Quando si parla di femminismo è corretto parlare al plurale perché di femminismi ce ne sono tanti e tante sono le persone che si dichiarano femministe, pur pensandola in modo diverso. Questioni, come i recenti dibattiti su Gpa e burkini, o quello “storico” sulla prostituzione, mostrano infatti idee contrastanti provenienti da diverse linee di pensiero, seppur femministe.

Lungi da questo articolo l’intenzione di ripercorrere la storia dei femminismi, è nostro desiderio piuttosto far luce su come si stia evolvendo l’accezione del termine femminismo e sul fatto che oggi si stiano facendo strada dei femminismi non separatisti, che non vedono il mondo come binario, composto cioè da due soli sessi e generi. Un valido progetto a tema può essere Educare alle Differenze, che con la sua terza edizione bolognese ha superato 800 partecipanti da tutta Italia.

Ma facciamo un passo indietro: se fino a dieci, ma forse anche cinque anni fa, il termine “femminista” era circondato da un aurea negativa, in molt* forse si saranno accort* che quello che la stessa parola comunica oggi si sta evolvendo verso qualcosa di più positivo, forse condivisibile o addirittura giusto. Si pensi ad esempio al fatto che Obama (per sostenere la Clinton) ha dichiarato quest’estate che “dobbiamo essere tutti più femministi”, o che Giuseppe Tassi, direttore de Il resto del Carlino, è stato recentemente licenziato in seguito a un titolo sessista sulle atlete olimpiche.

Pensate che questo sarebbe potuto succedere dieci anni fa?

Il fatto che il femminismo sia stato visto in modo negativo per qualche decennio è sicuramente dovuto al patriarcato che, sorretto da uomini e donne insieme, condanna ogni ribellione della donna dal “suo” ruolo. Ma potrebbe essere anche conseguenza di alcuni aspetti che hanno caratterizzato il movimento femminista?

Che tutt’oggi ci sia chi pensa che l’intenzione del femminismo sia quella del dominio della donna sull’uomo, contrario esatto di maschilismo, è preoccupante. Ciò è forse frutto di una cultura che non ha messo abbastanza in discussione il binarismo (una cosa o il suo contrario) con cui si è educat* a leggere la realtà. Un binarismo usato dal sistema per limitare le libere scelte e incasellare, perché la realtà, come ritengono molte linee di pensiero femminista, non è binaria in nessuno dei suoi aspetti. Quindi il contrario di maschilismo non deve essere necessariamente il fenomeno “opposto”, ma magari qualcos’altro, che non porti a uno scontro o a una gerarchia tra tutti i generi.

Come molti altri termini, “queer” stesso, la parola femminismo sta rientrando nel linguaggio comune con una minore stigmatizzazione. Oggi, ad esempio, molti giornali online hanno una giornalista o blogger femminista che si esprime su questioni legate a sesso e genere: Chiara Lalli su Internazionale, Eretica col suo blog sul Fatto Quotidiano sono soltanto due esempi.

Che questo femminismo sia spinto dalla crisi economica che, causando malessere fa aumentare i casi di violenza e femminicidi, ed economicamente colpisce più le donne, già penalizzate maggiormente sul mercato del lavoro, è molto probabile. Che lo scambio di informazioni e notizie sia massiccio grazie a internet, è evidente. Fatto sta che, se dieci anni fa l’italiano medio riteneva che le femministe fossero gruppi di donne, spesso lesbiche, che odiavano l’uomo, oggi chi si aggiorna un minimo su come gira il mondo ha capito che l’odio per il maschio non è il modo adatto di riassumere il femminismo.

Ma da cosa deriva l’accezione comune del termine femminismo?

L’idea più comune di femminismo deriva tendenzialmente dalla cosiddetta “seconda ondata”, nata col ’68, che ha prodotto molta cultura intorno alla necessità identitaria delle donne di “esistere” come gruppo sociale, e intorno alla rivendicazione della parità con l’uomo che, fino a quel momento, aveva controllato pressoché qualsiasi cosa della vita pubblica e sociale.

