IL PORNO ALL’OPERA

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Intervista a Lucas Kazan, il regista gay hard che trasforma i melodrammi della lirica in pornostorie gay. Ecco una eroticissima galleria di immagini dal set.

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La produzione di video porno gay ci sta sempre più abituando a prodotti di alta qualità. Sebbene ognuno lega il proprio immaginario a generi diversi (penso al genere amatoriale, in antitesi al genere iper-professionale, ad esempio) va riconosciuto che alcune produzioni volano decisamente alto. In fatto di attori, di ambientazioni e, incredibile, in fatto di trama. Tre elementi, quest’ultimi, ben noti a Lucas Kazan, produttore e regista italo-americano del firmamento porno-gay. Proprio da lui viene l’idea di "applicare" il porno gay all’opera lirica, un "filone" finora inesplorato e carico di suggestioni. Che abbiamo voluto indagare col diretto interessato (raggiungibile anche dal sito www.lucaskazan.com)

Lucas, perche’ la scelta di rivedere a modo tuo alcune opere liriche?

Le ragioni sono tante: personali prima di tutto, non dimenticare che sono un melomane cresciuto alla Scala di Milano. Poi drammaturgiche: l’opera mi offre un repertorio di situazioni e di personaggi immediatamente riconoscibili, cui attingere per arricchire il gesto erotico. Mi spiego: illustrare le ragioni per cui due, tre, quattro personaggi scopano o fanno l’amore o si tradiscono o si rapportano l’uno con l’altro mi sembra cosa necessaria. L’opera mi consente di inventarmi un contesto drammatico senza togliere spazio alla performance erotica e di concentrarmi sugli aspetti visivi della mise-en-scene, senza troppo dipendere dai dialoghi (mi basta un cenno musicale, un siparietto). Infine le ragioni semiotiche e stilistiche. Semiotiche: non credi che opera e hard funzionino allo stesso modo? Nell’opera, l’azione si congela finche’ il soprano o il tenore non hanno finito la romanza. Idem nell’hard, dove la scena erotica -la romanza- stoppa il respiro del dramma. Stilistiche: quando pensi a Bel Ami, pensi ai ventenni dell’ Europa dell’ Est. Quando pensi a Bjorn, pensi ai bodybuilder di mezzo mondo. Manca alla Lucas Kazan Prods. un suo modello di bellezza virile. Cerco di sopperirvi con l’attenzione alla messa in scena, che manca invece agli altri.

Quali sono le opere che hai scelto e perche’?

"Cavalleria Rusticana", "Pagliacci" e "L’elisir d’amore". "Cavalleria" perché mi ero innamorato delle locations del dramma verghiano, Vizzini e Palazzolo Acreide, e della Sicilia in generale. "Pagliacci", perché, fatta "Cavalleria", non potevo rinunciare al dittico verista. E poi avevo trovato nel Pegaso’s Circus di Catania il set giusto. "L’elisir" perché avrei potuto montarlo dappertutto, e infatti lo abbiamo girato parte a Cefalù, parte a Torre del Lago. La disponibilità delle location e del cast è il primo tassello della pre-produzione. Non mi dico mai, "OK, voglio fare Otello", non caverei un ragno dal buco -senza i bastioni, senza uno Iago e un Otello almeno credibili. Al contrario, una volta accertata la disponibilità di una location qualsiasi, mi chiedo che cosa possa abitarvi. Così, quando il "Circus" di Catania mi offrì il tendone, la mente corse subito a "Pagliacci".

Cosa resta nei tuoi video della trama e delle atmosfere originali?

Dell’atmosfera, spero il più possibile, anche grazie alle suggestioni musicali che legano i miei adattamenti allo spartito originale. Di solito lascio tal quali preludio e intermezzo strumentali. Quindi affido al mio compositore di fiducia, Andrea Ruscelli, il compito di echeggiare, rimaneggiare, ri-orchestrare i leit motiv e le romanze. Basta pensare alle variazione sul tema "Fior di giaggiolo", per illustrare il personaggio di Luca/Lola in "Cavalleria". O a quella sul tema "E allora perché, dì, tu m’ hai stregato" in "Pagliacci".

Della trama resta, ahimè, solo lo scheletro -senza i sub-plot e le nuances dell’originale. Ma questo è vero anche delle opere che si sono cimentate, non so, con Shakespeare. Che cosa resta di Romeo e Giulietta in Gounod? Di Sogno di una notte di mezz’ estate in Mendelssohn? Di Macbeth in Verdi?

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Gay e lirica: lo consideri un binomio indissolubile?

Sì, soprattutto negli USA. Basti andare all’opera a Los Angeles, a San Francisco, a New York. Se invece mi chiedi il perché, non saprei… Forse perché il melodramma, il gesto teatrale fanno parte del nostro immaginario. Forse perché meglio ci vediamo rappresentati negli eroi e nelle eroine di queste storie d’amore travagliate, infelici, impossibili. E poi c’è ben poco di cerebrale nel modo in cui vivo, viviamo, l’ascolto dell’opera: vi partecipi fisicamente, incondizionatamente. Soffri, gioisci, sussulti, gridi, fischi. Zeffirelli diceva che il mibemolle sopracuto alla fine del primo atto di Traviata glielo faceva ‘rizzare’. Ecco, la chiave è forse in questa ‘fisicità’.

Che definizione dai alla parola pornografia?

Nessuna. Leggo l’etimo sulla Rizzoli-Larousse: "pornè (meretrice) e gràphein (scrivere). Carattere osceno di scritti o figurazioni". Alla voce ‘osceno’: "Che ferisce apertamente il pudore (…) Immondo, ripugnante, molto brutto, molto cattivo, che offende il gusto generale o il senso estetico". Ma il "senso del pudore" e il "gusto generale" sono criteri arbitrari, caduchi e geograficamente elastici. Il passaggio dalle categorie dell’etica ("cattivo") a quelle dell’estetica ("brutto") mi sembra poi ancor più gratuito. E le testimonianze pittoriche e letterarie delle civiltà pre-cristiane? Erano estranee al bello? Chiediamoci invece se non sia pornografica, cioè "brutta", la televisone di Costanzo, o se non offendano il "gusto generale" la pubblicità e l’oratoria dei nostri politici.

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