La perfezione non esiste: chirurgia plastica, dismorfofobia, vigoressia. Il viaggio personale e professionale del Dott. Mauro Barone – Intervista

Protagonista della serie tv documentaristica, il Dr. Barone ci racconta come intende la sua professione: "Ha un ruolo importante nella società in cui viviamo, ma è spesso ingiustamente demonizzata".

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Dott. Mauro Barone
Dott. Mauro Barone - Foto: Ufficio stampa
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Rinomato chirurgo plastico, ma anche creator e divulgatore scientifico, il Dott. Mauro Barone racconta, spiega e diffonde molteplici aspetti legati alla chirurgia plastica sui media, sia attraverso i social, sia in tv.

Per questo noi di Gay.it lo abbiamo raggiunto nel suo salotto di casa per farci raccontare non solo delle sue origini, delle sfide affrontate come uomo gay in un ambiente spesso conservatore, e della sua passione per la medicina ispirata dai genitori, ma anche del suo recente progetto su Prime Video.

Dal 12 giugno, infatti, è disponibile la sua serie documentaristica “La perfezione non esiste. La chirurgia plastica del Dott. Mauro Barone” che mira a sfatare i miti sulla chirurgia plastica e a promuovere un uso consapevole di questa disciplina medica, approfondendo temi quali la dismorfofobia e la vigoressia.

Un focus importante dell’intervista è dedicata all’impatto che i social network possono avere sull’idea stereotipata della bellezza, soprattutto sui più giovani.

Insomma, con questa intervista faremo un viaggio tra il mondo della chirurgia plastica e la sua vita privata, scoprendo una persona – e non solo un medico chirurgo – con una forte empatia nei confronti del prossimo. Un vero e proprio punto di forza del Dott. Mauro Barone che si è raccontato a noi con estrema sincerità, aprendo completamente il suo cuore.

Buona lettura!

Leggi l’intervista al Dott. Mauro Barone subito dopo la foto…

Dott. Mauro Barone
Dott. Mauro Barone – Foto: Ufficio stampa

Mauro Barone: dall’infanzia in Sicilia alla carriera come chirurgo plastico

Che bambino sei stato?

Sono stato un bambino molto felice. Devo dire che ho passato un’infanzia molto equilibrata. Essendo figlio unico ho avuto tutte le attenzioni, ma anche tutte le aspettative, concentrate su di me. Quindi, anche da piccolo, sono sempre stata una persona che voleva essere performante in quello che faceva e che era in costante competizione con il resto del mondo. All’inizio questo non è stato un mio punto di forza, poi invece lo è diventato. In ogni caso, nell’infanzia mi è piaciuto molto essere figlio unico, mentre nell’età adulta meno perché mi sono cadute addosso tutte le responsabilità, e non ho avuto nessuno con cui condividerle.

 

Che profumo ti viene in mente se ripensi alla tua infanzia?

Un profumo che mi porto dietro e che mi piace molto è quello degli agrumi. È un profumo che mi ricorda molto l’estate, ma soprattutto la freschezza e il vento della mia Sicilia.

 

E invece, se guardi al presente, sei orgoglioso dell’uomo che sei diventato?

Sì, sento di aver avuto una buona evoluzione. Essendo gay, come tutti, ho dovuto affrontare quel periodo in cui prima devi accettarti tu e poi devi raccontarti agli altri con la paura di non essere accettato. Un periodo difficile che, però, mi ha portato a guardare alla mia omosessualità come un mio punto di forza. Poi sono entrato nel magico mondo della chirurgia plastica e anche lì, nonostante sia ancora un ambiente molto maschilista, ho voluto orgogliosamente portare questo lato di me anziché nasconderlo, come invece fanno ancora in molti. E questo mi ha portato a ritagliarmi un mio spazio. Dunque, sono molto fiero del mio percorso, dall’età infantile fino ad adesso.

 

Quando hai capito che ti piacevano i ragazzi?

Probabilmente l’ho sempre saputo. Non c’è stato un momento in particolare in cui ne ho preso consapevolezza. La prima volta che ne ho parlato, invece, è stato proprio quando ho conosciuto Andrea e ho voluto raccontare a tuttə di noi, e di conseguenza di me. Prima l’ho raccontato ai miei amici; poi alla mia famiglia. E così via. È stato bello.

 

Ti è mai capitato che i tuoi pazienti avessero un pregiudizio su di te, o sul tuo lavoro, per via della tua omosessualità?

