Biennale di Venezia, il Padiglione Russia: perché le persone LGBTIQ+ devono scendere in piazza il 9 maggio

Perché partecipare alla Biennale del Dissenso? Il Padiglione Russia si apre il 9 maggio a Venezia, mentre il governo litiga con Buttafuoco e l'Europa minaccia di tagliare i fondi. Per la comunità LGBTQ+ e i dissidenti russi è una questione politica. L'arte è ancora politica?

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Slava Mogutin è un artista e fotografo russo esiliato negli Stati Uniti dal 1995, il primo cittadino russo a ottenere asilo politico per persecuzione omofobica. Le sue opere, corpi maschili, erotismo queer, critica feroce al putinismo, rappresentano esattamente ciò che il padiglione ufficiale russo a Venezia non potrà mai mostrare. In copertina un editing che mescola due foto di Mogutin.
Slava Mogutin è un artista e fotografo russo esiliato negli Stati Uniti dal 1995, il primo cittadino russo a ottenere asilo politico per persecuzione omofobica. Le sue opere, corpi maschili, erotismo queer, critica feroce al putinismo, rappresentano esattamente ciò che il padiglione ufficiale russo a Venezia non potrà mai mostrare. In copertina un editing che mescola due foto di Mogutin.
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Il 9 maggio a Venezia, con la benedizione della direzione della Biennale, sarà inaugurato un padiglione di uno Stato che ha dichiarato le organizzazioni LGBTIQ+ organizzazioni terroriste. Che criminalizza l’identità queer per legge. Che manda in carcere chi dissente e uccide chi fa giornalismo. Che usa la cultura come usa i missili per proiettare potere e costruire normalità intorno a un piano bellicista e imperialista. Per noi persone queer il tema va oltre la questione geopolitica. È personale. Ogni bandiera rainbow che sventola ai Giardini accanto al Padiglione Russia è una menzogna a nostre spese.

La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia apre il 9 maggio con una frattura istituzionale senza precedenti. Al centro c’è il ritorno della Russia, assente dal 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, con un padiglione ai Giardini che il presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, ha difeso rivendicando l’autonomia della Biennale e la sua funzione di “spazio aperto”.

Buttafuoco ha evocato la Biennale del Dissenso del 1977 per legittimare l’apertura al Padiglione Russia. Peccato che quella Biennale nacque proprio contro la normalizzazione sovietica, e fu la prima occasione in cui il FUORI! denunciò internazionalmente la persecuzione degli omosessuali in Russia. Usarla per difendere uno Stato che oggi criminalizza le persone LGBTIQ+ come terroriste è un rovesciamento, una manipolazione.

Leggi > 1977, Venezia. Quando il FUORI! portò gli omosessuali russi alla Biennale del Dissenso

Alessandro Giuli, ministro della Cultura del Governo Meloni, finora sempre apertamente schierato con l’Ucraina, ha risposto disertando sia le giornate di pre-apertura, sia la cerimonia inaugurale. Ventidue Paesi europei hanno scritto a Buttafuoco chiedendo un passo indietro. La Commissione europea ha avviato la procedura per sospendere una sovvenzione da due milioni di euro destinata all’istituto lagunare. L’Ucraina ha sanzionato cinque rappresentanti del padiglione, inclusa la commissaria Anastasia Karneeva, figlia di un generale del KGB. La Biennale ha respinto ogni accusa, sostenendo di aver operato nel rispetto delle sanzioni vigenti. Il risultato è un’inaugurazione che si annuncia sotto il segno della tensione politica, non dell’arte. O, forse, proprio questa sarà occasione di riflessione su quale posto occupi l’arte in questo preciso momento storico.

Soft power con le mani sporche di sangue

Il progetto russo alla Biennale si intitola The Tree Is Rooted in the Sky e si presenta come affermazione della dimensione “universale e non contingente” della cultura. È una narrazione costruita con scaltra precisione: l’arte come territorio neutro, al di sopra dei conflitti. Ora, a parte che ci sarebbe ben da discutere su quanto l’arte debba restare neutrale. Ma volendo dar credito alla propaganda putiniana: quella neutralità è falsa.