In quel momento c’era un forte bisogno di affermarsi, di confrontarsi, di informare e informarsi, di separarsi, di solidarizzare con altre donne per difendersi da un patriarcato “alfa”.  Per questo iniziò la creazione di un’identità femminile salda e contrapposta a quella dominante, un’identità basata principalmente sulla differenza sessuale, quindi biologica, tra uomo e donna. Non è un caso che pochi anni dopo sia nato il movimento gay italiano, con un simile bisogno. Noi stigmatizzate, sottomesse, discriminate, vostre serve (non era Hegel che diceva che “il servo, alla fine della fiera, è più libero del padrone perché è indipendente”?) e voi unici protagonisti della realtà esistente, voi uomini, voi etero, un “noi e voi” necessario a mettere in luce gravi differenze di status sociale che causavano, e causano tutt’ora, molte delle violenze esistenti.

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Le teorie accademiche e molto del sapere, come si può immaginare, tardano tempo a diventare coscienza comune, ed è proprio in questi ultimi anni che più generazioni, educate da diversi femminismi, usano internet e non solo per informarsi e condividere, rischiando di diventare tutt* sempre più femministi e femministe.

Cosa s’intende per veterofemminismo?

Vetero è “un prefissoide che significa ‘vecchio’, frequentemente usato in vocaboli recenti, di solito nel linguaggio politico e giornalistico”, per indicare qualcosa di antico, tradizionale. Secondo la Treccani la nascita del termine veterofemminista risale al 1994, mentre quella di veterofemminismo al 2000, momenti in cui il femminismo della seconda ondata venne evidentemente definito da qualcun* come qualcosa che si era “evoluto”.

Il veterofemminismo è fondamentalmente caratterizzato dall’idea che tra uomo e donna vi siano invalicabili differenze biologiche, che influenzano il comportamento e il modo di essere rendendo l’uomo e la donna due esseri ben distinti con diverse caratteristiche. Il veterofemminismo è sicuramente un movimento fondamentale per unire le donne e creare coscienza femminile e femminista, ma è anche un possibile limite all’evoluzione egualitaria poiché, sottolineando le differenze, rischia di non mettere a fuoco le uguaglianze. Accogliente e protettivo, il separatismo potrebbe aver contribuito a creare scontro e non sintesi, emancipazione femminile e non maschile, pur rimanendo ad oggi ancora una pratica utile a quanto detto sopra.

Secondo alcune femministe il dono di dare la vita rende la donna un essere più complesso, migliore; per alcuni gruppi vi sono stati problemi a includere le donne transessuali (MtF) nei gruppi separatisti. Da qui in opposizione l’idea transfemminista: “Donna non si nasce, lo si diventa“. E’ possibile che anche la chiusura nei confronti della bisessualità e la convinzione che questa sia soltanto una fase di passaggio o una “scusa” per reprimere l’omosessualità derivi dalla visione binaria, che il femminismo nel tempo ha contribuito a edificare e ha difficoltà a mettere in discussione.

Per i femminismi più recenti, o “post”, è molto difficile, dopo migliaia di anni di patriarcato, razzismo, fallocentrismo, capire quanto le differenze biologiche tra uomo e donna influiscano sulle diversità esistenti tra i generi. E il dubbio che la cultura patriarcale possa aver causato la maggior parte di queste differenze, con un’educazione centrata sulla differenza tra soggetto (l’uomo) e oggetto (la donna), è forte.

L’idea di identità fluida, dell’esistenza di tanti generi indipendenti dal corpo che li ospita, il bisogno di transitare liberamente da un genere all’altro nel corso della vita o di performare un genere diverso da quello attribuitoci, come l’orientamento sessuale fluido, sono solo alcuni degli aspetti che il veterofemminismo ha oggi difficioltà a fare propri, a differenza dei postfemminismi delle ultime due decadi: forse perché si tratta di bisogni più attuali, connessi alla società liquida nella quale viviamo da non molto.

E’ possibile che la comunicazione orizzontale, che i femminismi usano da sempre come pratica, avvicini le correnti di pensiero, come altre realtà e soggettività con lo stesso bisogno di decostruire il sessismo e gli altri “fenomeni” contro l’umanità. Intanto, la manifestazione Non una di meno del 26 novembre a Roma, sarà una buona occasione per conoscere le attuali forze e persone in campo, tutte unite contro la violenza sulle donne.

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