“Credo che la fluidità sia uno stato necessario per la scoperta di nuove forme d’arte che non piangono sulle ceneri di quel che abbiamo già visto, ma che le trasforma in altre prospettive, con occhi freschi e nuovi”: queste le parole con cui Eleonora Stolfi, songwriter italo-britannicə, parla del proprio modo di fare musica. Da sempre l’artista ha scelto di superare i limiti imposti dalla discografia per viaggiare più lontano, seguendo i modi più istintivi di mettersi a nudo e stare sul palco, contro ogni discriminazione e categoria.
Il suo pensiero, in realtà, è perfettamente applicabile anche al vissuto personale, dal momento che si definisce non binary. A Gay.it Eleonora Stolfi ha parlato di come è arrivata a questa consapevolezza di sé, del perché da oltre 10 anni ha deciso di lasciare la sua Vigevano per andare a Londra, e ha presentato il nuovo singolo Acrobati uscito il 24 gennaio.
Eleonora Stolfi e la scoperta dell’identità non binary
Dicono di te: “Le canzoni di Eleonora Stolfi sono un fascio di contrasti liquidi”, ovvero?
È una definizione data da Johann Merrich, musicista di musica elettronica, che sottolinea la fluidità anche all’interno delle singole tracce che compongo. Ha riscontrato un contrasto tra sonorità un po’ dark e synth pop con suoni più colorati. Mi piace questa liquidità di un genere che si infila nell’altro.
Il concetto di liquidità ti riguarda anche da un punto di vista più intimo. Hai detto: “Solo non definendosi è possibile riconoscersi”. Che cosa vuol dire?
Si riferisce tanto al mio percorso da persona non binaria. Nel momento in cui ho avuto la possibilità di ascoltarmi di più nella mia vita, a causa di eventi personali abbastanza recenti, ho deciso che dovevo fare tabula rasa di qualsiasi cosa che già sapessi di me per lasciar spazio al “lasciarmi essere”. È lì che ho cominciato a capire chi fossi e a riconoscermi come persona non binaria. Il fatto che oggi ci sia una terminologia più consona mi ha permesso anche di arrivare a questa consapevolezza di me e a poterlo spiegare con due paroline.
Quali sono stati questi eventi che ti hanno portatə ad ascoltarti?
Durante la pandemia ho perso il mio lavoro principale e c’è stata la fine di una relazione molto importante. Negli anni di quella storia ho sempre vissuto una vita non da Elliə, che è il mio nome da persona non binary. In realtà c’era, ma era silente. Solo quando c’è stato questo strappo e son rimastə solə ho potuto e ho scelto di ascoltarmi di più.
Inizialmente è stata una scoperta spiazzante per te?
In realtà sentivo questa cosa sin da piccolə. C’è sempre stata una difficoltà incredibile a collocarmi, sentivo dentro di me aspettative esterne che non potevo soddisfare, ed era lì che nasceva la confusione. Sentivo che dentro non c’era una cosa sola, ma due, e oscillavano senza logica. In un contesto amicale e familiare, però, era come se questo scenario non venisse assolutamente preso in considerazione, quindi ero portatə a pensarə di non dover dare necessariamente troppa retta a queste sensazioni, perché non corrispondevano a nulla di quello che c’era fuori da me.

Fluidità musicale
Dicevamo che anche alla musica hai un approccio fluido. Da un punto di vista discografico questa fluidità ti ha mai causato porte in faccia?
Penso che il fatto di essere difficilmente collocabile possa aver giocato un ruolo soprattutto in passato. Oggi avverto molta più fluidità anche nella predisposizione di chi ascolta musica e di chi la seleziona.
Che cosa ti dicevano?
Che era difficile inserirmi in una selezione artistica o in quello che era il loro roster. In realtà poi quando suono dal vivo questa stessa cosa mi crea appagamento dal punto di vista del pubblico. È successo che la gente mi avvicinasse e mi dicesse di aver sentito nei brani combinazioni diverse e inaspettate, ma che al tempo stesso si sentiva che erano scritti da me. Per un autore avere un marchio è meraviglioso, e questo secondo me dimostra che la riconoscibilità non sta nell’essere binari, lo si può essere anche nella fluidità.
Il presente è genderfluid?
Credo ci sia una consapevolezza maggiore di cosa genderfluid significhi, e lì dove viene data la possibilità di questa consapevolezza le persone possano esplorarsi di più. Nella realtà però mi sembra che siamo esposti quotidianamente a un mondo binario, e questo contesto che ti orienta in una direzione piuttosto che l’altra non aiuta l’esplorazione di sé.
L’Italia vista da Londra
Come vedi la situazione italiana da fuori?