No, mai. Penso che la società in cui viviamo sia, in un modo o nell’altro, molto più evoluta di come venga spesso descritta dai nostri politici o in tv. Da me in ambulatorio entrano persone di tutte le tipologie, appartenenti alle più svariate categorie politiche, e mai nessuno si è preoccupato del fatto che io sia omosessuale. Anzi, al contrario, molto spesso viene apprezzato il fatto che io ne parli liberamente, dimostrando di essere una persona centrata e sicura di me e della mia sessualità.

 

A proposito del tuo lavoro: com’è nata questa tua passione per la Medicina?

Io mi sono iscritto a Medicina e Chirurgia per il buon esempio che sin da piccolo i miei genitori mi hanno trasmesso per il loro lavoro. Mi ha sempre stupito la loro passione nel dedicarsi agli altri. Così, appena ho potuto, anche io mi sono iscritto a Medicina e poi durante il percorso universitario, nonostante inizialmente fossi indirizzato più verso Cardiochirurgia, ho deciso di specializzarmi in chirurgia estetica.

 

E per la chirurgia estetica?

È tutto dovuto ad un evento che è successo nel 2007 nella mia città, Messina.

La famiglia di una cara amica di mia mamma è rimasta coinvolta in un importante incendio e alcuni di loro non ce l’hanno fatta. Altri, invece, sono rimasti gravemente ustionati e sono stati ricoverati proprio nel reparto di chirurgia plastica. In quell’occasione sono entrato per la prima volta in contatto con quel mondo ed è lì che ho deciso di occuparmi di chirurgia ricostruttiva, anche se poi successivamente – nonostante il mio curriculum accademico – la mia carriera mi ha portato ad occuparmi di chirurgia estetica e a scegliere la libera professione.

La perfezione non esiste“: la serie su Prime Video

Dal 12 giugno è disponibile su Amazon Prime Video la serie documentaristica “La perfezione non esiste. La chirurgia plastica del Dott. Mauro Barone“: com’è nata l’idea di realizzarla? Cosa hai voluto raccontare?

Si tratta di una serie che vuole lanciare un messaggio positivo della chirurgia plastica che è una branca molto nobile della medicina e ha un ruolo importante nella società in cui viviamo. Nonostante questo, molte volte viene demonizzata, vista come qualcosa di superfluo, di superficiale, quasi un vezzo. Ma non è così. E quindi con questa serie, anche grazie al successo del modello comunicativo adottato sui miei social, ho deciso di raccontare le varie fasi di un intervento chirurgico, andando a fare leva sulle storie dei pazienti che scelgono il mio studio perché sono consapevoli che verranno sottoposti all’intervento solo se ci sono tutti i prerequisiti, oggettivabili. Il nostro obiettivo è quello di portare le persone ad un utilizzo consapevole della chirurgia plastica, e non per omologazione rispetto ad un bel risultato visto su un social network.

 

Come mai questo titolo?

Il titolo nasce dall’esperienza acquisita sui miei social network dove la comunicazione è curata da me insieme a mio marito Andrea. Noi, infatti, abbiamo deciso di utilizzare i miei canali per fare una totale divulgazione scientifica, mostrando solo ogni tanto i pre e i post operatori, ma con l’unica finalità di andare a smontare le tipiche immagini mostrate sui social, sostituendole con la realtà dei fatti. Il che significa, a volte, dover mostrare persone con il naso livido o con le mammelle gonfie, andando di fatto contro alla tipica spettacolarizzazione della chirurgia plastica. Per questo tutti i nostri post si concludono dicendo che non bisogna lasciarsi influenzare da ciò che si è visto e sottolineando che “la perfezione non esiste”.

 

I social network possono influenzare negativamente la percezione corporea?

Sì, come affermo in un articolo che abbiamo pubblicato in seguito ad un’indagine psicologica svolta con il mio gruppo di ricerca, i social network possano influenzare negativamente la percezione corporea e quindi causare un dismorfismo corporeo. La colpa può essere additata anche alla metodologia classica adottata per comunicare la chirurgia plastica ed estetica, basata principalmente sul “prima e dopo”.

 

Come hai scelto le storie della tua docuserie “La perfezione non esiste”?

