20 anni e non sentirli affatto. Il diavolo veste Prada è uno di quei rarissimi film che non sono mai invecchiati, instant cult conosciuti a memoria da milioni di persone in tutto il mondo, replicati all’infinito in tv ma mai apparsi affaticati. Per oltre un decennio ipotizzare il sequel di un film simile è apparso sacrilego, fino al colpo di scena del 2024 quando l’intero team dietro quel primo capitolo si è ritrovato per girarne il pericolosissimo sequel. David Frankel alla regia, Aline Brosh McKenna allo script, Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci nel cast. Tutti insieme appassionatamente per provare a non sfigurare al cospetto del memorabile adattamento del 2006, con i fucili di fan e critici puntati contro e gli eventuali confronti del caso a riempire i social per chissà quante settimane.
E invece Il Diavolo Veste Prada 2, dal 29 aprile nei Cinema d’Italia, è un sequel sorprendentemente degno, maturo, brillante e quanto mai attuale.
Il Diavolo Veste Prada 2, la trama
20 anni dopo averli salutati ritroviamo Miranda Priestly, Andy Sachs, Emily Charlton e Nigel Kipling segnati dai rispettivi successi e costretti a ricongiungersi a causa della crisi dell’editoria che sta uccidendo quotidiani e riviste cartacee, nonché cambiando il mondo del giornalismo.
Un anno dopo l’uscita de Il Diavolo veste Prada la Apple sfornò il suo primo iPhone e nulla è più stato come prima. Tutto è cambiato. Dopo due decenni Miranda, seppur all’apice del successo perché prossima ad una promozione a lungo agognata, si ritrova alla guida di un’azienda sull’orlo del collasso, perché Runway è inevitabilmente cambiata. La Bibbia della moda un tempo venerata si è evoluta in un sito costretto a macinare visualizzazioni, con budget ridotti all’osso e un “politicamente corretto” a frenare la tagliente lingua della sua indiscussa Regina, di nuovo affiancata da un’Andy Sachs che seppur penna sopraffina si è ritrovata dal giorno alla notte senza più un lavoro, causa chiusura lampo di un’intera redazione.
Con Nigel rimasto eternamente fedele, Miranda dovrà provare a spillare ricche sponsorizzazioni ad Emily Charlton, nel frattempo cresciuta in Dior e compagna di un miliardario disposto a tutto pur di renderla felice e per la prima volta realmente potente. Costi quel che costi…
In 20 anni tutto è cambiato

Un film sul tempo che passa, sugli inevitabili cambiamenti sociali e personali, su professioni che rapidamente stanno sparendo perché fagocitate dall’intelligenza artificiale e dal mondo influencer, su una famiglia acquisita che improvvisamente si riunisce dopo 20 anni di lontananza, capendo finalmente di non poter più fare a meno l’uno dell’altro.
Il Diavolo Veste Prada 2 è tutto questo e molto altro, intelligente sequel che si scrolla di dosso la tentazione di provare a replicare il film originale, scegliendo da subito di percorrere un’altra strada, spostando l’obiettivo senza comunque perdere la propria freschezza, irriverenza, l’ironia sul mondo della moda che nel 2006 lo trasformò in un fenomeno di costume.

Girato tra New York e Milano, Il Diavolo Veste Prada 2 è nato da un’idea di Aline Brosh McKenna, poi condivisa con il regista, con i 4 protagonisti e solo alla fine con lo studio, che l’ha sposata in toto senza modificarla di una virgola. Perché vincente. Già nel 2006 si era ipotizzato un capitolo 2, ma nessuno ne era rimasto convinto, perché quella storia auto-conclusiva non aveva altro da aggiungere. Era perfetta e non necessitava ulteriori seguiti. Poi tutto è cambiato. I quotidiani cartacei, così come i settimanali e i mensili, non si vendono più, le edicole stanno sparendo. Tutto si è spostato sul digitale ma anche qui la crisi azzanna, con redazioni sempre più pericolanti, giornalisti precari e un’informazione sempre meno di qualità.
Ritorno a casa con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci

Tutto questo la sceneggiatrice McKenna e il regista David Frankel l’hanno preso e fatto proprio per dare forma ad un sequel che vede Miranda Priestly, Andy Sachs, Emily Charlton e Nigel Kipling inevitabilmente cambiati, segnati da 20 anni di lavoro, relazioni, invidie, ambizioni e voglie di riscatto. Se nel film del 2006 la tossicità degli uomini andava a lambire le sue protagoniste, in questo sequel gli uomini, i “+1”, appaiono più centrati e meno pesanti, zavorre da cui fuggire, tralasciando l’estremizzazione del ricco e scemo Benji interpretato da Justin Theroux.

