
Tratta dall’omonimo fumetto di Jeff Lemire, qui adattato per l’occasione da Jim Mickle, Sweet Tooth è la serie Netflix che nessuno si aspettava. Uscita in sordina, come avvenne ai tempi di Stranger Things, e travolta da recensioni entusiastiche, Sweet Tooth è un progetto fantasy incredibilmente contemporaneo, perché ambientato in un mondo segnato da una pandemia che ha sterminato la maggioranza della popolazione mondiale. E non solo.

Dieci anni fa il “Grande Crollo” ha gettato il Pianeta nel caos, dando vita a misteriosi esseri metà uomini e metà animali. Dei bimbi ‘ibridi’, visti come diversi e cacciati per essere uccisi. Dopo aver vissuto dieci anni in un bosco remoto, Gus, interpretato dallo straordinario Christian Convery, metà cervo e metà bambino, diventa amico del solitario Jepperd (Nonso Anozie). I due, così distanti e diversi, partono per un’avventura straordinaria attraverso quel che resta dell’America, alla ricerca di risposte sulle origini di Gus, sul passato di Jepperd e sul vero significato della parola casa. Ma la loro storia si popola di alleati e nemici inaspettati, mentre Gus impara che il ricco e pericoloso mondo al di là del bosco è ben più complesso di quanto immagini.

Prodotta da Jim Mickle, Beth Schwartz, Robert Downey, Jr., Susan Downey, Amanda Burrell e Linda Moran, Sweet Tooth è una fiaba dolce e delicata, ben congegnata tra piani spazio-temporali differenti e un impianto produttivo ricco e abbagliante, pensata per i più giovani ma in grado di parlare anche ai più grandi. In un mondo accecato dall’odio nei confronti di chi è considerato lontano dalla ‘norma’, questi ibridi impauriti, discriminati, e cacciati per finire in laboratori come esperimenti genetici, sono la metafora perfetta di quella comunità LGBT ancora oggi attaccata, diffamata e ‘vietata’ in quasi 70 Paesi nel mondo, dove l’omosessualità è considerata fuorilegge.
Un coming-of-age post-apocalittico in cui il piccolo Gus, adorabile bimbo-cervo, è alla disperata ricerca di una normalità da lui mai abbracciata. Stanco di essere definito ‘diverso’, ‘speciale’, Gus vuole semplicemente essere come tutti gli altri, fino a quando scopre di non essere solo, di non essere ‘unico’, perché “la famiglia è ciò che creiamo, tutti noi. Insieme“.



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