Le storie che vedete nella prima stagione della mia docuserie, disponibile su Prime Video, sono state scelte per l’emozione che mi hanno dato, e di conseguenza che trasmettono anche alle persone che le guardano. Tra tutte, sicuramente le storie che più mi hanno colpito sono state quella di Barbara, paziente oncologica che aveva fatto una ricostruzione mammaria nel 2011 e che non si ritrova più in quel corpo perché erano passati tantissimi anni e voleva rifare una revisione per sentirsi di nuovo bene con il suo corpo, oppure quella di Gabriele, un ragazzo appartenente alla Generazione Z molto semplice, molto garbato, che voleva eseguire un intervento di rinosettoplastica perché soffriva di una deviazione del setto nasale che gli ostacolava la respirazione e soprattutto lo metteva in difficoltà, condizionandolo psicologicamente.

 

A proposito di Generazione Z: secondo te in che modo i più giovani si approcciano al mondo della chirurgia plastica?

Dalla mia esperienza ho notato che molto spesso i più giovani, forse perché influenzati dalle immagini che vedono sui social dei “prima e dopo”, non sono preparati a fare un intervento di chirurgia estetica e soprattutto ad affrontare il post operatorio. Il risultato che viene mostrato sui social come in tv, infatti, è frutto di diversi mesi di lavoro e non si ottiene in maniera facile e senza fatica. Molti di loro, invece, si aspettano che subito dopo l’intervento tutto sia già finito e il corpo sia come se lo immaginavano. Invece, così non è. Per questo l’esempio di Gabriele, che era consapevole di tutte le fasi dell’intervento, secondo me può essere un buon esempio per tutti i più giovani.

 

Ma davvero la perfezione non esiste?

Sì, su questo sono categorico. La perfezione non esiste. La perfezione, così come la intendiamo noi oggi, è un concetto artistico che ci portiamo dietro dai grandi maestri dell’arte come Leonardo, Michelangelo e Raffaello che rappresentavano i corpi basandosi su modelli matematici. Lo stesso, invece, non può accadere in medicina. Un corpo non è una scultura, un corpo non è un dipinto. Un corpo è un organismo biologico che può avere delle imperfezioni, che come tali lo caratterizzano, e lo distinguono dal resto degli organismi.

 

È dunque la ricerca della perfezione a portare le persone a voler sottoporsi ad interventi di chirurgia plastica?

Sì, esatto. E tutto ciò è molto pericoloso perché se una persona entra in un ambulatorio di chirurgia plastica convinto di uscire con un altro corpo, ispirato da un modello visto in tv, sui social o sui media più in generale, vuol dire che ha un’idea totalmente sbagliata di questa branca della medicina. E non va operata perché dopo l’intervento ovviamente non sarebbe soddisfatto perché ambisce ad un ideale di bellezza irraggiungibile.

Esistono, invece, corpi unici che mantengono la loro unicità anche dopo un intervento di chirurgia plastica perché l’obiettivo iniziale non era quello di raggiungere uno stereotipo, ma di valorizzare quella persona, andando a risolvere un inestetismo, mantenendo però le sue caratteristiche di base semplicemente.

 

È da questa percezione sbagliata del proprio corpo che prende vita la dismorfofobia: ci spieghi meglio di cosa si tratta?

La dismorfofobia è una percezione distorta del corpo. Le persone che ne soffrono, quando si guardano allo specchio, non si riconoscono per come sono nella realtà, ma distorcono la percezione che hanno del sé e possono arrivare a vedere il naso storto, le orecchie a sventola, le labbra troppo piccole anche quando non sono così. Quindi il chirurgo, operando la persona fobica o facendo dei trattamenti di medicina estetica, farebbe solo del male a quel paziente che potrebbe entrare in un circolo vizioso da cui poi difficilmente riuscirebbe ad uscire.

Dott. Mauro Barone
Dott. Mauro Barone – Foto: Ufficio stampa

Dismorfofobia e Vigoressia: cosa sono e come si affrontano?

Da cosa può dipendere la dismorfofobia?

La dismorfofobia, dunque, può avere diverse origini come psicopatologie ossessivo compulsive pregresse o disturbi del comportamento alimentare (come anoressia, bulimia, binge eating) che non sono stati risolti.

 

Quali fattori contribuiscono a percepire la chirurgia plastica in negativo?

Sicuramente gli estremismi. Secondo me, tutti gli esempi negativi mostrati in tv o sui media in generale – come la Barbie e il Ken umano – aiutano ad alimentare questa percezione negativa della chirurgia plastica. Anche tutti i prima e dopo – i classici servizi in cui si mostrano le parti del corpo rifatte dai vip – alimentano questa assurda ricerca della perfezione nei corpi.

