SCOPRIRE L’UNIVERSO WARHOL

A Milano fino al 9 gennaio una mostra svela come il creatore della Pop Art rivoluzionò la comunicazione. Intanto un libro racconta la vita di Holly Woodlawn, folle trans della Factory.

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MILANO – Il capoluogo lombardo presenta la più completa mostra mai realizzata in Italia su Andy Warhol. Fino al 9 gennaio 2005 alla Triennale, la retrospettiva “The Andy Warhol Show” curata dal saggista Gianni Mercurio e dalla giornalista, amica e collaboratrice di Andy, Daniela Morera, celebrerà la creatività e l’ispirazione dell’artista nato a Pittsburg, genitore della pop art, immagine-simbolo della cultura di massa americana.

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Figlio di un minatore cecoslovacco, Warhol si trasferisce nel 1949 a New York con un diploma in tasca e Philippe Perlstein come amico. Il successo arriva nella Commercial Art. e diventa l’artista glamour per eccellenza, l’eclettismo delle varie espressioni d’arte, il promoter di gruppi musicali, editore e animatore della vita mondana newyorkese. La chiave di tutto è la comunicazione.
Warhol aveva compreso in anticipo che il desiderio di possesso delle masse vedeva nella comunicazione pubblicitaria lo strumento più adatto a favorire lo scopo. E compie il miracolo: l’arte delle immagini diventa arte della comunicazione.

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Il criterio seguito dai curatori della mostra meneghina è tematico. Quanto basta per accellerare un percorso fascinoso tra documentazioni di moda e oggettistica, filmati e icone del consumismo, opere grafiche (significativa la tecnica della “Blotted Line”, messa a punto da Warhol), foto e disegni, tra i quali quelli giovanili appositamente realizzati come illustrazioni per le riviste di moda; materiali di supporto, come le cover di Interview. Qui l’ampio ventaglio delle icone warholiane è degnamente rappresentato.
Interessante la sezione Fashion and Style, con disegni e sculture pre-pop degli anni ’50, periodo in cui Andy viveva con 17 persone in un seminterrato della 103ma strada, litigando con gli altri sulla proprietà di una fetta di salame. Si attraversa la memoria culturale della “Factory“, si sosta riverenti davanti alle silver wig, le colorate e fluenti parrucche indossate dall’artista. Non manca il jet set in decine di ritratti ripresi da una Polaroid e stampati in serigrafia su tela.

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Il logo e lo spirito del tempo è riconoscibile mentre ci si avventura tra le celebri icone del consumismo firmate da Warhol: Campbell, Flowers, Soup Can, Dollar Sign, Coca Cola. Non ci si stupisca, sono anni in cui l’industria Usa guarda agli artisti con notevole interesse, al punto che la Coca Cola pagherà una consulenza a Joseph Albers per decidere quale tonalità di rosso usare per il suo logotipo. Con la “Factory” creata nel 1968, Warhol riesce a orchestrare un network di talenti, diviene provocazione e suggestione per Jean-Michel Basquiat, Keith Haring o fashion per Bowie, i Velvet Underground, Lou Reed. “The Last Supper” è l’ultimo tragitto, l’esempio finale di Andy Warhol, transitato a Milano un mese prima della sua scomparsa.

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Holly Woodlawn, ultima superstar di Andy Warhol
Nella “Factory” il trash e il glamour si confondono e vagano spensierati ai limiti del mondo. Basquiat, Lou Reed e Jackie Curtis transitano l’orbita artistica e underground per finire nei bassifondi tra la soave ambrosia di ogni tipo di sballo.
Harold Ajzenberg o meglio Holly Woodlawn, portoricana, classe 1946 è l’ultima superstar dell’universo warholiano. In famiglia idolatrano Maria Felix, Libertad Lamarque (espulsa dall’Argentina da Evita perché gelosa della popolarità di cui godeva presso Peron) e Lola Flores.

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A scuola mentre gli altri giocano a palla, Harold se ne sta con un asciugamano in testa a imitare Connie Francis. Il giorno che deve presentarsi alla commissione di leva, arriva in hot pants e con un tocco di fard pronta a intrattenere le truppe col suo personalissimo boogie-woogie strombazzante e scatenato. Concluso il cambiamento di sesso, Holly si accompagna a un pugno di queen fuori di testa che ogni sera invadevano lo Stonewall. Tra anfetamine e miscugli vari vive di prostituzione, (“ero la vergogna della professione più vecchia del mondo”), finchè Paul Morrisey non la scrittura per il film Trash. I rifiuti di New York. La sera della prima Holly è in galera con quaranta maschi eterosessuali. Alla Factory non intendono pagare la cauzione, visto che aveva cercato di derubarli precedentemente. Ma Holly Woodlawn era nata per essere una miss, la stella di Andy Warhol!

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Ora, Baldini Castaldi Dalai ne narrano l’epopea, il successo e lo splendore con un libro da vero ‘divertisment’: “Coi tacchi alti nei bassifondi”. Tra le pagine l’epopea di un mondo scomparso tra lustrini e sound, discesa negli inferi e sogni in Technicolor.
Walk on the Wild Side, fu il più grande successo di Lou Reed, scritta sull’esistenza di Holly, mentre lei si chiedeva perché non aveva potuto essere una delle ragazze di colore che facevano du-du-du in sottofondo. Quando le chiesero. “Ma che cosa sei? Sei un uomo, sei una donna…”, Holly sbottò di rimando: “Tesoro, che differenza vuoi che faccia, quando sei favolosa!”.
The Andy Warhol Show“, Milano, Triennale
fino al 9 gennaio 2006
Holly Woodlawn con Jeff Copeland, “Coi tacchi alti nei bassifondi” – Le confessioni dell’ultima superstar di Andy Warhol Baldini Castoldi Dalai editore, pp.369, euro 15,00

di Mario Cirrito

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