La Rai, prima e dopo la presentazione dei palinsesti, continua a trovarsi dentro una tempesta mediatica che non accenna a placarsi, con accuse di intimidazione e tagli mirati che minacciano la spina dorsale del giornalismo d’inchiesta. Al centro di questo dibattito c’è Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, programma simbolo di un’informazione scomoda e necessaria.
Ma cosa sta accadendo nei corridoi di Viale Mazzini? Facciamo il punto della questione.

In questo articolo
Una tempesta mediatica sulla Rai: al centro il caso Report di Sigfrido Ranucci
La Rai avrebbe recapitato a Sigfrido Ranucci una lettera contenente un procedimento disciplinare nei confronti del giornalista e conduttore di Report.
Un gesto, percepito da molti, come il responsabile informazione del Pd ed eurodeputato Sandro Ruotolo, come una chiara “intimidazione”. Nonostante l’azienda abbia prontamente negato che si tratti di un “provvedimento disciplinare”, sostenendo di aver semplicemente “ricordato a Ranucci le regole che tutti i giornalisti rispettano“, la versione del conduttore di Report racconta tutt’altra storia, evidenziando una discrepanza tra le comunicazioni ufficiali e la percezione di chi è direttamente coinvolto.
Ranucci e la sua replica: il successo di Report e il tempismo sospetto
Secondo le dichiarazioni di Ranucci stesso, diffuse sui suoi canali social, la lettera, firmata dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi e dal direttore delle Risorse Umane Felice Ventura, lo accuserebbe di aver partecipato a programmi di altre emittenti senza la dovuta autorizzazione.
Nello specifico, si parla della sua partecipazione a una trasmissione di Lilli Gruber su La7, un fatto che Ranucci ha categoricamente smentito, affermando di essere “stato autorizzato dallo stesso Corsini telefonicamente per lanciare la seconda parte della stagione di Report“.
Non solo, le accuse si estenderebbero alla presentazione del suo libro, La Scelta, a Mestre, durante la quale avrebbe rilasciato un’intervista parlando della “minore libertà di stampa in Italia e del fatto che la gente si informava di meno“. Un richiamo che, per Ranucci, “non si riferiva alla Rai, ma al mio libro”.
Infine, la lettera contesterebbe una telefonata a Piazza Pulita in difesa di Report e del collega Giorgio Mottola dalle accuse di manipolazione.
La replica di Ranucci non si è fatta attendere:
“Se devo prendermi un provvedimento per aver promosso e difeso la squadra e un marchio storico della Rai come Report, tutelato la libertà di stampa, lo accetto con orgoglio”.
Tra l’altro, proprio il giorno prima della sua convocazione, era uscito l’indice Qualitel, il sondaggio che la Rai è obbligata a fare in ottemperanza del contratto di servizio pubblico, e che indicava Report come il programma d’informazione più gradito.
Una vera beffa per chi crede nel merito e nella trasparenza. La tempistica, inoltre, solleva ulteriori dubbi, dato che il provvedimento arriva dopo le interrogazioni di Fi sull’inchiesta su Mori e la commissione Antimafia, e la denuncia di Fazzolari per la puntata su Mediobanca, suggerendo un possibile legame tra il lavoro d’inchiesta del programma e le ritorsioni subite.
Parallelamente al caso Ranucci, l’attenzione si è focalizzata sui presunti tagli ai programmi di approfondimento Rai. Nonostante il direttore della distribuzione Maurizio Imbriale abbia tentato di minimizzare durante la presentazione dei palinsesti, dichiarando “che non sono previsti tagli su Report fino alla fine della stagione” (che va da settembre a maggio 2025), la realtà comunicata a Ranucci è ben diversa.
Il conduttore ha confermato che il numero di puntate a lui comunicate dall’azienda è “inferiore di quattro appuntamenti rispetto alla scorsa stagione“. Una discrepanza che alimenta il clima pesante attorno a Report.
Questo ridimensionamento di Report, nonostante i suoi risultati d’ascolto eccellenti e l’alto gradimento del pubblico che paga il canone, non è un caso isolato.
Visualizza questo post su Instagram
Ranucci diserta i palinsesti Rai e scende in piazza
Sigfrido Ranucci ha scelto anche di non partecipare alla presentazione dei palinsesti Rai 2025, tenutasi a Napoli, preferendo invece unirsi al presidio organizzato da giornalisti e lavoratori precari davanti alla sede Rai di Fuorigrotta.
