Cosa ne è stato degli amori omosessuali sepolti dalla storia? Delle relazioni clandestine vissute nel nascondimento della propria identità? Che ne è stato, nei secoli, o almeno negli ultimi decenni, degli amori gay che fugacemente hanno provato a sopravvivere all’oppressione del conformismo e della repressione? E cosa potrebbe fare, oggi, un artista LGBTIAQ+, quando scopre una vecchia storia di un amore tra due uomini rimasto nell’oblio ambiguo del non detto? A Cannes un film ha strappato applausi e commozione. La storia che c’è dietro il film sembra scritta dal dio dell’amore: quell’Eros che, dispettoso, si diverte a vederci piangere davanti alle tragiche conseguenze della ferocia umana. Vediamo.
In Spagna, nel cimitero di Ciriego, a Santander, vicino al mare, c’è un nicho. Uno di quei loculi incastonati negli scomparti sovrapposti di pareti regolari, che racchiudono i defunti. Al termine del vialetto c’è scritto il suo nome su una lapide discreta. Rafael Rodríguez Rapún, che Federico García Lorca chiamava “le tre erre“, per le iniziali del nome e dei cognomi, non è del tutto scomparso. È sopravvissuto in forma di leggenda, come accade a chi ha amato qualcuno di celebre. Adesso, grazie al film La bola negra dei Los Javis, la sua figura emerge per quello che era: non solo il compagno di un poeta, ma un uomo intero, vero, reale. Cannes ha pianto e applaudito e tutte noi non vediamo l’ora di scioglierci. Perché questa storia, e quest’opera creativa di traslazione cinematografica con beneficio di artificio (è la fiction, questa meraviglia), promettono insieme di lasciarci in un pozzo di lacrime. E di colpe.

Rafael Rodríguez Rapún nacque a Madrid nel 1912 da una famiglia di origini umili. Era un atleta, iscritto alla UGT, con una passione per il teatro che lo portò nel 1933 a entrare ne La Barraca, la compagnia universitaria fondata da Lorca per portare i classici del Siglo de Oro nei villaggi più remoti della Spagna republicana. Lorca lo nominò segretario della compagnia. La relazione amorosa si consolidò durante il tour estivo del 1935. Era clandestina, inevitabilmente.
Il novembre di quell’anno Lorca aspettava Rapún nell’atrio di un hotel di Valencia, la sera del debutto di Yerma. Rapún non arrivò. In un momento di delusione vicino alla disperazione, il poeta prese dei fogli con l’intestazione dell’albergo e scrisse di getto undici componimenti. Poi cancellò il proprio nome e lo sostituì con “el poeta”. Sono i Sonetos del amor oscuro: per cinquant’anni negati, quasi una leggenda, fino a quando nel 1983 duecentocinquanta copie anonime arrivarono per posta a García Lorca, Ian Gibson e altri, con una sola dedica: “Per ricordare la passione di chi li scrisse”.
Il luglio del 1936 li sorprese poi lontani. Lorca rimase a Granada, sotto il controllo dei golpisti. E fu fucilato dalla violenza del nazionalismo che negli anni successivi mutuò nel fascismo di Franco. Rapún non poté nemmeno piangere a voce alta: la loro relazione era clandestina. Si arruolò nell’esercito republicano, seguì un corso di artiglieria e si incorporò come tenente della nona batteria leggera. Il carattere allegro che i suoi compagni ricordavano si era spento per sempre.
Destinato al fronte nord, a Reinosa, avanzò con due soldati verso Bárcena de Pie de Concha. Un attacco aereo li sorprese. Rapún non si gettò a terra come i compagni. Morì il 18 agosto 1937 in un ospedale da campo a Santander. Aveva venticinque anni. Era esattamente un anno dopo la fucilazione di Lorca. All’inizio nessuno sapeva il suo nome né la sua età. Era un tenente di artiglieria anonimo.
María Teresa León, scrittrice e grande amica di Rapún, scrisse parole da brividi:
“Sono sicura che dopo aver sparato rabbiosamente con il suo fucile si lasciò ammazzare. Fu il suo modo di ritrovare Federico.”

A riportare oggi Rapún alla memoria è La bola negra, il film dei Los Javis (Javier Calvo e Javier Ambrossi) presentato in competizione a Cannes 2026, dove ha ricevuto un’ovazione di venti minuti. Il punto di partenza è La piedra oscura di Alberto Conejero, che Calvo rilesse su un aereo verso Ibiza scoppiando a piangere: i due decisero sul momento di abbandonare il progetto su cui stavano lavorando per dedicarsi a questa storia. Ma il film va oltre l’adattamento. I registi hanno costruito la sceneggiatura intorno a tre epoche diverse, “osando continuare quello che Lorca non poté finire” e aggiungendo una prospettiva contemporanea radicata nella loro esperienza di uomini gay (nel film c’è anche il talentuoso Lorenzo Zurzolo). Il primo segmento, ambientato nel 1937, segue Rapún, interpretato da Miguel Bernardeau, e un giovane soldato franchista di cui si innamora. Il secondo, nel 1932, prende le quattro pagine superstiti dell’opera incompiuta di Lorca da cui il film prende il titolo. Si tratta del primo testo in cui Lorca scriveva un protagonista esplicitamente omosessuale, rimasto incompiuto perché fu assassinato. Quelle quattro pagine vengono portate a termine dalla sceneggiatura, immaginando come avrebbero potuto svilupparsi. Il terzo si svolge nel 2017 e serve da cornice che unisce tutto. Lorca è l’elemento comune attorno a cui il film si rivela come una matrioska, dove ogni storia contiene la precedente. Nel cast anche Penélope Cruz, Glenn Close e Lola Dueñas. L’uscita in Spagna è prevista per il 2 ottobre 2026. Di lì a poco è probabile (a rigor di logica) l’uscita negli USA, per concorrere agli Oscar del 2027. E in Italia?

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