“Nel pop serve più coraggio” dice Ethan a un certo punto della nostra lunga chiacchierata. L’occasione è l’uscita di Metamorfosi (Vol.1), il suo nuovo EP pubblicato lo scorso 17 gennaio da Carosello Records. 5 tracce realizzate tra Milano e Rio de Janeiro che suonano come un atto di liberazione e rinascita artistica per il cantautore italo-brasiliano.
Di coraggio, Ethan, ne ha avuto parecchio: in un periodo in cui le tracce vengono skippate senza pietà in cerca del pezzo rassicurante e che conquista al primo ascolto, i brani di Metamorfosi richiedono un’attenzione diversa, e chi non è disposto a concederla può tranquillamente passare oltre. “In passato mi sono chiesto cosa potesse accontentare una grande massa, ora non più” ammette l’artista, reduce da un anno emotivamente impegnativo in cui si è interrogato su molte questioni, compresa la modalità con cui dovesse rappresentare la propria queerness. Ancora una volta la risposta sta nell’aderenza al proprio modo di sentire e di percepirsi, non nel compiacere gli altri.

Metamorfosi, il nuovo EP di Ethan
Nel presentare Metamorfosi hai parlato di “atto di liberazione”. Da che cosa?
Nella società in cui viviamo ci sono sempre pesi di cui liberarsi, a partire dalle pressioni esterne. Io ne ho risentito molto soprattutto da un punto di vista di genere: in quanto ragazzo gay mi sono chiesto, ad esempio, se dovessi rappresentare la mascolinità in un certo modo. Oggi invece mi piace sentirmi libero di rappresentare la mia identità in maniera fluida senza dover necessariamente essere estremamente “masc” o “fem”: mi sento quel che mi sento di essere in quel momento. Avevo bisogno di uscire dalla percezione che gli altri (ma anche io stesso) potevano avere di me.
Mi spieghi la copertina?
Pure dal punto di vista visivo questo progetto è stato liberatorio. Ho lavorato con persone del mondo queer e volevo rappresentare la metamorfosi come un passaggio dando l’idea di movimento, dell’andare verso qualcosa di diverso che potesse avvicinarmi sempre più a quello che sono. Il punto focale di questo lavoro è l’idea che parte qualcosa ma non so dove mi porterà: di certo mi avvicina di più a quello che sento di essere, poi se mi darà risonanza, bene, altrimenti me la darà presso le poche persone che mi ascolteranno. È come un imbuto: mentre vai avanti e ti definisci, ti porti dietro le persone che risuonano con te e con quello che fai musicalmente. Di conseguenza ti lasci alle spalle ciò che eri e coloro che non vogliono più ascoltarti.
È uno scegliersi a vicenda.
Sì, non sto facendo qualcosa per accontentare tutti ed è evidente. In passato ci ho provato, ora non mi interessa più, preferisco essere coerente con i miei ascolti, con la mia vita, con le mie radici.
A tal proposito, con questo progetto ti sei riappropriato delle tue radici sudamericane. Prima c’era qualcosa che ti impediva di abbracciarle fino in fondo?
La paura di fare qualcosa di non vendibile e il fatto che non fossi ancora così aperto. È come il coming out: lo sai, ma devi aspettare il momento in cui sei pronto ad accettarlo con te stesso, e secondo me non ero del tutto pronto ad accettare che mi appartenesse pure quella parte musicale che spesso si rifà a qualcosa di “tamarro” e più “leggero”. Ho sempre ascoltato musica impegnativa come il jazz e non pensavo di poter unire questi due mondi. Mi dicevo di dover dividere le radici più “cafone” e ballabili da una parte e la mia dimensione intima dall’altra, poi anche grazie alla terapia ho capito che le nostre diverse parti, se integrate, creano la nostra identità.
Quanto è stato importante respirare l’aria del Brasile per realizzare questo disco?
