Europa e' dovuto a virus resistenti ai farmaci anti-Aids.

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PARIGI – Il 10% delle nuove infezioni da Hiv in Europa e’ dovuto a virus resistenti ai farmaci anti-Aids. E’ quanto emerge da una ricerca presentata oggi a Parigi, dai risultati definiti “molto preoccupante” dagli esperti riuniti per l’International Aids Conference in corso in questi giorni nella capitale francese. Per i virologi, infatti, i risultati del maggiore studio condotto finora sulla resistenza ai farmaci indicano che “molti sieropositivi in cura sono entrati in contatto con altri ceppi del virus a causa di sesso non protetto e siringhe condivise. E questi comportamenti – sottolineano gli studiosi – sollevano enormi problemi di sanita’ pubblica su scala mondiale”.
Lo studio, condotto su 1.633 sieropositivi di 17 Paesi europei, e’ anticipato stamani sulle pagine dell’International Herald Tribune e riguarda pazienti cui e’ stato diagnosticato il virus dell’Hiv, ma cui non e’ stata ancora somministrata la cura. In media, rivela la ricerca, il 9,6% dei nuovi infetti e’ resistente ad almeno uno dei tre farmaci antiretrovirali. Sul mercato oggi sono a disposizione 17 differenti prodotti, ma tutti possono essere suddivisi in tre classi di farmaci: inibitori della trascrittasi inversa nucleoside, non nucleoside, e infine inibitori della proteasi. Normalmente i sieropositivi assumono un cocktail delle tre classi di farmaci per ‘coprire’ l’intero spettro d’azione e attaccare su tutti i fronti il virus. “Il 6,9% del campione osservato – rivela la ricerca – e’ resistente al primo tipo di farmaci anti-Aids, il 2,6% al secondo e il 2,2% al terzo”.
Ma lo studio denominato Catch (Combined analysis of resistance transmission over time of chronically and acute infected Hiv patients in Europe), rivela anche altre importanti informazioni. Tra gli europei, chi sperimenta piu’ frequentemente (11,3%) la resistenza del virus ai farmaci sono gli infettati dal sottotipo ‘B’ dell’Hiv, quello ‘trovato’ nel 98% dei sieropositivi americani e nel 60% degli abitanti del vecchio continente. Il sottotipo ‘non-B’, invece, rende resistente ai farmaci un altro 3,3% di europei.
“Succede con gli antibiotici, con i farmaci anti-tubercolosi. Perche’ non dovrebbe succedere con quelli anti-Aids? La resistenza – commenta Joep Lange, presidente dell’International Aids Society – e’ un fatto naturale”. Cosa fare allora per contenerla? Secondo molti virologi tutti i nuovi sieropositivi dovrebbero essere sottoposti ai test per verificare le eventuali resistenze del virus a uno o piu’ classi di farmaci. A questo punto pero’, aggiungono, si pone un problema di costi sanitari. Questi esami possono costare, infatti, dai 200 agli 800 ognuno, e richiedono molto tempo, da una settimana a un mese, prima dei risultati. “In ogni caso – si affrettano a precisare gli esperti – il rischio di creare pazienti resistenti non deve fermare le campagne destinate a rendere piu’ accessibili i farmaci anti-Aids nei Paesi poveri”.
Anche perche’, vista la bassa diffusione di questi medicinali in Africa, in questo continente il rischio “e’ prossimo allo zero”, aggiungono. Alla luce di questi risultati, infine, gli esperti enfatizzano “la necessita’ di puntare non solo a campagne dirette a evitare che le persone sane si infettino con l’Hiv, ma anche a messaggi destinati ai sieropositivi”. Nei loro confronti il messaggio potrebbe essere questo: “Se avete contratto il virus, attenzione a non contribuire a diffonderlo negli altri”, suggeriscono.

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