Oggi 76enne, Meryl Streep ha ritrovato uno dei personaggi più iconici del cinema contemporaneo ed è riuscita ancora una volta a renderlo unico in tutte le sue sfaccettature così apparentemente contraddittorie. Cinica eppure emotiva, diabolica ma di buon cuore, integerrima e al tempo stesso machiavellica. Anche con 20 anni in più sulle spalle Miranda Priestly rimane un personaggio straordinario e magnetico, in grado di fulminarti con uno sguardo, con un labbro arricciato, con un solitario movimento del ciuffo, esternamente di pietra ma internamente di panna, una donna che ha sacrificato tutto pur di continuare a fare quel che ha sempre voluto fare, con dedizione maniacale, senza mai pentirsene, con assoluta consapevolezza. Rivedere al Cinema la leggendaria Meryl Streep 7 anni dopo Piccole donne è un piacere per gli occhi, a voler ribadire la grandiosità della più grande attrice vivente.

Con un Oscar in più sul comodino rispetto al 2006, Anne Hathaway ha saputo ricalibrarsi perfettamente sulle frequenze di Andy Sachs, rimasta fedele a sè stessa e alla sua idea d’altri tempi di giornalismo, adorabile nella sua goffaggine seppur non più anatroccolo bensì magnifico cigno.
Emily Blunt, 20 anni fa di fatto sconosciuta al mondo, ha ugualmente saputo riprendere le redini della sua irresistibile Emily Charlton, così apparentemente distaccata e assetata di potere, priva di filtri e pronta a tutto pur di arrivare a dama, così spontanea, scortese, vigile e insicura, simpaticamente pazza.
C’è poi Stanley Tucci, che nella vita reale ha sposato la sorella di Blunt, conosciuta proprio sul set del primo film, di nuovo chiamato ad interpretare Nigel Kipling, che a dispetto di tutto e tutti è ancora lì, al fianco di Miranda. Il mondo della moda è cambiato, il mondo dei media è cambiato, tutto è online, tutto è digitale, ma Nigel non si è mai mosso, fedele assistente, spalla, colonna di un impero che da decenni aspetta quel riconoscimento sempre inspiegabilmente negato.
La moda italiana al centro del sequel

A questi 4 ritorni si aggiungono Tracie Thoms e Tibor Feldman, che hanno ripreso i rispettivi ruoli di Lily e Irv, e le new entry Kenneth Branagh, Simone Ashley, Justin Theroux, Lucy Liu, Patrick Brammall, Caleb Hearon, Helen J. Shen e B.J. Novak, per un sequel che si è concesso i camei di Lady Gaga, Donatella Versace (che ha finalmente trovato qualcuno con cui sedersi), Domenico Dolce, Stefano Gabbana e Brunello Cucinelli, alfieri di una moda italiana splendidamente omaggiata con una 2a parte tutta girata a Milano, tra easter egg disseminati (dal maglione smanicato alle cinte “cerulee”) e iconiche battute omaggiate (“è tutto“). Emilio Pucci, Etro, Fendi, Moschino, Missoni, Prada, Dolce & Gabbana, Lorenzo Seghezzi, Rosamosario, Roberto Cavalli e Antonio Marras hanno fornito i look che la produzione ha potuto presentare durante la sfilata milanese, con Anne Hathaway che in poco più di due ore di film colleziona quasi 50 cambi d’abito e Meryl Streep che arriva a sfiorare i 30. Ma il Il Diavolo Veste Prada 2 non è solo grandi marchi da spremere, come accaduto con Sex and the City 2, bensì intelligente sequel in grado di comunicare con il primo inarrivabile capitolo, qui degnamente onorato.