Il viaggio è stato fondamentale. Ero a metà del processo e mi ha aiutato a contaminare anche le tracce che avevo già prodotto a Milano. In Brasile ero molto spensierato e felice, ho visto pure un altro modo di lavorare rispetto al nostro. Hanno un approccio più rilassato, del tipo “Facciamo e poi vediamo che succede”, senza pensare a fare un pezzo affinché diventi una hit. La leggerezza di cui ho fatto esperienza in Brasile si riflette nel disco nel non essermi preso tanto sul serio e nell’aver dato spazio all’espressione della mia sessualità. Poter parlare in portoghese e sapere di essere in un mondo che da un punto di vista sessuale è molto più avanti e libero rispetto a noi mi ha permesso di dire cose e farlo in un modo leggero che non mi sarei aspettato.
Metamorfosi è il coraggio di Ethan
Ascoltando l’EP non si può dire che tu non sia stato coraggioso: pensi che là fuori ci sia bisogno di più persone coraggiose?
Sì, mi piacerebbe che chi ha una rilevanza e una fanbase molto grande riuscisse a proporre un sound vicino a quello che ascolta davvero. Ci sono tanti artisti che potrebbero ma non lo fanno: non dipende solo da loro, è colpa di come funziona il sistema. Iniziamo ad educare il pubblico ad ascoltare – anche in radio – qualcosa di diverso, esattamente come succede in Europa dove alcune scene underground hanno una risonanza maggiore. Il problema non è condannare il mainstream, ma dare spazio pure all’underground. Il pop è figo, è bello però che sia anche contaminato. Abbiamo avuto artisti coraggiosi che hanno cambiato il pop: Rosalía ad esempio, e in Italia Mahmood. Ci vorrebbero più persone così, io ho molta fiducia e sono contento anche di alcuni nomi che andranno a Sanremo e che mi auguro riescano a portare qualcosa di diverso.
Tipo?
Lucio Corsi, Joan Thiele, Serena Brancale. Sono felice ci sia questa realtà per me molto valida, poi magari non buca il mercato però è un segnale importante per chi ha iniziato da poco e vuole fare la musica che gli piace. Le persone sono sature, non hanno più voglia di ascoltare quello che gli viene proposto da altri.
Oggi la soglia di attenzione generale del pubblico è piuttosto bassa. Hai fatto i conti con questo?
Sì, non sono un artista con pezzi troppo immediati, ma ho scelto di fare musica non per questo. Mi dispiace che in Italia ci sia solo un modo di fare pop e sia solo quello ad arrivare alla gente. In realtà penso di arrivare alle persone giuste: chi non ha il tempo di ascoltarmi, non è un problema mio. Non faccio musica per 15 secondi di TikTok. Ovviamente questo ha un impatto sulla mia vita: non è facile farsi largo, però è un rischio che mi devo prendere altrimenti facevo un altro lavoro.
Essere artisti queer in Italia
La tua queerness ti ha mai messo i bastoni tra le ruote artisticamente parlando?
Finora no, credo ci siano altri fattori – come la difficoltà di comprendere la lingua e i suoni non troppo immediati – per i quali non ho un grande seguito, non penso sia per via della mia queerness. Certo sono un ragazzo gay e siamo in un paese omofobo, però ho il “privilegio” di essere “masc looking”, e questo purtroppo ha un impatto sulle persone. Ci sono tanti artisti che magari non hanno fatto coming out al 100% e di cui si sa che sono omosessuali, ma è conveniente che siano “straight passing” per evitare ricadute sulla loro carriera. Nel mio caso se non è ancora successo di avere i bastoni tra le ruote è perché, ripeto, ho il “privilegio” di essere meno “fem”. Se fossi un artista trans, non binario o più femminile sicuramente sarebbe diverso, e questo fa schifo.
Che periodo è questo per essere un artista dichiaratamente queer in Italia?
Pessimo, un po’ per il governo che abbiamo, ma basta guardare chi c’è in cima alle classifiche. Non mi sembra ci sia molto spazio per artisti queer. Tutte le persone che conosco e che fanno musica o vorrebbero intraprendere questo percorso spesso si devono spostare in Europa per provare ad avere più spazio. Secondo me nel nostro mercato ci sono artisti omosessuali che si esporrebbero diversamente se non ci fosse questa pressione sociale.