È preoccupante. Da questo punto di vista vivo in un contesto più facile: nell’ambiente lavorativo le persone hanno la possibilità di inserire il loro preferred name nella firma di un’email, i colleghi si assicurano che tu venga chiamatə col pronome in cui ti riconosci. In quasi tutte le aziende ci sono delle community LGBTQIA+ formate non solo da persone queer, ma anche da coloro che sono interessati a ricevere informazioni e a educarsi. Di recente ho partecipato a un training sull’educazione al dialogo fluido e al linguaggio inclusivo: capisci che quando guardo l’Italia da qui, la mia reazione è un po’ quella che hanno i miei colleghi inglesi quando gli parlo della situazione italiana e loro non trovano il motivo per cui in Italia ci sia così tanta difficoltà rispetto all’inclusione.
Di recente si è parlato di una riforma scolastica che prevede lo studio della Bibbia alle elementari, ma l’educazione all’affettività continua a non essere contemplata…
Chi è contro l’educazione all’affettività o anche rispetto al discorso del genderfluid, nella maggior parte dei casi motiva la propria avversione dicendo che non si vogliono portare le persone soprattutto in età infantile e adolescenziale a suggerir loro percorsi devianti. Parliamo allora del fatto che li educhiamo a una religione e a un’unica lettura del mondo! Secondo me questo è terribile, perché è così che gli si inculcano delle idee, non con l’esplorazione del sé.
Quando e perché hai deciso di andare a Londra?
Nel 2012. Volevo imparare, espormi ed uscire dalla mia comfort zone. Vengo da Vigevano dove avevo un gran seguito come cantante e musicista, ma era un ambiente dove i brani originali non avevano molto spazio. Io invece ho sempre sentito l’esigenza di voler scrivere le mie cose.
Nel lasciare l’Italia hai provato più rabbia o delusione?
Ero troppo giovane per essere delusə, ero incazzatə (ride, ndr).
C’è stato un momento in cui ti sei dettə: “Torno indietro”?
Succede ciclicamente. Londra è una città molto solitaria e anche i rapporti con le persone sono estremamente diversi. Mi riferisco a famiglia e amici perché poi per quello che accade negli altri tipi di rapporti penso che Milano sia molto simile. Ogni tanto ho l’esigenza di tornare in un ambiente dove poter respirare e non dover semplicemente contare su di me.
Eleonora Stolfi: “Sono non binary anche nello scrivere musica”
Però canti in italiano, è un modo per fare pace con il tuo Paese?
Non devo fare pace col mio Paese, lo amo, e la rabbia è passata tantissimo tempo fa. Sono ancora più innamoratə dell’Italia. La scelta di cantare in italiano è arrivata quando ho deciso che per il mio progetto volevo suoni più elettronici, quasi italo disco ma con testi cantautorali, e la lingua che mi permette di essere a mio agio con uno stile più cantautorale è l’italiano, mentre in inglese scrivo proprio in maniera diversa. La mia non binarietà viene fuori anche nella lingua. In inglese ho un approccio più astratto e introspettivo, in italiano sono più fotograficə, narrativə ed era questo che volevo venisse fuori nei miei ultimi brani.
In italiano è anche il nuovo singolo Acrobati, com’è nato?
Il pezzo racconta di due donne démodé e il pezzo in sé è fuori dal tempo. Descrive una Milano molto romantica e, nella seconda strofa, più urban. Tutto questo è in contrasto con le dinamiche sociali attuali, dove le persone si incontrano sulle dating apps. C’è una difficoltà a lasciarsi andare e a mostrarsi vulnerabili forse proprio perché nella maggior parte dei casi quando ci si conosce online non si vede subito la persona e quindi bisogna un po’ immaginare che cosa accadrà nel momento in cui ci si incontrerà.
Qualche mese fa hai realizzato una cover di Ma è un canto brasileiro di Battisti, dura critica al consumismo del mondo occidentale e all’alienante violenza psicologica della pubblicità. È un pezzo che ci parla ancora oggi?
Assolutamente sì, questo ti fa capire che non siamo andati molto avanti. Battisti è il mio artista preferito in assoluto. La parte più divertente è stata il video, in cui volevo far capire che le problematiche messe in evidenza dal brano esistono ancora e non riguardano solo la donna come nella versione di Battisti, ma tutti.
Abbiamo appena perso David Lynch, so che lo amavi molto. Cosa ti mancherà di lui?
Il suo pensare fuori dal tempo, dallo spazio, dagli schemi, dal genere. La sua ricerca di una dimensione più trascendentale. Aveva la capacità di parlare di argomenti senza infilarli in scatole, anzi la maggior parte delle volte lasciava l’interpretazione allo spettatore.
