Sin dal tragico caso di Giulia Cecchettin e grazie alla sorella Elena, il discorso sulla violenza di genere ha acquisito in Italia una nuova accezione e consapevolezza. Oggi, quando si parla di femminicidio, non si può più ignorare come esso sia solo una delle manifestazioni di un sistema più vasto: il patriarcato, una rete insidiosa di cui qualcuno ancora fatica ad accettare l’esistenza.

Ma ciò che spesso sfugge è che questa rete stringe nelle sue maglie anche chi la tesse: l’uomo. Un uomo che si aggrappa disperatamente a una mascolinità costruita sulla forza, sul controllo, su una paura inconfessabile della fragilità. Quella stessa fragilità che il patriarcato gli proibisce di riconoscere, costringendolo a reprimerla e vivere come un combattente perpetuo, a volte contro il mondo, altre contro sé stesso.

Eppure, continuare a parlare di uomini nel contesto della violenza di genere potrebbe sembrare paradossale, persino irritante. Perché mai dedicare spazio ai carnefici? Perché affrontare la sofferenza di chi, spesso, ne è il responsabile? La risposta non è semplice, ma è necessaria: ogni sistema si perpetua proprio grazie a chi lo abita, e cambiarlo significa guardare anche ai meccanismi con cui lo si alimenta, consapevolmente o meno. E al suo impatto complessivo.

Piero Marrazzo è l’esempio perfetto di vittima di un patriarcato che non ha potuto accettare l’esistenza di un paradigma maschile diverso da quello dominante. Giornalista, uomo politico e protagonista di un caso mediatico che, nel 2009, portò alla luce una questione di grande rilievo per il movimento transfemminista: la stigmatizzazione della diversità maschile.

Oggi, davanti ai microfoni di Cazzi Nostri – Cose Tra Maschi, il podcast di Diego Passoni dedicato alla sessualità e al transfemminismo maschile, l’ex governatore del Lazio rompe quel silenzio. Nella lunga puntata denominata “VERGOGNA”, Marrazzo racconta il suo lungo cammino di ricostruzione, una rinascita che lo ha portato a confrontarsi con i meccanismi del patriarcato, che ha conosciuto non solo come sistema oppressivo, ma come ferita personale.

Piero Marrazzo, uno scandalo politico ben architettato

Quando Marrazzo viene “sorpreso” a cercare compagnia da una donna trans, l’atroce vicenda di corruzione e abuso di potere – in cui quattro carabinieri tentarono di ricattare un governatore regionale – si ribalta in modo grottesco: la vittima diventa il principale accusato, benché non avesse commesso alcun reato. Di questo, l’ex governatore ne parla approfonditamente anche in un’intervista con Roberto Saviano nel format Outsider.

È da questo punto che si interrompe, quindici anni fa, la narrazione di un uomo trascinato nella gogna mediatica di un’Italia che, allora come oggi, da una parte fatica a riconoscere l’umanità delle identità trans e si scaglia con violenza contro chiunque osi metterne in discussione lo stigma, e dall’altra le sfrutta per lo scoop.

Marrazzo, allora sopraffatto dal clamore e dal peso di un giudizio collettivo impietoso, scelse il silenzio, ritirandosi per elaborare la perdita di sé stesso, della persona che era prima che tutto questo accadesse. È l’inizio del suo “esilio civile”, come lui stesso lo definisce.

L’impulso iniziale è quello di nascondersi. Marrazzo fa ammenda per aver lasciato la sua famiglia sola a gestire uno tsunami emotivo e pubblico. “Non ho avvertito mia moglie Roberta e le mie figlie. Non le ho difese. Mi sentivo sopraffatto dalla vergogna e dal senso di colpa, senza nemmeno comprenderne pienamente le radici”. Questo senso di “vergogna patriarcale”, come lui stesso la definisce, e il modo in cui è riuscito a decostruirlo diventerà ben presto un tema centrale della sua vicenda. 

Il mio funerale civile mi ha fatto capire molte cose” conclude. “Ma oggi sono qui, con una consapevolezza maggiore e una libertà ritrovata. Voglio condividere questa storia non solo per me, ma per chiunque si sia sentito emarginato o costretto al silenzio”. 

Le prime battute del podcast sono solo però il filo di un discorso ben più intrecciato, che rompe le maglie del circo politico italiano. Lo scandalo che ha travolto Piero Marrazzo è infatti la facciata luminosa di un palese doppio standard: da un lato, tolleriamo con complicità i peccati privati degli uomini di potere, a patto che restino allineati al rigido codice del patriarcato. Dall’altro, non perdoniamo chi osa allontanarsi da quella narrazione dominante di mascolinità.

La sua vicenda personale diventa dunque una lente attraverso cui osservare le contraddizioni della società italiana, in cui il potere è ancora fortemente influenzato da un’idea rigida e conformista della mascolinità. “Se io fossi stato un corrotto, il mio esilio sarebbe durato molto meno”.

Marrazzo racconta un episodio che fotografa questa ambiguità: “Silvio Berlusconi mi disse: ‘Non sei incorruttibile, sei uno di noi'”. Come a dire: il potere è un club esclusivo dove tutto è permesso, purché si taccia. Si fa, ma non si dice. Eppure, quando la patina si incrina, quello stesso potere si volta dall’altra parte. “Ero circondato da uomini” riflette Marrazzo, “ma nessuno mi ha difeso. La società patriarcale non tollera chi deraglia dalla norma, nemmeno tra i suoi”. 