Mentre il padiglione apre a Venezia, in Russia è reato definirsi gay, lesbica o bisessuale in pubblico. Le associazioni LGBTIQ+ sono state dichiarate “terroriste ed estremiste”. Gli artisti dissidenti scelgono tra il carcere o l’esilio. La stampa indipendente non esiste più (silenziati, o direttamente uccisi i giornalisti che fanno inchieste scomode per il Cremlino). Il regime di Putin usa la cultura esattamente come la usa in guerra: come strumento di proiezione di potere, legittimazione internazionale, distrazione. Curare un padiglione a Venezia serve a dire al mondo che la Russia è un attore culturale normale, non uno Stato che bombarda ospedali, uccide civili e cancella identità. Una nornalizzazione politica ammantata da iniziativa culturale. La commissaria del padiglione Russia è stata sanzionata da Kiev per essere “direttamente coinvolta nella promozione di progetti culturali legati alla propaganda e al complesso militare-industriale di Mosca. Nella scorsa edizione, negli spazi del Padiglione Russia era stata ospitata la Bolivia: una premessa che oggi consente al funzioniario russo Mikhail Shvydkoy, già ministro della cultura del Cremlino, di dichiarare subdolamente ad ArtNews che “stiamo semplicemente cercando nuove forme di attività creativa nelle circostanze attuali“.

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Il 9 maggio, la Biennale del Dissenso

 

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Il 9 maggio è la Festa dell’Europa. Il 9 maggio 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schuman presentò la dichiarazione che avrebbe posto le fondamenta dell’integrazione europea. La proposta era concreta e limitata: mettere in comune la produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto un’Alta Autorità sovranazionale, aperta ad altri Paesi. Nacque così la CECA (Francia, Germania ovest, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo), prima cellula di quello che sarebbe diventato l’odierno progetto europeo con il Trattato di Roma del 25 marzo 1957 e la nascita della CEE.

Il ragionamento di Schuman era quello di legare gli interessi economici dei Paesi che per decenni si erano fatti guerra fino all’apocalisse del 2° conflitto mondiale: l’Europa non si sarebbe costruita tutta insieme, ma attraverso “realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto“.

Il 9 Maggio è anche il giorno in cui la Biennale apre ufficialmente. Europa Radicale, l’Associazione radicale Certi Diritti, Radicali Venezia e Arts Against Aggression hanno scelto quella data per una ragione precisa: non lasciare che l’inaugurazione passi in silenzio.

Alle 10:00 al Ponte della Paglia parte un corteo autorizzato che attraverserà Riva degli Schiavoni e Riva Sette Martiri fino all’ingresso dei Giardini della Biennale, dove sono previsti interventi dei promotori. Il nome scelto, Biennale del Dissenso, richiama appunto l’evento del 1977 promosso da Carlo Ripa di Meana per dar voce agli artisti dissidenti del blocco sovietico. A sfilare saranno artisti russi dissidenti, rappresentanti dei popoli oppressi dall’imperialismo russo, attiviste e attivisti LGBTIQ+. Le stesse bandiere ucraine ed europee che i militanti di Europa Radicale hanno portato a Kyiv e Odessa sfileranno per le calli di Venezia. Da Milano parte un pullman la mattina del 9 maggio. Per partecipare: [email protected] / [email protected].

E Israele?

La presenza del padiglione Russia alla Biennale Arte del 2026 viene spesso accostata polemicamente a quella di Israele. La contestazione è quella che vede anche Israele di Netanyahu protagonista sanguinario di un’aggressione geopolitica ai danni di Gaza, Libano, Cisgiordania e Iran, tanto quanto l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. La domanda è legittima, e Gay.it l’ha posta direttamente a Chiara Squarcione, tra le promotrici dell’iniziativa in rappresentanza di Certi Diritti ed Europa Radicale: perché la stessa protesta non viene estesa al padiglione israeliano?

Non adottiamo una logica selettiva“, spiega Squarcione, ma la distinzione che traccia è precisa: nel caso russo, lo Stato “reprime sistematicamente le libertà civili, criminalizza la comunità LGBTIQ+ e utilizza la cultura come strumento di propaganda“. In Israele, per quanto le politiche del governo Netanyahu siano “oggetto di forti contestazioni anche interne al Paese“, esiste ancora “uno spazio realmente agibile nel quale artisti, incluse persone LGBTQ+, possono esprimersi, dissentire e partecipare alla vita culturale senza essere criminalizzati in quanto tali“. Sostenere il contrario, argomenta Squarcione, significherebbe isolare proprio le voci che dall’interno lavorano per i diritti. Il punto non è l’impunità di nessuno: è dove la libertà è negata alla radice, e dove invece , tra contraddizioni e responsabilità innegabili, sopravvive ancora. Si scende in piazza, tre le calle fino ai Giardini, anche per questo: preservare gli spazi di libertà. E allargarli, davanti alle avanzate degli autoritarismi illiberali.

© Riproduzione riservata.

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