Femina, il nuovo album di Ginevra
In cover due donne abbracciate, seminude e disarmate. Basta questa immagine a tenere in mano il cuore di un album che di cuori ne ha almeno due, forse tre. Dolcissimo eppure battagliero, Femina è un disco che racconta, con rabbia e con amore, le donne di ieri e di oggi, probabilmente anche quelle di domani, immaginandole tutte insieme, tutte legate da un filo invisibile. Tutte abbracciate, appunto.
È un album femminista, quello di Ginevra, cantautrice di fiume ora trasferitasi in città. Un album che sta un po’ più in là rispetto a molte cose. Alle mode, alle aspettative, alle abitudini. Femina suona compatto, organicamente pop-rock, tra Fiona Apple, Sharon Van Etten e Cristina Donà, per raccontare la ribellione al tempo e alla città, a un mondo creato dagli uomini per gli uomini, alle sovrastrutture, all’annientamento delle fragilità. Ginevra si mostra fragile, seminuda, appunto, e disarmata. Femina è già uno degli album più belli dell’anno.
La nostra intervista a Ginevra
Un album molto diverso dal precedente: meno lieve, più raw, più suonato, anche più rock direi.
Diamanti nasceva da una ricerca nel mondo elettronico. Era un disco più gentile, più etereo. Con Femina volevo rimettere al centro la canzone, quello che avevo da dire. Ho voluto mostrare l’altro lato di me, meno soffice e meno volatile. Mi sono messa a nudo, mi sono anche arrabbiata. Adesso voglio fare musica senza fraintendimenti. Per questo, Femina è grezzo, è duro. Ho lavorato con lo stesso team, ma in modo diverso.
In che modo?
Abbiamo messo al centro le parole, gli arrangiamenti sono arrivati dopo. È il procedimento opposto.
A proposito di testi, hai detto di esserti ispirata al saggio di Janina Ramirez – Femina, appunto – pubblicato in Italia dal Saggiatore.
Tutto è partito dalla mia voce alla quale si sono aggiunte poi le voci di molte altre donne, Janina Ramirez compresa. Il suo Femina è un libro che racconta storie di donne dimenticate, che non ci sono più, e dà voce a chi non ha mai avuto voce. Ho voluto fare, nel mio piccolo, la stessa cosa.
Dare voce a chi non ha voce?
Alle donne che non hanno voce e, intanto, rendere omaggio a quelle che sono state importanti per me: le artiste, le musiciste, certo, ma anche mia madre, esempio di forza e resilienza, mia sorella e le mie amiche.
A tua nonna, poi, hai dedicato 30 anni.
È morta qualche tempo fa, mentre lavoravo all’album. È stata fondamentale per me, e dovevo ricordarla.
Infatti nel brano canti: «Ho perso la memoria e non so chi sono», poi in Femina, il brano, scrivi: «Ho in mente un solo modo per fregarti: vi lascerò un’eredità». Quanto è importante la memoria nel discorso femminista?
È fondamentale. Leggere testi come quello di Janina Ramirez fa capire quante donne hanno agito senza chiedere permesso, quante donne hanno cambiato la storia anche se non lo sappiamo.
Che periodo è per le cantautrici italiane?
È un periodo complesso, molte cose sono cambiate, anche in meglio, ma dalle donne in musica ci si aspetta sempre lo stesso suono, la stessa attitudine, la stessa estetica. Bisogna avere molto coraggio per andare in un’altra direzione, superare la paura di essere fastidiose.
Tu sei stata coraggiosa?
Ho provato a esserlo con questo album, Femina mi ha dato coraggio.

In Ragazza di fiume chiedi scusa ai tuoi genitori: per cosa?
Per le volte in cui sono stata una figlia scomoda, che però aveva necessità di essere scomoda, di ascoltarsi, di indagarsi, di fare il proprio percorso. Spero per loro non sia stato troppo doloroso.
In Cosa voglio cosa vuoi, che è una lettera aperta al tuo ragazzo, dici di volerti amare, ma di non ricordarti come si fa. Ti vuoi bene, adesso?
Ho imparato a rispettarmi. L’altro giorno ho fatto un video alla mia ombra, mentre camminavo. Volevo postarlo, poi non l’ho fatto, ma avrei voluto scrivere che la mia ombra è la mia migliore amica. Sono l’alleata di me stessa e a volte la mia peggiore nemica. L’altro giorno sono andata a una pratica di yoga per sole donne, per l’8 marzo, ci siamo inchinate a noi stesse.
Cosa vuol dire volersi bene?
Ricordarsi che non abbiamo sempre il controllo e la responsabilità di quello che succede, anche nell’errore, anche nel fallimento.
Femina è, tra le altre cose, un disco attraversato da conflitti: con la città, con il tempo che passa, tra i generi. In Verità – che non a caso è l’unico duetto del disco, con Colombre – canti però l’importanza del compromesso, l’incontro a metà strada. È un canto di riappacificazione in questi tempi barbari?
Sì. Il compromesso è necessario, in ogni relazione. Credo nel venirsi incontro, anche se è difficile.
«Che cosa mi tocca fare per difendere le cose che contano davvero», canti in La fonte. Cosa conta davvero?
I valori, voglio difendere me stessa, il mio lavoro, la mia visione artistica.
Come difendi le cose che contano?
È una lotta, bisogna sporcarsi le mani, far fatica e rimanere fedeli a noi stessi. Per questo dico: «Immergo i piedi dentro il fango per raggiungere la fonte».
«Che cosa mi tocca fare per rimanere libera»: sei una donna libera?
Mi sono concessa di essere libera. Mi sento libera quasi sempre.
Quasi?
Filosoficamente mi sento libera, ma ci sono momenti in cui non è facile sentirsi libera se sei una donna. Quando cammino da sola, la sera, mi sento mminacciata.
Come possiamo difendere questa libertà?
Tenendo duro, facendoci sentire, parlandone, parlandone sempre, e raccontando come stiamo. Prendendo l’iniziativa, anche. Dobbiamo difendere il fortino delle nostre libertà.

