“Sei trans, non puoi donare il sangue: hai l’AIDS?” la testimonianza shock di Luka – VIDEO

La denuncia del 21enne a Gay.it fa emergere transfobia di fondo e stigma sull'hiv: comportamenti inaccettabili in una struttura ospedaliera.

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Luka Cammarata ha 21 anni, è un ragazzo trans e ieri si è recato all’ospedale per donare il sangue per la prima volta. Ne è uscito senza aver donato nulla, e con addosso qualcosa di più pesante di un rifiuto: la sensazione di essere stato trattato come una categoria a rischio, non come una persona. La struttura è quella di un ospedale pubblico del Friuli Venezia-Giulia.

Luka non ha mai iniziato una terapia ormonale né ha fatto interventi sul proprio corpo. La sua affermazione di genere è visibile sui suoi documenti, dove ha cambiato il nome. Eppure, racconta, appena entrato nello studio medico per il colloquio obbligatorio di selezione, la prima domanda della dottoressa riguardava la sua identità: “Sei UN trans?“. Da quel momento, ci racconta Luka, il colloquio ha preso una piega che non aveva nulla a che fare con la sua salute.

 

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Mi ha detto subito che in quanto trans non potevo donare, racconta Luka. Una posizione priva di qualsiasi base normativa: le linee guida del servizio trasfusionale che regolano l’idoneità alla donazione non menzionano l’identità di genere tra i criteri di esclusione, né temporanea né definitiva. I criteri fanno riferimento a comportamenti, patologie, farmaci, mai all’identità di chi si presenta allo sportello.

Quando Luka ha contestato quella motivazione, la dottoressa ha cambiato argomento, spostandosi sull’olanzapina, un antipsicotico che il ragazzo aveva smesso di assumere da oltre un mese su indicazione del suo psichiatra, senza aver mai ricevuto una diagnosi formale. “Le ho spiegato che non ho nessuna diagnosi, ma lei ha insistito per averne una. Quando mi sono innervosito, mi ha detto: ‘Chiaramente hai un disturbo’.

Un altro momento per certi versi ancor più grave è arrivato alla fine. La dottoressa ha chiesto a Luka se avesse l’AIDS. Lui ha risposto di no, aggiungendo di non aver mai fatto un test perché non si era mai trovato in situazioni di rischio. “Si è innervosita e ha detto che ‘quelli come me’ sono a rischio di AIDS, e che dovevo portarle un test negativo“. La sua amica, presente quel giorno, ragazza cisgender, non si era sentita rivolgere nessuna domanda simile, nonostante il questionario standard già prevedesse domande sui comportamenti a rischio per tutti i donatori.

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Solo alla fine del colloquio, durato circa mezz’ora, la dottoressa ha menzionato l’ipotensione e le crisi vagali di Luka come causa di esclusione. Una motivazione clinica eventualmente legittima, ma non è questo il punto. Perché la spiegazione sul rischio dell’assunzione di antidepressivi (ultima pillola un mese prima) è arrivata soltanto dopo un palese, violento atteggiamento transfobico esibito dal personale di una stuttura ospedaliera verso un ragazzo trans. L’identità trans del ragazzo era stata già messa al centro del problema, prim’ancora che lo stesso ragazzo, con franchezza come si conviene a un donatore di sangue, aveva parlato delle sostanze per l’ipotensione assunte (ultima pillola, ripetiamo, un mese prima). “Se mi avesse detto subito che non potevo donare per l’ipotensione avrei capito” dice Luka. “Invece mi ha praticamente solo insultato“.

In Italia le persone che vogliano donare in sangue non sono tenute a rivelare la propria identità di genere, né il proprio orientamento sessuale dal 2001, quando fu abrogato l’obbligo di dichiarare la propria omosessualità.

Il divieto di donazione per uomini omosessuali e bisessuali era stato introdotto con firma dell’allora ministro De Lorenzo e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 gennaio 1991. Rimase in vigore fino al 18 aprile 2001, quando fu rimosso dall’allora ministro della Salute Umberto Veronesi durante il Governo Amato II. Il decreto Veronesi del 2001 cambiò i moduli di donazione: non si chiedeva più di dichiarare la propria “non omosessualità”, ma lo stato di salute e gli eventuali comportamenti sessuali a rischio. Come ha fatto Luka Cammarata.

© Riproduzione riservata.

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Stella cometa 1.5.26 - 16:07

Totale solidarietà al povero Luka . L' omotransfobia è una piaga sociale veramente pericolosa che va estirpata alla radice il prima possibile. In un paese normali e e civile quella cosiddetta " dottoressa" non farebbe il medico, ma sarebbe uba delle tante pazienti con disturbi mentali di qualche bravo psichiatra. Luka vai a testa alta sempre , tu vali miliardi di volte di più di questi soggetti omotransfobici che altro non sono che il cancro della società. Un abbraccio forte e affettuoso a Luka !