Occhi di ghiaccio, presenza che non passa inosservata e una voce inconfondibile con accento ligure: Roberta Bruzzone, criminologa e psicologa forense, è ormai un volto familiare della TV italiana. Ma dietro la regina delle indagini c’è una donna che le indagini le ha fatte anche dentro sé stessa, soprattutto in campo affettivo.
Il suo legame con il pubblico femminile è fortissimo, al punto da diventare quasi simbiotico.
“Le donne sono appassionatissime di true crime e si documentano in ogni modo. Quando incontrano me sulla loro strada, mi riconoscono come autorevole e si fidano […] Per strada le donne mi fermano per raccontarmi le loro storie, non riesco più ad andare al supermercato”, ha raccontato in un’intervista a IlGiornale.
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Roberta Bruzzone: “Pensavano fossi lesbica? Forse perché ero libera”
Bruzzone non si è mai curata troppo delle etichette, ma ammette che durante l’adolescenza, per via del suo modo di vivere libero e anticonformista, in molti pensavano fosse lesbica:
“Da adolescente ero un terremoto. Sportivissima, finché non mi ruppi una caviglia praticavo basket a livello agonistico. Avevo molti amici, andavo in moto e per questo qualcuno pensava che fossi lesbica, ma delle etichette non mi è mai importato. Se essere determinata a fare solo ciò che mi piaceva significava essere un maschiaccio, allora sì, lo ero. Molto poco addomesticata, poco docile, per questi aspetti forse poco femminile”.
L’autopsia dell’amore (sul palco e nella vita)
Il suo ultimo spettacolo teatrale si intitola Amami da morire:
“Porto in scena l’autopsia di un amore tossico. Inizio con queste parole: Questa è la storia di un amore che è morto. Ma non è morto per caso, è stato ucciso. Da lì, il racconto procede proprio come un’autopsia: solo che sul tavolo settorio non c’è un cadavere, ma una relazione”.
Non è solo finzione scenica, anche Roberta ha vissuto una relazione tossica. Dopo la morte dell’amata nonna Angiolina, è caduta in una storia manipolatoria che l’ha portata a dubitare di sé stessa:
“Era appena morta mia nonna Angiolina, alla quale ero legatissima, sono cresciuta con lei: stavo male e sono caduta in una relazione disfunzionale. Se fossi stata in condizioni normali, neanche l’avrei visto quell’uomo. Invece è stato il mio compagno per due anni: il primo anno ha costruito, sembrava la soluzione a tutti i miei problemi. Il secondo anno invece ha distrutto: è iniziata una manipolazione che mi ha portato a dubitare di ogni mia certezza, addirittura della mia persona. Mi sviliva, mi umiliava. Alla fine ne sono uscita, ma quella relazione mi ha insegnato parecchio”.
Il chatbot che ti salva dal manipolatore: il nuovo progetto di Roberta Bruzzone
A settembre, Roberta Bruzzone lancerà un progetto innovativo: un chatbot basato sull’intelligenza artificiale che aiuta chi vuole uscire da relazioni tossiche. Addestrato sulle sue conoscenze e con risposte vocali simulate con la sua stessa voce, il software sarà affiancato da un team di esperti che subentreranno in caso di contenuti allarmanti.
Un’idea che unisce tecnologia e sensibilità umana per offrire supporto concreto:
“L’addestramento di questa intelligenza artificiale è stato lungo e accurato: ora il software sa quello che so io, posso garantire che le sue risposte saranno attendibili. Consiglia a quali indizi prestare attenzione, interpreta i comportamenti dei manipolatori e ne mette in guardia. Una ventina di operatori specializzati, persone vere, subentrano all’IA se ci fosse un contenuto allarmante. Non è però un chat bot per il soccorso, attenzione. Chi lo interroga ascolterà una risposta dalla mia stessa voce: stiamo finendo di mettere a punto i parametri vocali”.
Donne, potere e libertà (anche in sella a una Ducati)
Il suo essere poco addomesticata la accompagna da sempre. Appassionata di motori, RobertaBruzzone guida una Ducati, due Harley e conosce i motori meglio di un meccanico. “Mi danno forza, potere, libertà. Mi piace dominare”. Anche nel privato con il marito? “Anche lui è tosto, molto solido. Per quindici anni è stato il comandante operativo dei Nocs, il reparto speciale della Polizia”.
La coppia condivide anche una passione per la musica: suonano in una band insieme, la RockRiders Band, con Roberta alla voce e Massimo alla chitarra elettrica. Cover anni ’60-’80 e un’intesa rock dentro e fuori dal palco.
Il senso di indipendenza e autonomia è sempre stato al centro della sua vita: dalla scelta della carriera alla gestione delle emozioni, fino al modo in cui affronta la malattia, l’unica cosa che – confessa – la terrorizza davvero.
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