 

Cosa si potrebbe fare per invertire questo trend?

È giusto parlare di questi esempi negativi di dismorfofobia, ma sarebbe altrettanto importante portare degli esempi positivi. La chirurgia plastica, nel suo ruolo nobile, non deve essere demonizzata, ma deve essere vista come un valore aggiunto della medicina e della società intera. E quindi quando ci sono delle trasmissioni che insistono sempre sulla demonizzazione, io molte volte scrivo al giornalista che si è occupato del servizio ringraziandolo per aver mostrato quella situazione di mala-sanità, ma al contempo invitandolo a bilanciare la notizia inserendo il parere di un esperto o mostrando anche qualche esempio positivo.

 

A proposito di esempi positivi, c’è qualche storia che ti è rimasta nel cuore e ti va di raccontarci?

C’è una storia che mi ha toccato particolarmente, che è quella di un ragazzo omosessuale che aveva un viso troppo maschile che non coincideva con quello che lui percepiva di sé, e dunque siamo intervenuti per renderlo più femminile. Qualche mese dopo dall’intervento ci siamo rivisti e mi ha raccontato che aveva preso coscienza e consapevolezza del suo corpo e soprattutto aveva iniziato una relazione perché l’intervento l’aveva aiutato ad avere maggiore autostima e maggiore sicurezza di sé.

 

Qual è per te la tua soddisfazione più grande nel tuo lavoro?

A me non soddisfa vedere un naso bello o una mammella grande, ma vedere che i pazienti, dopo il mio intervento, hanno vissuto un vero e proprio momento di svolta. C’è chi prende più consapevolezza di sé, chi impara ad apprezzarsi o chi addirittura si fidanza perché riesce finalmente ad approcciare con altre persone. Ecco, questa per me è la gioia più grande e molto spesso sono gli stessi pazienti a comunicarmelo, mandandomi un messaggio. È il loro modo di essere grati.

 

Quanto pensi sia importante il rapporto di empatia tra medico e paziente?

L’empatia è fondamentale per un chirurgo plastico, ma in verità è reciproca tra medico e paziente. Quando una persona entra nel mio ambulatorio fa una prima visita che ha diversi obiettivi tra cui quelli di fare un’anamnesi, capire la storia farmacologia, la situazione patologica e capire quale sia il problema che l’ha condotta fino a me. Se non si crea empatia il chirurgo deve essere capace di dire che il percorso non va intrapreso perché un intervento di chirurgia plastica rappresenta un vero e proprio momento di svolta, di rinascita, sia fisica che emotiva.

 

Come si fa a capire quando è giusto optare per un intervento di chirurgia plastica?

La risposta è molto semplice: se il disagio è creato da una causa fisica, per esempio le orecchie a sventola e quindi quella persona non riesce a vivere bene con questo orecchio prominente, la risoluzione di quel disagio è solo chirurgica. Se, invece, una persona viene da me dicendo che ha le orecchie a sventola, nonostante siano normalissime, in quel caso si tratta di dismorfofobia, e non bisogna intervenire chirurgicamente perché si farebbe solo del male al paziente. Quindi: quando la causa del disagio è oggettivabile, fisica, si può intervenire chirurgicamente; al contrario bisogna optare per la psicoterapia.

 

Attualmente si parla tanto di vigoressia: di cosa si tratta?

La vigoressia è un sottogruppo della dismorfofobia e porta le persone che ne soffrono ad una ricerca costante della perfezione muscolare e quindi al desiderio di essere sempre molto prestanti, molto definiti. Un’ideale di perfezione del corpo che spesso causa, soprattutto alla categoria degli uomini omosessuali, la continua ricerca di fisici scultorei.

 

Qual è il trattamento che ti viene richiesto di più da chi soffre di vigoressia?

Mi capita spesso che entrino persone nel mio ambulatorio per fare quella che viene definita liposcultura, ovvero una definizione muscolare – ad esempio la realizzazione del cosiddetto six pack all’addome, che è un intervento che io non amo particolarmente fare perché dà dei risultati molto finti e soprattutto che non sono duraturi perché lavora sul tessuto adiposo superficiale, che è un tessuto metabolicamente attivo, e che dunque tende a non rimanere come noi l’avevamo lasciato in sala operatoria. Dunque, spiego sempre a queste persone che è indicato fare una liposuzione o un addominoplastica quando poi si ha comunque la volontà di continuare a lavorarci con la palestra, consapevoli del fatto che una pelle morbida non diventerà mai una pelle sottile tesa come quella che vediamo nei body builder.