Il volto storico di Report ha così preso posizione contro i tagli decisi dall’azienda:
“Ho sempre detto che per me la Rai è la mia casa, ma devo dire che in questi ultimi tempi mi sento sempre meno a casa. Mi sono arrivate offerte da varie parti ma non le ho mai accettate perché io penso che Report si possa fare esclusivamente in Rai, in un luogo dove io nonostante tutto mi sono sempre sentito libero di poter lavorare. Io resto in Rai, se non mi licenziano”.
E ancora:
“Ho avuto la fortuna di lavorare con tantissimi direttori, Di Bella, Di Mare, Vianello, e tutti hanno avuto le rotture di scatole da parte della politica, ma nessuno ha mai accettato un ridimensionamento di Report, perché l’hanno considerato un valore e non un prezzo. Ho sentito parlare di tagli per ottimizzazione, ma mi viene da ridere. Garantiscono conduttori che sono vicini o cari alla politica e tagliano la trasmissione Rai al primo posto per credibilità. È un brutto segnale nei confronti della meritocrazia, perché stai dicendo alla squadra di Report e a qualunque altra squadra che puoi fare il miglior risultato possibile nel modo più virtuoso, ma tanto ti taglio perché devo garantire questi qui”.
Visualizza questo post su Instagram
Uno smantellamento del servizio pubblico?
Salvo Sottile, conduttore di Farwest, ha apertamente dichiarato che anche il suo programma “è stato tagliato, faremo delle puntate in meno anche noi, quindi non si tratta di un solo programma”. Questa logica di tagli si estende ad altre produzioni investigative e informative, come Presadiretta, Lo stato delle cose, il ridimensionamento di Farwest e persino la chiusura di spazi come Agorà Weekend.
Un vero e proprio smantellamento che colpisce al cuore la capacità del servizio pubblico di offrire un’informazione approfondita e critica, in un momento in cui, come sottolineato da Ruotolo, “avremmo bisogno di più informazione pubblica e plurale“.
Ranucci si è scusato con la sua squadra, riconoscendo di non essere “stato in grado di difenderla, per la prima volta in 30 anni sono state tagliate puntate e compentenze”.
Ha espresso la sua delusione per la direzione attuale, ricordando direttori come Roberto Morrione, Paolo Ruffini, Andrea Vianello, Antonio Di Bella, che vedevano Report come “un valore e non un prezzo, e che non avrebbero mai consentito un ridimensionamento“.
Visualizza questo post su Instagram
Telemeloni: un attacco alla libertà di stampa
Le vicende di Ranucci e i tagli ai programmi Rai non sono episodi isolati, ma segnali preoccupanti di una tendenza più ampia. Sandro Ruotolo ha definito chiaramente la lettera a Ranucci come un “procedimento disciplinare” e una vera e propria “intimidazione”.
Le sue parole diventano un monito ancora più forte quando collega questi eventi all’imminente entrata in vigore del Media Freedom Act europeo, una normativa che impone all’Italia di riformare la governance della Rai per renderla “autonoma e indipendente dalla politica”.
In questo contesto, l’azione del “gruppo dirigente che occupa la Rai di colpire il giornalista simbolo dell’approfondimento investigativo del servizio pubblico” appare come un palese tentativo di arginare le voci critiche.
Ruotolo non si nasconde dietro eufemismi, parlando apertamente di “Telemeloni che vuole mettere a tacere i giornalisti scomodi mentre smantella i programmi di approfondimento di rete“.
Quanto sta accadendo in Rai è un segnale preoccupante. Non si tratta solo di difendere un singolo programma o un giornalista, ma di proteggere il principio stesso di una società informata, critica e capace di confrontarsi con diversi punti di vista.
Quando si cerca di limitare la libertà di stampa e l’approfondimento, si colpiscono tutti coloro che sono considerati “scomodi” o “diversi” rispetto all’attuale comunicazione dominante.
È un attacco alla cultura del dubbio, alla ricerca della verità, e al diritto di ogni cittadino di farsi una propria opinione.
Le vicende che vedono protagonisti la Rai e Sigfrido Ranucci sono il sintomo di una battaglia ben più grande per la libertà di informazione nel nostro Paese. I tagli ai programmi, i provvedimenti (negati o meno) contro i giornalisti investigativi, e le dichiarazioni che suggeriscono un controllo politico sempre più stringente, disegnano un quadro allarmante.
La libertà di informazione è un diritto inalienabile e un pilastro fondamentale della nostra democrazia.
Palinsesti #Rai 2025-2026, chi è stato lasciato fuori: Cattelan chiude, Mara Venier assente e Barbara d’Urso in “fase di scouting” https://t.co/0c3gbdipmb #Raidue pic.twitter.com/M7jZ7YAePO
— Gay.it (@gayit) June 28, 2025