A questo si è aggiunta la ferocia dei media, pronti a trasformare la vicenda in un reality a cielo aperto, oscurando le domande che contano davvero. Conseguenza ovvia, che la spettacolarizzazione a tutti i costi ha scelto di accettare e tollerare, è però ancora una volta la deumanizzazione delle donne transgender coinvolte, ridotte a mere comparse di un dramma voyeuristico. Con buona pace di tutte le fazioni politiche, rapidissime a prendere le distanze dalla vicenda. “Il mio caso” osserva “ha messo in luce il vuoto culturale anche tra i progressisti”.

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Non c’è nulla di cui andare fieri” ammette “ma raccontare questa storia serve a mettere in discussione le strutture che ci dominano”. E forse, in quelle parole, c’è un invito a iniziare a chiederci che prezzo siamo disposti a pagare per mantenere lo status quo.

La questione trans nel caso Marrazzo

Sì, perché la macchina del fango dirottata nel 2009 su Piero Marrazzo non risparmiò le inevitabili vittime collaterali di una narrazione vorace e spietata. Era la prima decade degli anni 2000, e quelle vite, già fragili, furono scaraventate sotto i riflettori con il solo scopo di alimentare lo scandalo.

Durante il podcast, Marrazzo non si sottrae a questa riflessione: “La società vuole nascondere che la maggioranza di coloro che intrattengono rapporti sentimentali o sessuali a pagamento con donne transessuali sono uomini eterosessuali”. Una verità scomoda che il clamore mediatico ha volutamente ignorato, preferendo ridurre Natalì e le altre donne protagoniste di questa vicenda a macchiette, ad archetipi disumanizzanti. “Oggi so che quanto accaduto a me” aggiunge “ha solo aumentato la pressione sulle donne transgender sex worker, ma non solo. Questo è inaccettabile”. 

Marrazzo ricorda come, all’epoca, i giornalisti si riferissero a Natalì con l’appellativo generico e spersonalizzante di “il trans”. Un dettaglio linguistico, forse, ma che tradisce un atteggiamento più profondo, quello di chi non si sforza neppure di riconoscere l’umanità dell’altro.

Oggi il linguaggio è cambiato” ammette “ma resta una grande resistenza da parte di molti giornalisti a rialfabetizzarsi su questi temi” Parole che aprono una ferita ancora viva: quella di una narrazione che rimpiazza i nomi propri con definizioni che suonano come sentenze. E in quel silenzio assordante, la società ha trovato il suo alibi per non vedere, per non ascoltare e continuare a fingere che certi mondi non le appartengano.

Piero Marrazzo, la storia del fratello Riccardo

Quasi come un presagio, la vita di Piero Marrazzo prima dello scandalo del 2009 sembra però già intrecciare i temi di cui oggi parla con consapevolezza. Un momento cardine del suo percorso di rinascita è infatti legato a un segreto familiare sepolto nel tempo. Durante un viaggio negli Stati Uniti, Marrazzo scopre che il fratello aveva un padre biologico diverso da quello che entrambi avevano sempre creduto. “Ho trovato documenti in cui il cognome originale di mio fratello era stato cancellato con un tratto di penna e sostituito con quello di nostra madre. Il desiderio di mio nonno di cancellare un passato ritenuto sconveniente per le regole sociali dell’epoca”.

Ma perché è così importante? “Il padre biologico di mio fratello era omosessuale, e per questo è stato escluso dalla società. Gli è stata negata la paternità, e con essa la possibilità di amare il proprio figlio”. Quell’atto di cancellazione non era solo un fatto privato, ma il simbolo di un sistema che soffoca chi non si conforma, eliminando dal racconto collettivo ogni voce dissonante. In poche parole, l’ennesima manifestazione della vergogna patriarcale. E, da questo punto di vista, Marrazzo spiega che “raccontare significa liberarsi”. 

L’alfabetizzazione emotiva secondo Piero Marrazzo

Cosa rimane dunque di tutte queste riflessioni nell’era delle risoluzioni Sasso e della crociata anti-gender? Se il cambiamento parte sempre dall’educazione, sono temi che non possono in alcun modo essere scollegati.

Sono cresciuto in una società che non mi ha mai insegnato a comprendere pienamente le mie emozioni o il mio corpo” confessa Marrazzo. “L’analfabetismo emotivo e sessuale è una prigione invisibile, ma potentissima”.

Un deficit alla radice di tutte le incomprensioni, delle paure e delle discriminazioni che attraversano la nostra cultura. “Gli uomini, soprattutto quelli eterosessuali e privilegiati, vivono intrappolati in un modello di mascolinità che non concede spazio alla vulnerabilità” osserva Marrazzo. “È un problema culturale che inizia nell’infanzia e si perpetua nell’età adulta”. 

E quel tabù attorno all’educazione affettiva e sessuale è l’ostacolo più grande da affrontare: “Parlare di sesso, emozioni e relazioni è essenziale per formare individui consapevoli”.

Perché se tutti camminiamo su un sottile filo da equilibristi per rimanere conformi alle aspettative della società patriarcale che nessuno si è preso mai la briga di decostruire, chi non ce la fa è destinato a rimanere indietro: “Se io, uomo eterosessuale, ho vissuto queste difficoltà, posso solo immaginare quanto sia più complesso per chi appartiene a comunità già marginalizzate. L’analfabetismo emotivo non discrimina: colpisce tutti, ma con intensità diverse”. 

 

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