Questo testo è stato proposto dal direttore alla redazione ed è nato dalla mediazione di tutta la redazione, senza l’approvazione dell’editore.
Le aziende si stanno ritirando dai contenuti LGBTQIA+. È successo con l’arrivo di Trump, con l’ascesa delle nuove destre in mezza Europa, con un clima che rende sempre più imprese diffidenti verso ciò che viene percepito come “rischioso”.
Gay.it, per molti inserzionisti, rientra in quel rischio. Gli algoritmi di Google e Meta, nel frattempo, penalizzano i nostri contenuti quasi ogni giorno: succede a tutti i media LGBTQIA+, non solo a noi.
Gay.it non prende finanziamenti pubblici. Gay.it non ha gruppi editoriali milionari alle spalle, né partiti politici o associazioni. Gay.it vive di mercato e, lasciatecelo dire, della volontà delle persone lavoratrici della redazione che, per pochi soldi, lavorano senza sosta, in quello che possiamo definire “attivismo retribuito” (poco). Non è advocacy, è informazione di comunità. Ma anche chi lavora 14, a volte 16 ore al giorno su Gay.it, in qualche modo deve pagare le bollette, mangiare eccetera.
Una puntalizzazione. L’azienda editrice di Gay.it non è ricca. Non guadagna un euro da Gay.it. Riesce a malapena a tenere in vita questo media.
Cosa facciamo? Tanto, non sempre bene. Ma quel po’ o tanto che facciamo, lo facciamo sempre con lo spirito di portarvi le notizie che a nostro avviso dovete conoscere.
Su Gay.it il Pride è tutti i giorni, sette giorni su sette, tutto l’anno. Raccontiamo casi di cronaca locale che anche grazie a Gay.it diventano nazionali ed entrano nel dibattito pubblico. Diamo visibilità alle realtà associative e comunitarie. Ogni settimana decine di persone ci scrivono per raccontarci le loro storie. Parliamo di quello che accade ai temi LGBTQIA+ in ogni angolo del mondo, fatti che quasi sempre i media italiani ignorano, perché la nostra comunità è globale prima che nazionale. Proviamo a raccontare anche le fazioni e le divisioni che scuotono la comunità in questo momento, comprensibili e spesso dolorose e soprattutto vitali (sì, siamo una comunità viva e quindi litighiamo), cercando che chiunque, con qualunque bandiera o sfumatura identitaria, si senta rappresentato.
Di recente è accaduto questo. Sulla polemica di una certa questione attinente alla comunità, una questione divisiva, assai divisiva. Le due fazioni, entrambe legittime, ci hanno ringraziato per aver mantenuto equidistanza e raccontato tutto, senza parteggiare. È il nostro compito, siamo piccol*, e (purtroppo) è così facile in questo paese di campanili distinguersi per raccontare semplicemente i fatti.
Per fare tutto questo serve una redazione che lavori con continuità, che possa permettersi di seguire una storia fino in fondo invece di rincorrere solo il traffico del giorno. Qualche volta anche noi siamo costrett* a rincorrere l’audience, lo ammettiamo. Ma da un bel po’ di tempo cerchiamo di essere attent* a non sembrare dei semplici creator a caccia di engagement. Speriamo di farlo sempre meglio.
In cambio offriamo poco, in termini pratici: nessun banner, nessun tracciamento dei dati. Ma diciamoci la verità: non è questo il punto.
Gay.it resta gratuito per tutt*, oggi come sempre, perché chi non può permettersi quattro euro al mese (o l’annuale a soli 30 euro, 40 euro dal secondo anno) deve poter continuare a leggere tutti i nostri contenuti, senza limiti e senza paywall. Chi sostiene Gay.it lo fa anche per chi non può: è una scelta di redistribuzione, prima ancora che di abbonamento.
Il mercato si ritira dai temi che raccontiamo. La comunità, quando succede, si organizza da sola. È già successo altre volte, nella nostra storia collettiva, ed è quello che vi chiediamo di fare ora.
La redazione di Gay.it
Valentina Gambino, Federico Boni, Emanuela Longo, Angelo Rosa, Giuliano Federico