Brutale, il romanzo di Salvatore Falzone
Brutale, il secondo romanzo di Salvatore Falzone, edito 66th and 2nd, si muove su due direttrici parallele. La prima, quella di Paolo, racconta di un ragazzo come tanti, di provincia, che, affascinato dall’idea del guadagno facile, approda su OnlyFans e, pur essendo eterosessuale, gira contenuti con altri uomini. È brutale più che mai, rozzo e insultante, un master a tutti gli effetti. Così, i soldi arrivano e quella versione di sé, quel bruto senza volto, diventa una star della piattaforma. Inaspettatamente, però, questa nuova vita inizia a mostrare delle crepe. Tutto precipita e Paolo si trova davanti a un vortice inevitabile di violenza e di ossessione.
Di là, invece, sta Giulio che conduce una vita diversa: pochi mezzi, sempre, questo sì, ma una relazione con il fidanzato che se non felice è quantomeno serena. Eppure, spesso, di sera, Giulio apre Grindr e cerca uomini a cui sottomettersi. Non può farne a meno.
Con mano ferma e passo tesissimo, Falzone lentamente fa avvicinare Paolo e Giulio, le due storie si scontrano e detonano. Esplode tutto, tranne il romanzo che, invece, rimane narrativamente solidissimo, fino alla fine. Brutale è la storia di un incontro, potenzialmente fatale, che riapre ogni ferita mai davvero cauterizzata e conduce a esiti imprevisti. Un romanzo sulle conseguenze tragiche dell’abitare maschilità inconsapevoli e, soprattutto, sul potere che trova nel sesso la sua espressione inequivocabile.
Abbiamo intervistato l’autore.
Intervista a Salvatore Falzone
Dall’Arte di rialzarsi – il tuo precedente romanzo – a Brutale sono passati circa sette anni: cosa è successo intanto? Come sei arrivato a questa storia?
Quando è uscito L’arte di rialzarsi avevo 20 anni; è stato traumatico. Si trattava di autofiction: ero convinto che, per me, scrivere volesse dire partire necessariamente dalla mia esperienza. Mai avrei pensato di poter scrivere una storia distante dalla mia, ma, al tempo stesso, tutto quello che ho scritto dopo non ha funzionato.
Poi cosa è successo?
La sollecitazione è poi arrivata dall’esterno. Un’amica scrittrice, Giulia Sara Miori, mi ha spinto a scrivere di altro. Così è nato un racconto, Brutale, che è uscito su Snaporaz. È nato il personaggio di Paolo, così distante da me, eppure così vicino ai maschi che mi hanno circondato per tutta la vita; inconsapevoli, emotivamente immaturi, incapaci di guardarsi dento. Il racconto è stato letto da Alessandro Gazoia, l’editor di 66th and 2nd, che mi ha chiesto di scrivere un romanzo a partire da quella storia. Pensavo che quell’universo fosse esaurito, invece poi è nato il romanzo.
Cosa c’è di Brutale in questa storia?
Quando pensiamo alla parola brutale, pensiamo alla violenza, che c’è. Il mio è un romanzo anche violento, ma la vera brutalità risiede nella vulnerabilità.
Perché?
Siamo abituati a essere violenti, oggi. C’è violenza ovunque, ne siamo circondati e de-sensibilizzati. Per questo sono brutali soprattutto la vulnerabilità e la passività: perché le evitiamo. La vulnerabilità, proprio perché associata alla femminilità, causa una serie di reazioni aggressive. Cerchiamo di correggerci molto, di essere sempre prestanti, sempre sul pezzo.
Brutale è la messa in scena di diverse maschilità – almeno tre – tutte inconsapevoli, tutte egemoniche e ipertrofiche. I maschi di cui scrivi costruiscono la propria identità a partire dalla fuga inesausta dalla mollezza, da una certa fragilità. In decostruzione, sì, ma non troppo. Vale anche per i maschi della comunità LGBT+.
A me piace usare il termine checcofobia per parlare di quel disgusto, diffusissimo, nei confronti della femminilità. È un atteggiamento che trovo estremamente violento. A infastidire dell’omosessualità maschile è la possibilità della ricezione sessuale, della passività, che appunto è associata, anche linguisticamente, alla femminilità.