È un caso che quelli che si espongono di più siano artisti emergenti e non chi ha già costruito un impero?
Certo. Mi dispiace perché purtroppo sono quelle persone che cambiano il sistema. È sicuramente dal basso, ma anche dall’alto che si cambiano le cose, perché io posso avere risonanza fino a un certo punto.
In Love é fraco hai portato la tua queerness in un contesto tradizionalmente dominato da artisti etero come il baile funk, e non era così scontato riuscirci.
Mi sono ritrovato in studio a lavorare con persone etero nei cui testi spesso si parla di ragazze, io ho detto subito: “Sono gay, non scrivo un pezzo per una ragazza perché non mi interessa, spero non sia un problema per voi”, e non lo è stato. Hanno solo cercato di non sfociare nel pornografico, ma quello a prescindere dall’orientamento sessuale degli artisti, perché poi banalmente Spotify non ti “pitcha” la canzone. Nonostante questo sono stato abbastanza spinto e non ho fatto giri di parole. È stato bello stare con un gruppo di persone etero e poterci lavorare perché gli è piaciuto il pezzo. Non mi sono mai sentito rifiutato.
Un brano si chiama come una città georgiana, in un altro duetti con una artista persiana. I confini, intesi anche come schemi e categorizzazioni, hanno ancora senso di esistere almeno in musica?
Per me chiaramente no. Se sapessi il cinese canterei anche in cinese. Esistono artisti di cui non capisci ogni singola parola, ma ti arriva la “vibe”. Per me non è solo quel che si dice, ma come lo si dice. È il suono accompagnato a quella parola. Il mio sogno sarebbe fare un disco con un sacco di feat. con artisti che parlano le loro lingue e io a switchare tra quelle che so.
In Puta invece dai voce a sentimenti come frustrazione e indifferenza da parte degli altri. Ti sei mai sentito sottovalutato artisticamente e anche privatamente?
Sì, “Puta” è stato il primo pezzo che ho scritto quando ho iniziato questo progetto. Ero pieno di rabbia perché venivo da un percorso in cui non mi sentivo totalmente me stesso, i miei ascolti stavano cambiando radicalmente, ero arrabbiato con il fatto che da me ci si aspettasse determinate cose, che dovessi essere un certo tipo di artista, e intimamente stavo vivendo un momento particolare. Questa canzone ha aperto un canale di altra rabbia che avevo represso da un po’ di tempo. Tutto il 2024 è stato un anno in cui mi sono sentito non visto e non valorizzato. Il fatto di non uscire con della musica – perché ci stavo lavorando – ti dà la percezione che le persone si dimenticano di te. Mi faceva molto male l’idea che invece andasse avanti chi propone in tutte le salse qualcosa che è semplicemente riciclato ma che non ha nulla da dire e che non ha una visione artistica. Quando è uscito il disco mi sono detto: “Ok finalmente ho partorito, adesso sto iniziando a dare senso a tutto questo dolore e alle cose che ho vissuto”. Sono molto felice, al di là dei numeri.
Qualche anno fa dicevi che il tuo sogno nel cassetto era andare a Sanremo. È ancora così? Visto il grado di sperimentazione di questo progetto, saresti disposto a qualche compromesso artistico pur di andare su quel palco?
Dipende fino a che punto. Se va a intaccare la mia identità non è più tale ma semplicemente marketing, e questo non mi interessa più.
Sull’EP c’è scritto “Volume 1”, quindi ci sarà una seconda parte?
Sì, uscirà entro il 2025.
E così si formerà un album?
In realtà resterà un EP perché usciranno un paio di pezzi in più. Non ho voluto fare un album perché questo per me è un passaggio in cui voglio testare, non mi sento ancora completamente definito. È un inizio, chissà dove mi porterà. Per fare un album ci vuole più tempo, più coraggio e più nozioni.