 

Che cosa possiamo fare per invertire questa tendenza?

Innanzitutto, iniziare a capire che questo ideale non è raggiungibile da tuttə.

Esistono, infatti, molte persone che, nonostante facciano tanta palestra, non riusciranno mai a raggiungere un corpo scolpito perché non sono fatte semplicemente in quel modo – ad esempio: hanno la pelle più morbida, non hanno la pelle tirata, non hanno un muscolo ipertrofico. E dunque non riusciranno mai a raggiungere quello che è il loro ideale nonostante lo stile di vita sano e la palestra.

Quindi bisogna accettarsi per ciò che si è, senza fissarsi con l’attività fisica e soprattutto senza rincorrere un ideale di bellezza irraggiungibile. Tra l’altro, e non si capisce perché debba essere così, esiste culturalmente l’idea che la pelle sottile e tesa sia più bella di una pelle morbida. Ma che non corrisponde alla realtà. Una pelle morbida può essere altrettanto bella. Bisogna quindi accettarla e far sì che diventi una nostra caratteristica, anche perché quella pelle morbida rimarrà sempre così, anche dopo un intervento chirurgico.

 

Come definiresti la bellezza?

La bellezza è un’esperienza soggettiva. Non può essere oggettivata, non deve rifarsi a degli ideali e soprattutto non può essere frutto di un’omologazione. E questo ogni chirurgo plastico dovrebbe tenerlo bene a mente.

Come quando vedi un bel dipinto o vivi una bella esperienza, allo stesso modo il corpo di ognuno di noi viene percepito in maniera diversa a seconda dell’esperienza soggettiva che stiamo vivendo nell’osservarlo. Un’esperienza che può essere legata alla cultura a cui apparteniamo, alle emozioni che ci suscita o addirittura all’umore che abbiamo in quel momento. Dunque, secondo me, la bellezza non può che essere definita come un’esperienza, tutta da vivere.

Mauro Barone e Andrea Danese
Mauro Barone e Andrea Danese – Foto: Instagram

Mauro Barone sul marito Andrea: “Quando parlo di lui mi si illuminano sempre gli occhi”

Nonostante questo sia il mese del pride stiamo assistendo ad un graduale ritorno indietro in tema di diritti civili: come stai vivendo questo periodo storico?

Viviamo un momento storico in cui la politica non si basa sull’approfondimento e sullo studio, ma sul sentito dire che scientificamente è la cosa più sbagliata che possa accadere. E questo mi spiace molto e soprattutto, devo ammetterlo, talvolta mi spaventa.

Però, come dico sempre al mio compagno Andrea – quando sui media sento notizie di cronaca di cui è protagonista la comunità LGBTQI+ -, credo che se chi ha vissuto i Moti di Stonewall è riuscito a sopravvivere a quel periodo così buio, non c’è motivo per cui anche noi non possiamo avere la meglio sull’oscurità che sembra prendere il sopravvento sulla razionalità. Abbiamo tutti gli strumenti per potercela fare.

 

Cosa può fare ognuno di noi per cambiare le cose?

Io penso che la cultura e lo studio siano l’arma più forte che esiste. Almeno a me hanno sempre aiutato, sia nella quotidianità sia dal punto di vista scientifico. Per questo, credo che, se le persone studiassero di più e approfondissero realmente gli argomenti di cui poi andranno a parlare, da lì potrebbe derivare una discussione sana che porterebbe a migliorare realmente la società in cui viviamo.

 

Per un momento hai parlato di Andrea e ti si sono illuminati gli occhi: com’è iniziata la vostra storia d’amore e cosa rende speciale la vostra relazione?

Io e Andrea stiamo insieme dal 2011 e nel 2021 ci siamo uniti civilmente. Ci siamo conosciuti sui social network, nello specifico su Twitter, e da quel momento la nostra vita è cambiata totalmente. Siamo un punto di riferimento l’uno per l’altro e ciò che mi piace della nostra coppia è che entrambi cerchiamo di valorizzare sempre l’altro, facendo uscire il meglio di noi in qualsiasi situazione. Tutto questo ci consente ogni giorno di investire su di noi e di creare una progettualità che guarda al futuro, sempre l’uno accanto all’altro. Quindi sì, hai ragione, quando parlo di lui mi si illuminano sempre gli occhi (ride, ndr.).

© Riproduzione riservata.

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