Paolo e Giulio, i protagonisti, pur essendo agli antipodi, sono entrambi vittime di questo sistema, della propria maschilità non decostruita.
Sì, Giulio è la vittima per antonomasia. Non conosce altri modi di abitare le relazioni se non quello di farsi vittima. Ed è da lui che Paolo, invece, ha imparato a vittimizzare gli altri per sopravvivere.
Nel romanzo scrivi: «L’uomo perfetto deve essere attivo, brutale e possibilmente etero».
Non siamo immuni al fascino della virilità. È un controsenso: se immaginiamo la maschilità come una gerarchia, gli omosessuali maschili, discreti e attivi occupano posizioni più alte rispetto a chi è passivo, dichiarato e considerato più effeminato. Vogliamo ribaltare la virilità che ci esclude, che da sempre ci opprime, però al tempo stesso la cerchiamo, ne siamo sedotti.
A cosa è funzionale il sesso in questo romanzo?
Mi ha permesso di esplorare i personaggi come non avrei potuto fare altrimenti. Io ho scoperto Paolo, ho deciso chi fosse Paolo, proprio scrivendo le scene di sesso. Così, ho spogliato i miei personaggi, ho scoperto dove risiedesse la loro vulnerabilità. Il desiderio ci rende più esposti, ci anticipa in un certo senso.
E rivela dinamiche di potere antiche e disfunzionali.
Io volevo solo parlare di potere con questo romanzo. Giulio e Paolo replicano copioni di cui sono vittime, giocano sempre a fare l’oppresso e l’oppressore. Non è mai libero, il sesso, in questo romanzo, perché spesso non siamo liberi mentre facciamo sesso. La teoria dei copioni sessuali dice che noi, durante l’atto, ci limitiamo a riprodurre degli script che sono inscritti nella cultura e che ci dicono cosa dobbiamo fare e come.
In esergo, hai scelto una frase di Paul B. Preciado: «Proprio perché vi amo, voglio che siate deboli e disprezzabili. È attraverso la fragilità che opera la rivoluzione»: in che modo per te la fragilità è rivoluzionaria?
La fragilità è marginale e dal margine nascono infiniti scenari. Lo scrive anche bell hooks: nel margine le possibilità sono infinite, da lì si può osservare e poi decostruire.

A proposito di margini, mi pare che Brutale sia anche un romanzo sulla classe. Paolo appartiene alla classe operaia, è il desiderio di essere un altro – un maschio più prestante e più ricco – che lo spinge verso OnlyFans.
La povertà è una crepa nella maschilità di Paolo. Lui vuole appartenere alla categoria egemone, ma ne è escluso perché è povero. È così che si inganna: su OnlyFans trova la ricchezza, ma perde la virilità perché gira video con altri uomini. Paolo insegue un obiettivo che non raggiungerà mai.
Brutale e L’arte di rialzarsi, pur essendo molto diversi, compiono un moto analogo: di fronte al precipizio, cambiano strada, evitano il baratro. La letteratura illumina strade alternative rispetto al male assoluto?
Scrivere per me ha a che fare con la salvezza. Ho sempre scritto innanzitutto per me: ho sempre cercato nella letteratura un modo per evitare la realtà, che è così degradante e miserabile. Nell’Arte di rialzarsi mettevo in scena la possibilità della salvezza senza essermi salvato. Io credo che la letteratura debba stare nel male, perché è da lì che nasce, però è anche vero che, alla fine, il bene penetra sempre nelle mie storie. Il finale di Brutale doveva essere molto diverso da quello che è, molto più cupo, ma poi ho capito che sarebbe stato forzato, la mia scrittura mi stava portando altrove.
Ti vengono in mente romanzi che fanno quello che dovrebbe sempre fare sempre la letteratura secondo te?
Purezza di Garth Greenwell è il libro-faro. Il sesso lì è centrale, lui scrive di sesso in maniera fenomenale, lo usa per raccontare dinamiche altrimenti impossibili da esprimere. Poi direi anche Troppi paradisi, il primo Walter Siti della mia vita. Mysterious Skin di Scott Heim, che è un romanzo pieno di luce inaspettata, mi ha cambiato la vita. Poi Natalia Ginzburg, la sua musicalità, il suo ritmo. E Simenon per la tensione.

