
Molto spesso la comunità GLBT italiana si interroga sui motivi della sua arretratezza rispetto alle altre nazioni occidentali. Paragonando la nostra situazione a quella dei grandi paesi europei, ma soprattutto alle realtà anglofone extraeuropee (Stai Uniti,
Canada,
Australia...), è facile stupirsi di come - ancora nel 2006 - buona parte della comunità GLBT italiana preferisca vivere anonimamente nell'ombra piuttosto che mettersi in gioco alla luce del sole. Solitamente come causa di questo stato di cose viene indicata la Chiesa Cattolica e la sua influenza sulla politica e sulla società, ma è davvero così? La domanda viene spontanea soprattutto se si considera la situazione di una nazione, apparentemente molto lontana, in cui la
religione cattolica - e in generale la
religione cristiana - ha un peso irrilevante: il
Giappone. Qui il senso del peccato è del tutto estraneo, essendo lo scintoismo la
religione di stato e il buddhismo la
religione più praticata: niente Sodoma e Gomorra, nessun cardinale con l'autorità per "suggerire" come comportarsi, nessun politico che corteggia l'elettorato devoto.

Eppure i parallelismi con la situazione italiana sono numerosi: per la legge nipponica gli omosessuali semplicemente "non esistono", la comunità GLBT si manifesta perlopiù in locali e discoteche, il
gay-friendly fa tendenza e - udite, udite - i gay popolari in TV sono perlopiù effemminati, travestiti o drag-queens, mentre le lesbiche sono del tutto assenti! Come è possibile tutto questo, considerando che Italia e
Giappone sono agli antipodi del continente eurasiatico e hanno due culture così diverse? In realtà, perlomeno dal punto di vista della condizione omosessuale, ci sono state delle convergenze storiche rilevanti: Italia e
Giappone non hanno mai avuto leggi che condannassero esplicitamente l'omosessualità, ed entrambe le società sono incentrate sulla famiglia patriarcale (che trova radici, rispettivamente, negli antichi romani e nei samurai) . Le rispettive comunità GLBT, in questo clima di sicurezza precaria, hanno accettato più o meno consapevolmente il compromesso della tranquillità al prezzo dell'invisibilità, ma anche al prezzo della strumentalizzazione degli stereotipi con cui il mondo eterosessuale esorcizza la paura del diverso.

Il fatto che il
Giappone abbia un diverso concetto di sessualità e tabù sessuali rispetto all'Italia è del tutto irrilevante rispetto alla condizione di gay e lesbiche giapponesi: ponendosi idealmente in antitesi al patriarcato, ovvero ad una società che ruota attorno alla figura del maschio/eterosessuale/capofamiglia/padrone, suscitano spesso reazioni che vanno dalla diffidenza al disprezzo. Fortunatamente, in
Giappone come in Italia, la mentalià - soprattutto nelle
giovani generazioni - inizia a diventare più elastica e ricettiva, anche se il fatto che entrambe le nazioni condividano il primato mondiale della longevità (anche fra i dirigenti politici) impedisce alle nuove idee di farsi largo rapidamente. In ogni caso il mondo del fumetto rimane un indicatore molto importante dei cambiamenti sociali, e dall'immenso calderone dei manga giapponesi iniziano ad arrivare dei prodotti che parlano della reale quotidianità GLBT, senza puntare sui risvolti sessuali, sugli stereotipi o sulle situazioni inverosimili. Anche se la maggior parte dei fumetti di questo tipo rimangono a tema gay (come
MILK di Kuro Nohara), il primo titolo ad essere stato tradotto in Italiano (dopo aver vinto diversi premi in Francia) è un delizioso manga a tema lesbico:
"Love My Life" di Ebine Jamaji.
Questa dolcissima e toccante storia
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