Libertà. Jeanne Moreau è sempre stata la libertà. La libertà nella vita, al cinema, nell’immaginario gay. La divina attrice francese, spentasi ieri a 89 anni, era la libertà, la creatività ma anche l’omosessualità.
Sì, perché lei è nata grazie a un gay: il poeta e commediografo Andrè Gide, Nobel per la letteratura nel 1947, autore del controverso Les Caves du Vatican (I Sotterranei del Vaticano) con cui esordì alla Comédie Française. Il suo ruolo era quello di una prostituta boccaccesca mentre il Papa veniva rapito e sostituito da un massone. Fu subito cover di Paris Match. Jeanne aveva solo ventidue anni. È successo: il grande amico Orson Welles e il giro gay che conta (Tennessee Williams, Fassbinder, Marguerite Duras: grande amicizia, forse furono amanti, Jeanne dichiarò che fu il gruppo di femministe amiche di Marguerite a separarle). A teatro si fa le ossa, apprezzatissima, ed è subito Cannes: tredicesima edizione, premio d’interpretazione nel film Moderato Cantabile di Peter Brook tratto proprio da un testo di Marguerite Duras. Lei fa la pazza paranoica ereditiera, crede che la vogliano uccidere dopo aver assistito a un omicidio: vertigine thriller al fulmicotone, Jeanne straordinaria.
Poi, arriva l’Italia: è con Michelangelo Antonioni la passione per il nostro Belpaese. Sì, solo lui poteva cogliere quel mistero infantile e ribelle nel volto enigmatico di Jeanne. Certo, è La notte, Orso d’Oro a Berlino. Lei è Lidia, emblema dei nouveaux riches nella Milano del boom, la Dolce Vita dei primi anni Sessanta: il suo vagabondaggio nella notte, sposa infelice di Giovanni, Mastroianni, tentata dal tradimento, è storia del cinema.
Arrivano i brividi: è il 1962, esce il capolavoro bisessuale Jules & Jim, ode al libertinismo alla Vanini, il ‘pazzo e ciarlatano’ secondo Leibniz: un inno alla libertà sessuale, ama chi vuoi, meglio se a tre con due lui e una lei. È lo scandalo, la follia, “Quel finale così triste che nessuno se lo ricorda, neanche gli studenti americani con cui ho parlato” avrebbe detto Jeanne. È la corsa al Louvre, è la corsa sul ponte, è la corsa verso la felicità. Per Truffaut, il vertice della sua poetica: il fanciullino pascoliano che diventa adulto e, consapevolmente, assapora l’estasi nella fusione con due corpi (erano Oskar Werner, Jules, e Henri Serre, Jim).
Ma Jeanne non si ferma: gira il bellissimo Eva per Losey, ancora il suo amico Orson (Il processo), Demy, Malle, Buñuel (capolavori: La Baie des Anges, Fuoco Fatuo, Il diario di una cameriera) nuovamente il suo amico Welles, un dimenticato Falstaff.


In Italia vengono tagliati circa due minuti della scena di sesso gay col marito di Lysiane. Wenders con Lo stato delle cose lo battè a Venezia, vincendo il Leone d’Oro, lasciando sdegnato Marcel Carné che lo voleva vincitore.

Negli anni 2000 arrivano i riconoscimenti alla carriera, ancora tv, il riposo: Gebo e l’ombra del Maestro centenario Manoel De Oliveira, Le Tourbillon de Jeanne in cinque episodi, l’ultimo Lutz: Le talent de mes amis.
La vidi per l’ultima volta sulla Montée des Marches di Cannes, ancora in forma, sorrideva e salutava tutti.
Jeanne Moreau è stata anche una grande cantante, voce roca e severa.
“Ci siamo conosciuti e riconosciuti – ci siamo persi di vita, ci siamo ripersi di vista – ci siamo ritrovati e poi riattizzati, poi ci siamo separati – Ciascuno è ripartito per i fatti suoi nel vortice della vita”.
Certo, le Tourbillon de la vie.
Au revoir, Jeanne.



Sempre riguardo al rapporto con Marguerite Duras, vale la pena di ricordare che è sua la voce narrante della scrittrice nella versione francese de "L'amante" di Jean Jacques Annaud che apre e chiude il film.