L’esordio dell’anno prende forma da un romanzo di culto, Box Hill dello scrittore britannico Adam Mars-Jones, con uno sceneggiatore e regista gay dichiarato di appena 33 anni, Harry Lighton, e due attori in stato di grazia chiamati ad interpretare due tra i personaggi queer più “estremi” mai visti su grande schermo, Alexander Skarsgård e Harry Melling.

Pillion – Amore senza Freni, dal 12 febbraio al Cinema con I Wonder Pictures, è un unicum all’interno della cinematografia queer di tipo mainstream, perché commedia romantica BDSM tenera e audace, esplicita ma al tempo stesso delicata, ambientata nel rude mondo dei motociclisti di strada che amano il bondage, la dominazione e la sottomissione, il sadomasochismo. E c0m’è giusto che sia non se ne vergognano affatto.

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L’ipnotico Harry Melling è Colin, ragazzo timido e introverso che vive ancora in casa con i genitori, fino a quando la sua piatta esistenza priva di picchi viene piacevolmente travolta dall’incontro con Ray, interpretato da un magnetico Alexander Skarsgård, carismatico e fascinoso leader di un gruppo di motociclisti. Tra i due si instaura presto una relazione BDSM che vede Ray nel ruolo del padrone e Colin in quelli del suo devotissimo sottomesso. Sarà l’inizio di una storia d’amore inconsueta e travolgente, che cambierà profondamente entrambi.

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Sbancato il Festival di Cannes, dove ha vinto il premio Un Certain Regard per la migliore sceneggiatura, e strappate 3 candidature ai BAFTA, Pillion arriva ora in sala giustificando i più che meritati elogi raccolti negli ultimi 9 mesi, grazie alla propria miracolosa capacità nell’essere vizioso e allo stesso tempo incredibilmente romantico, senza mai risultare gratuito o anche solo realmente disturbante, pur mostrando pratiche sessuali fino ad oggi raramente raccontate sul grande schermo. Da subito lo sceneggiatore nonché regista Harry Lighton pennella i tratti dei suoi due protagonisti, così diversi eppure così attratti l’uno dall’altro.

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Colin è un ausiliare del traffico la cui madre gli organizza incontri al buio pur di vederlo finalmente insieme ad un ragazzo, con due genitori amorevoli e al tempo stesso pressanti, un coro come unico hobby, nessun amico e una fisicità nonché un carattere che lo rendono invisibile ai più. Fino a quando non incrocia Ray, statua nordica dalla tracimante bellezza che dopo averlo puntato in un bar gli fa subito capire chi è che comanda, facendolo inginocchiare in un freddo e buio vicolo per poi chiedergli di leccargli gli stivali.

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Un personaggio volutamente enigmatico perché nessuno sa nulla di lui. Non solo noi spettatori ma anche gli altri protagonisti del film. Qual è il suo cognome, che lavoro fa, come si mantiene, se ha una famiglia, da dove arriva, chi è Ray? Domande senza risposta a cui Colin prova inizialmente a sfuggire, perché calamitato da quella dinamica di potere che mai aveva toccato con mano, per poi pagarne dazio, ma al termine di un viaggio che lo vede maturare, acquisire consapevolezza, scoprirsi, trovare un posto nel mondo dopo anni di puro vagabondaggio. Il BDSM fa da sfondo ad un coming-of-age decisamente atipico, dove le maschere dell’imbarazzo cadono per lasciar spazio a quelle dei puppies.

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Lighton non giudica mai i suoi protagonisti e le pratiche sessuali a loro affini ma molto banalmente li celebra, guardando alla felicità di Colin come punto d’arrivo, pentola d’oro al termine di un arcobaleno che lo vede umiliarsi con assoluta serenità, appagato nel dormire per terra, nel mangiare in piedi, nel cucinare e fare la spesa seguendo dettagliatamente gli ordini dell’amato padrone Ray, che mai lo bacia, mai si congratula con lui, mai gli sorride, chiedendo e ottenendo. Ma più Colin si innamora di Ray e più si rende conto di avere necessità di una pausa da quella relazione di dominazione/sottomissione che non contempla affetto, dolcezza, apparente normalità.

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Bisogni, desideri e identità al centro di un’opera che è inaspettatamente grottesca e divertente, nel modo in cui affronta le proprie estremizzazioni, con due attori in stato di grazia nel dare profondità a due personaggi tanto agli antipodi. Tra orge e “picnic anali” l’ingenuo Colin e l’impassibile Ray imparano a conoscersi sempre più, a capirsi e in qualche modo a completarsi, con il primo sempre più consapevole di sè e il secondo poco incline a cambiamenti che andrebbero a colpire le proprie necessità sessuali, con quel perfetto e improvviso finale ad equilibrare paure, dolore, contezze e gioie. Una chimica, quella tra uno straordinariamente espressivo Melling e un indecifrabile Skarsgård, che buca lo schermo, mentre i due sfrecciano in moto avvinghiati l’uno all’altro verso orizzonti orgogliosamente poco convenzionali.

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Con inattesa leggerezza e splendida ironia Lighton mette in scena un’educazione sentimentale e sessuale fuori dalla norma cinematografica, arrivando dove i tre capitoli di Cinquanta Sfumature non si erano neanche lontanamente avvicinati, con Jake Shears degli Scissor Sisters guest star a sorpresa in un ruolo da biker sottomesso e l’italiana Chariot di Betty Curtis ad aprire il film al grido “Se verrai con me, tu vivrai con me in un’isola fantastica e un mondo vedrai di lassù, un mondo nascosto nel blu, tutto nuovo per te“.

Coraggioso oltre ogni limite, Pillion è un’opera che mai avrebbe potuto vedere la luce nella bacchettona e ipocrita Hollywood di oggi, assumendosi dei rischi produttivi e narrativi che il 33enne Harry Lighton è straordinariamente riuscito a bilanciare, con una libertà creativa fuori dal comune cinematografico odierno.

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