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Giuseppe Penone

Tra gli artisti ambientalisti contemporanei c’è Giuseppe Penone, nato nel 1947 a Garessio, in provincia di Cuneo. Formatosi presso l’Accademia di Belle Arti di Torino, Penone esordisce nell’ambito dell’Arte povera. La sua ricerca “si concentra sulla natura e sui processi naturali, sul rapporto dell’uomo con l’ambiente e quello tra corpo umano e materia“. Agli anni ‘60 risale la serie Alberi: travi di legno venivano intagliate restituendo loro la forma di tronchi, invertendo così il processo industriale. Negli gli anni ‘90 lavora alla serie Anatomie: blocchi di marmo sulle cui superfici affiorano venature minerali e antropomorfiche. Con Respirare l’ombra (1999) – opera ispirata dalle passeggiate nei boschi di Garessio – Penone ragiona sui “cicli di crescita stagionale dell’universo vegetale e il tempo irregolare, concentrato, del lavoro umano che modifica, plasma, o persino interrompe, il flusso di vita di quell’universo“. Attualmente vive tra Parigi e Torino. Vincitore nel 2014 del Premio Imperiale, le sue opere sono esposte nelle principali gallerie a livello internazionale.
Lorenzo Quinn
Nato a Roma e figlio dell’attore Premio Oscar Anthony Quinn, Lorenzo Quinn ha conquistato la fama a livello internazionale grazie alle sue “mani“, le enormi sculture che tentano di far riflettere sulla fragilità del pianeta Terra e la sua precaria condizione. Nel 2017 per la Biennale d’Arte di Venezia, due gigantesche mani, sbucando dall’acqua, erano appoggiate alla facciata di Ca’ Sagredo lungo il Canal Grande. Le foto dell’opera (Support) fanno il giro del mondo e diviene immediatamente virale. Lorenzo Quinn compie i suoi studi artistici all’American Academy of Fine Arts di New York, attualmente lavora principalmente tra l’Italia e gli Stati Uniti. Le sue sculture sono presenti nelle gallerie e negli spazi pubblici di tutto il mondo.
Tomás Saraceno

Tomás Saraceno nasce nel 1973 in Argentina. Trascorre la prima infanzia in Italia e completa gli studi come architetto nel suo paese natale. La sua ricerca creativa unisce arte, scienze naturali e sociali. I protagonisti delle sue istallazioni sono gli elementi non umani come polvere, ragni o piante che diventano metafore del cosmo e con cui lo spettatore viene spinto a entrare in contatto. In occasione della realizzazione dell’opera Aria (2020) in collaborazione con Palazzo Strozzi a Firenze ha affermato: “Le emissioni di carbonio riempiono l’aria, il particolato galleggia nei nostri polmoni, mentre le radiazioni elettromagnetiche avvolgono la terra. Tuttavia è possibile immaginare un’era diversa, l’Aerocene, caratterizzata da una sensibilità proiettata verso una nuova ecologia di comportamento. Gli ecosistemi devono essere pensati come reti di interazione al cui interno ogni essere vivente si evolve insieme agli altri. Focalizzandoci meno sull’individualità e più sulla reciprocità, possiamo andare oltre la considerazione dei mezzi necessari per controllare l’ambiente e ipotizzare uno sviluppo condiviso del nostro quotidiano“.
Laure Prouvost

Laure Prouvost è un’artista francese che lavora e vive ad Anversa (Belgio). Vincitrice del premio Turner (2013), nel 2019 ha rappresentato la Francia alla Biennale d’Arte di Venezia. Comunica il suo lavoro tramite variegati linguaggi espressivi: dal video, alla fotografia fino alle istallazioni e collage di oggetti. Nella sua visione unisce l’esperienza quotidiana e il mondo sensibile con il non-senso, il mondo onirico e la finzione. I suoi progetti uniscono “un’estetica naïf e bric-à-brac, oggetti ordinari, installazioni labirintiche e architetture instabili a un utilizzo elaborato della tecnologia“. Laure Prouvost indaga l’ambiente, soprattutto gli oggetti di scarto e di estremo consumo che in esso – quotidianamente – vengono rilasciati.
Giuliano Mauri
Noël Dolla

Nato a Nizza nel 1945, dal 1971 partecipa alle mostre fondamento del movimento Supports/Surfaces. Tra il 1974 e il 1975 espone a Firenze, Milano, Genova, Bruxelles, Colonia e Düsseldorf. Lavora sulla serie delle Croci, che lo hanno reso famoso in Europa. Negli anni ’80 si dedica ad un nuovo filone, quello delle Tarlatane: tele concepite appese alle pareti senza cornice né sostegno. Resta sempre interessato e indaga la natura e l’intervento pittorico negli spazi aperti. Nel 2019 in occasione del FIAC, nei giardini delle Tuileries a Parigi, realizza Nymphéas post déluge, ispirandosi ai dipinti di Monet, utilizzando decine di ombrelli completamente immersi all’interno della grande fontana dei Giardini. “Tutto è sommerso, sulla superficie delle acque ancora torbide, rimane solo lo sguardo inventivo di esseri liberi, uomini senza Dio, umani troppo umani”.
Martial Raysse

Nasce a Golfe Juan (Francia) nel 1936. Frequenta la facoltà di letteratura all’Università di Nizza e contemporaneamente la Scuola di arti decorative. Famosa soprattutto per i suoi ritratti dai colori accesi e pop e per l’uso del neon, da sempre si batte per le cause ambientali e per i diritti delle donne. In Ici plage, comme ici-bas si ispira all’arte italiana, in particolare al dipinto Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo e rappresenta un’umanità caotica e multiforme con ai propri piedi una spiaggia devastata dai rifiuti e dall’inquinamento.
Giorgia Lupi
Andreco Studio
Andreco (pseudonimo di Andrea Conte) è un visual artist e ricercatore scientifico italiano. Per le sue opere adotta un approccio transdisciplinare che abbraccia la scienza, la filosofia, l’urbanistica, l’antropologia, lo sviluppo sostenibile e il simbolismo. «Creare un network tra il mondo della ricerca, quello culturale, con i musei e le fondazioni d’arte, l’associazionismo e i gruppi di attivisti legati al territorio, permette di compiere delle operazioni che sono tra arte, scienza e campagne ambientaliste. I progetti locali che scaturiscono da una rete così consolidata assicurano continuità alle azioni che si compiono e hanno la specificità di durare nel tempo».
Paolo Pellegrin

Paolo Pellegrin è un fotografo italiano nato a Roma nel 1964. Conosciuto prevalentemente come fotoreporter di guerra, durante la sua lunga carriera ha viaggiato nei territori più angusti, vulnerabili e particolarmente sensibili al cambiamento climatico. Ha messo sotto i riflettori il disastro ambientale. Ha vinto ben undici World Press Photo tra il 1995 e il 2018
(Articolo scritto con il supporto di Giulia Baldini, studentessa del Master di Gestione del Patrimonio Culturale alla Sorbonne Université, Parigi)



